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Editoriali

La generazione dei finti adulti

Ivan Scinardo

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Recentemente ho letto un’intervista sul Messaggero veneto, fatta al presidente dell’ordine degli psicologi del Friuli Venezia Giulia, Roberto Calvani. Mi ha colpito la frase che lui ha dichiarato e ho deciso di inserirla come titolo di questo articolo. “Siamo portati a pensare erroneamente – puntualizza Calvani – che i nostri figli crescono velocemente e più in fretta delle precedenti generazioni. Invece, la mancanza di lavoro, il protrarsi degli studi, il vivere in famiglia per molti anni li porta ad essere eternamente adolescenti. Si è ragazzini fino ai 25-26 anni – questo è il pensiero dell’esperto. Fino a quell’età si pensa sempre che ci sia un genitore alle proprie spalle pronto a giustificare qualsiasi tipo di gesto, a riparare quando si superano i limiti. Purtroppo – continua – questa generazione di ventenni manca di indipendenza. L’identità si struttura più avanti. E l’incertezza e il malessere sono sempre dietro l’angolo”. Un tempo l’età adolescenziale durava dai 14 ai 18 anni. Con il raggiungimento della maggiore età il giovane si conquistava la libertà. Le prospettive oggi sono ben diverse; probabilmente c’è un aumento della violenza anche a causa della mancanza di lavoro e dell’incapacità, da parte dell’individuo, di avere una propria autonomia economica e ricorrere sempre più spesso ai genitori. Secondo l’esperto oggi i giovani fanno uscire il loro malessere con gesti eclatanti, che vanno oltre i limiti dell’esagerazione. La cronaca riporta casi di adolescenti che decidono di fare finire la loro vita, molto spesso a causa degli insuccessi scolastici. Ma c’è anche il cosiddetto mal d’amore che colpisce per lo più le ragazze. “La perdita di un fidanzato viene vista come un fallimento personale, sostiene Calvani. Le famiglie auspicano per la propria figlia il fidanzato migliore e quando le ragazze non riescono a soddisfare questa aspettative si chiudono in loro stesse e si sentono sconfitte. Il loro obiettivo è quello di apparire perfette. Facendo questo si sottomettono al volere di terze persone con la conseguenza di creare un vuoto interiore, di non risultare mai appagate”. La soluzione rimane sempre dentro le mura domestiche, con genitori pronti a raccogliere ogni campanello d’allarme. Stare vicino ai propri figli significa anche aiutarli a capire che ci sono dei limiti oltre i quali non si può e non si dovrebbe andare!

Editoriali

“Il nodo” e le responsabilità educative

Ivan Scinardo

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E’ in scena in questi giorni uno spettacolo teatrale che indaga il bullismo e le ragioni profonde che lo generano attraverso il confronto tra una madre, Coryn Fell, interpretata dall’ex show girl Ambra Angiolini e l’insegnante di suo figlio Gidion, Heather Clark, alias Ludovica Modugno. Dalle note di regia si legge che Il Nodo “non è semplicemente un testo teatrale sul bullismo (il che, comunque, basterebbe a renderlo assolutamente attuale e necessario), è soprattutto un confronto senza veli sulle ragioni intime che lo generano. Osa porsi le domande assolute come accade nelle tragedie greche, cerca le cause e non gli effetti.  Perché mi sto occupando di questa piece teatrale nella rubrica che parla di famiglia?”

Perché io come la regista e le attrici si sono poste queste domande: Quali sono le responsabilità educative dei genitori e quali quelle delle istituzioni nei confronti dei figli? Di chi è la colpa se i nostri figli si trasformano in vittime o carnefici? Com’è possibile che si possa scatenare una violenza tale da indurre un ragazzo o una ragazza ad uccidersi? Dove sbagliamo? Chi sbaglia? Di chi è la responsabilità?

Per la regista dello spettacolo, Serena Sinigaglia: “Educare la generazione di domani è la più sacra, la più alta responsabilità umana. Trascurarla è un atto gravissimo che porta ineluttabilmente ad altrettante gravissime conseguenze. Eppure viviamo in una società dove i genitori troppo spesso difendono ad oltranza i loro figli, difendendo in realtà nient’altro che se stessi. Una società dove gli insegnanti sono sotto pagati e poco, pochissimo considerati. Una società che ha rovesciato il principio cardine non solo dell’educazione ma anche del buon vivere sociale: il rispetto dei ruoli. Spesso si dice che non esistono più maestri. Il punto è, a mio avviso, che non esistono più allievi. Su Facebook, su Twitter, su Instagram, tutti possono dire la loro su qualsiasi argomento, senza averne le competenze e addirittura la benché minima esperienza. Un caos brutale nel quale facilmente restano impigliati i più fragili. Haether e Corryn sono due figure tragiche che si fronteggiano, il campo di battaglia è la classe, il tempo è quello dell’ora dei colloqui e per l’esattezza dalle 14.45 alle 16.15. Un’ora e mezza di attacchi, difese, strategie, accordi sperati e immediatamente traditi, senza sosta. Una grande prova d’attore. Ambra Angiolini e Ludovica Modugno combatteranno per noi, sul palco, questa battaglia nella speranza che si possa tornare a parlarsi con senso di responsabilità e di rispetto. Perché parlarsi è meglio che combattersi, sempre”.  Ho voluto riportare per intero le note di regia perchè le condivido appieno!

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Editoriali

Il desiderio di diventare adulti, le buone ragioni.

Ivan Scinardo

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Nei giorni scorsi ho letto un intervento dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini che mi ha molto colpito, parlando dei giovani ha detto che bisognerebbe offrire loro “buone ragioni per desiderare di diventare adulti. Non possiamo chiuderci in noi stessi, costruendo mura per la nostra sicurezza, perché siamo convinti che la sicurezza di un popolo, di una città, di una famiglia, di una persona non dipenda dal suo isolamento, ma dalle relazioni di buon vicinato e dalle alleanze da stabilire e da onorare”. Il presule ha parlato di gentilezza e fiducia, dicendo che “è possibile uscire da questi tempi travagliati a causa della pandemia e di tutti gli altri drammi”. Ce lo ricorda spesso anche Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” parlando della “rivoluzione della gentilezza” dove invita tutti a recuperarla con molta determinazione.

Parlando della società odierna Delpini ha usato parole forti: “c’è chi si approfitta dei deboli, che fa soldi sulla rovina degli altri, distruggendo famiglie e aziende con l’usura, che induce alla resa prima della lotta e alla rassegnazione invece che alla reazione onesta”. Il discorso del vescovo di Milano è facilmente estensibile a tutto il paese soprattutto quando tocca il tema dell’istruzione: “Il pericolo di una catastrofe educativa, come si esprime papa Francesco, in questo tempo tribolato mi fa pensare, ha affermato ancora Delpini; nelle scuole è necessario che le famiglie e le istituzioni siano alleate per contrastare le forze che insidiano e rovinano i giovani con le sostanze che creano dipendenza, con la pornografia, con la tolleranza per forme di bullismo, di abusi, di trasgressione del convivere. È quindi essenziale, ha concluso il presule, quella gentilezza della conversazione che trasmette la persuasione che la vita è una vocazione, non un enigma incomprensibile, che il futuro è promessa e responsabilità, non una minaccia, che ciascuno, così com’è, è adatto alla vita, è all’altezza delle sfide, è degno di essere amato e capace di amare. Bisogna offrire ai giovani buone ragioni per diventare adulti”.

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Editoriali

Meno figli e la famiglia diventa un problema!

Ivan Scinardo

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Il tema della natalità è strettamente legato a quello dei giovani e alle difficoltà che hanno nel lasciare la famiglia originaria, ecco perchè si fanno meno figli e i giovani rimangono all’interno del nucleo familiare d’origine anche oltre i 30 anni. Tutti d’accordo sulla necessità intervenire nel sostenere l’uscita anticipata dei giovani dal “nido” e superare la visione dei figli come fattore penalizzante. Di questo delicato e spinoso argomento si è parlato nei giorni scorsi a Trento. “Uno dei problemi che oggi abbiamo è che quando parliamo di famiglie e giovani li trattiamo come un problema e non come una risorsa”, ha detto monsignor Lauro Tisi, arcivescovo di Trento, intervenendo nei giorni scorsi al Festival della Famiglia. Bisogna sempre più vedere le famiglie come fonte di azioni costruttive. Gli ha fatto eco Paola Pisoni, presidente del Forum delle associazioni familiari: “Il benessere della famiglia è il benessere della società”.  E’ stato molto apprezzato l’intervento della ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti: “Il Festival – ha detto – ha contribuito a cambiare la narrazione della famiglia, che non può essere vista solo come un soggetto debole da tutelare ma come una risorsa da sostenere – ha aggiunto – importante è che le politiche familiari puntino ad interventi strutturali e non ad impegni a spot. Per fare questo è necessario coinvolgere tutti gli attori sociali, le imprese, la cultura, l’informazione, il terzo settore”. È un appuntamento – ha detto ancora Bonetti – importante per la costruzione della consapevolezza e del dibattito pubblico in tema di famiglie, educazione, bambine e bambini, giovani e donne”. La ministra ha poi sottolineato l’importanza dell’ormai prossima approvazione del Family Act e dell’assegno unico universale per i figli. Un intervento da 20 miliardi di euro, 6 in più rispetto alle normative vigenti. A leggere i dati riportati durante il convegno dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, c’è da scoraggiarsi; “Abbiamo perso un milione di persone in pochi anni e siamo ora a 59 milioni. Con questo trend avremo 2.200.000 persone over 80 nel 2070 rispetto ad oggi che sono 800.000. I problemi saranno quindi legati al lavoro, alle pensioni, alle relazioni sociali (la solitudine). Dobbiamo alzare la natalità e intervenire sui fondi economici a sostegno delle famiglie” ha detto durante il suo intervento il presidente dell’Istat. E’ sconfortante pensare come rispetto a un disastroso calo delle nascite, si vengano a formare sempre meno giovani famiglie. Il problema si amplifica anche con il perdurare della pandemia che non incoraggia investimenti, nonostante gli aiuti di stato. Permane l’incognita del futuro e i giovani preferiscono rimandare ogni decisione importante che riguardi i loro progetti di vita, da qui la necessità di avviare azioni corali che possano coinvolgere tutti.

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