Cinema
Domani è un altro oggi
Mappatura ragionata dei film sul Loop temporale
Sono trascorsi sessantacinque anni dalla uscita nelle sale della prima pellicola sui viaggi nel tempo. Era il 1960 quando George Pal diresse L’uomo che visse nel futuro (The Time machine), tratta dall’omonimo romanzo di H. G. Wells, a sua volta la prima opera letteraria a narrare di un inventore che riesce nell’impresa di viaggiare nel tempo. Il prolifico scrittore britannico pubblica il suo romanzo nel 1895, anticipando di diversi decenni la teoria della relatività di Albert Einstein (1905-1915), la quale ha fornito il quadro scientifico che descrive l’interconnessione tra spazio e tempo e ne ha aperto la discussione sulle possibilità teoriche di manipolazione o distorsione.
Questi archetipi cinematografici e letterari definiscono, in estrema sintesi, un settore fra i più appassionanti e suggestivi della fantascienza, con il quale tanti scrittori e cineasti si sono confrontati. Una delle teorie principali, imprescindibile per chi si approccia a questo ambito (fanta)scientifico è il paradosso del nonno connesso ai viaggi nel tempo: l’impossibilità cioè di cambiare il passato suggerito dall’idea che se un viaggiatore dovesse uccidere il proprio nonno, determinerebbe un corto circuito temporale perché non sarebbe mai nato e non si troverebbe a viaggiare nel tempo.
Tuttavia, negli ultimi decenni vi sono stati registi e sceneggiatori che hanno scardinato queste coordinate, concentrandosi sul loop temporale: il protagonista non viaggia a ritroso in senso storico, ma rivive ripetutamente un brevissimo periodo di tempo, acquisendo la libertà di modificare gli eventi immediati. Questa caratteristica costituisce la nota distintiva principale di un particolare settore delle opere di cui trattiamo. Era l’anno 1993, quando l’attore e regista statunitense Harold Ramis diresse la sua pellicola più riuscita, Ricomincio da capo (Groundhog Day), un successo paragonabile a un altro cult della fantascienza di un decennio prima, Ghostbusters (1984), di cui Ramis fu solo co-sceneggiatore e interprete. La storia di un reporter irascibile ed egoista (Bill Murray), che si reca in Pennsylvania per girare un servizio su Il giorno della marmotta, la festa tradizionale del luogo, ed è costretto a rivivere lo stesso giorno era stata scritta dallo sceneggiatore Danny Rubin, che la propose a diversi produttori, fino a quando non fu letta da Ramis che acconsentì di produrre e dirigere la pellicola. Il regista di Chicago, tuttavia, decise di apportare alcune correzioni al copione, declinando l’incedere narrativo in chiave di commedia e innestando nel plot una storia sentimentale fra il suo protagonista e Rita (Andie MacDowell), la sua collega giornalista che lo assiste nel reportage e grazie alla quale alla fine romperà l’incantesimo.
All’uscita nelle sale americane, la pellicola non ebbe un immediato successo, ma con il passare del tempo l’idea alla base della storia si è rivelata vincente ed il film è diventato un cult per intere generazioni e un punto di riferimento per pellicole che verranno. Ma se l’espediente narrativo del film apripista funzionava con i toni da commedia, si intuì subito che esso poteva prestarsi a qualsiasi intreccio, spaziando fra tutti i filoni. Vengono così realizzati timidamente nel nuovo millennio i primi epigoni, poi le produzioni cominciano ad aumentare, divenendo infine un (sotto) genere a se, con una caratteristica ben definita: il protagonista rimane improvvisamente (spesso inspiegabilmente) intrappolato in un loop temporale e rivive sempre lo stesso giorno, modificando gli eventi in maniera sempre diversa, fino a quando non trova quella variante che gli consente di riprendere la vita di sempre.
Come capita a tante pellicole di successo, poco più di un decennio dopo del film di Ramis ne è stato realizzato un (solo) remake, ad opera di una dignitosa produzione tutta italiana – unica volta che il nostro cinema si ispira a modelli americani – dal titolo E’ già ieri (2004) con Giulio Manfredonia che scrive il soggetto e dirige e con Antonio Albanese nel ruolo che fu di Bill Murray. La trama ricalca abbastanza fedelmente l’originale, con piccoli adattamenti legati all’ambientazione nostrana: il protagonista è anch’egli un giornalista televisivo, dal carattere burbero ed egocentrico, incaricato di girare un reportage sulle cicogne in un’isola delle Canarie, che resta vittima dello stesso incantesimo, finchè una storia d’amore con la biologa a seguito della troupe televisiva, il cui nome è ca sa van dire Rita (Goya Toledo), non lo farà ritornare all’esistenza normale.
Nelle altre produzioni di cui parleremo, tutte rigorosamente a stelle e strisce, cambiano i personaggi e le storie ma non l’espediente narrativo, che verrà adattato a diversi registri narrativi, anche se la commedia e le storie sentimentali rimangono il principale terreno di elezione.
Iniziando ad esplorare gli altri generi, due pellicole sul tema, accumunate dalla stessa ambientazione fantascientifica, sono Source Code (2011) del talentuoso britannico Ducan Jones e Edge of Tomorrow – Senza domani (2014) diretta dal mestierante regista americano Doug Liman. Entrambi i protagonisti delle storie sono ufficiali dell’esercito statunitense ed hanno le sembianze rispettivamente di Jake Gylenhaal e Tom Cruise, i quali debbono fronteggiare minacce costituite da un complotto terroristico nel film di Jones e da una invasione aliena nella pellicola di Liman. Nel mentre rivivono continuamente lo stesso giorno – o parte di esso come in Source code – ma questa volta lo spettatore viene reso edotto delle ragioni per cui i due personaggi principali rimangono intrappolati nel loop temporale.
Ancora la fantascienza, contaminata da toni da commedia, fa da cornice ad una recente produzione a stelle e strisce dal titolo Quello che non ti uccide (Boss Level), diretta da Joe Carnahan nel 2021, che vede protagonista un veterano delle forze speciali (Roy Pulver), interpretato da Frank Gallo, il quale ogni giorno rivive la sua uccisione da parte di un manipolo di nemici, finché non viene a capo del complotto ordito ai suoi danni da parte di un colonnello dell’esercito (Mel Gibson), sconfigge gli assalitori e salva la moglie che collaborava con il villan suo antagonista.
Spostandoci su altro genere, dove lo slasher incontra i loop temporali, un film che ha riscosso ampi consensi è costituito da Auguri per la tua morte (2017) diretto da Christopher Landon. Nell’incipit della storia facciamo conoscenza con la protagonista (Jessica Rothe) una studentessa universitaria la quale il giorno del suo compleanno, dopo una serie di eventi che scandiscono quella giornata, viene uccise da un killer mascherato mentre si reca ad una festa, ma questo è solo l’inizio di un giorno che si ripete sempre uguale per la ragazza, fino a quando non verrà a capo dell’intricato mistero ordito ai suoi danni. Due anni dopo lo stesso regista statunitense decide di bissare il successo ottenuto, dirigendo Ancora auguri per la tua morte, con gli stessi protagonisti ed una storia che ricalca lo stesso canovaccio, ma più intricata e ricca di colpi di scena.
Ma se il dittico di Landon era permeato da una certa ironia che alleggeriva i toni più gore, il meno riuscito film Until Dawn (2025), tratto dall’omonimo videogioco, ricorre ad un approccio più esplicito e brutale al genere slasher. La sua trama, che vede un gruppo di ragazzi intrappolati in un loop mortale, presenta una variante originale: l’assassino e le minacce mutano a ogni ripetizione, e la sopravvivenza è limitata a un numero definito di morti, intensificando ulteriormente la posta in gioco per lo spettatore.
Se queste sono le varianti al genere originale che ha dato corso ai film di cui parliamo, la produzione più ricca la troviamo all’interno di altre pellicole statunitensi le cui trame si collocano fra la commedia e le storie sentimentali.
Questioni di cuore sono alla base di 12 volte Natale (2011) di James Hayman con la giovane protagonista Kate (Amy Smart) che, dopo essersi lasciato col fidanzato, si concede un appuntamento al buio con un uomo affascinante la vigilia di Natale e si trova a rivivere sempre lo stesso giorno; nella commedia giovanile Io vengo ogni giorno (Premature) (2014) diretta da Dan Beers vengono narrati i turbamenti sessuali di un teenager, in una giornata in cui deve sostenere un colloquio cruciale per il suo futuro, costellata da momenti imbarazzanti, che il giovane rivivrà continuamente; i toni si fanno più seri in Prima di domani (2017) di Ry Russo Young, dove Samantha, la giovane protagonista interpretata da Zoey Deutch, all’ultimo anno del liceo vive una giornata piena di imprevisti che si conclude con un tragico epilogo che la vede vittima di un incidente mortale, ma l’indomani si risveglia sul suo letto destinata a rivivere la stessa giornata; nella commedia Ricomincio da nudo (Naked) (2017), protagonista è Rob (Marlon Wayans), un giovane di colore che rimane intrappolato in un loop temporale, che lo costringerà a rivivere continuamente il giorno delle nozze, in cui niente va come dovrebbe; in Palm Springs – vivi come se non ci fosse un domani (2020) di Max Barbakow intrappolati nello stesso loop temporale rimangono due giovani fidanzati, mentre in One more time diretto da Jonhathan Etzler una donna quarantenne che festeggia da sola i suoi quarant’anni e desidera ritornare giovane vede avverarsi il suo desiderio, ma rimane vittima dell’incantesimo che le farà rivivere sempre quell’unico giorno.
In conclusione, ci si chiede cosa accadrebbe se non fosse un loop temporale a farci rivivere sullo schermo la coazione a ripetere del protagonista. La risposta a questa domanda la troviamo in un’altra commedia romantica americana del 2004, che precede i tanti epigoni del cult di Harold Ramis, la cui trama ne riprende l’idea alla base del plot, utilizzando però un espediente narrativo non fantastico, ma scientifico.
La pellicola di cui parliamo è 50 volte il primo bacio (50 First Dates) che Peter Segal dirige all’inizio del millennio ponendo al centro della narrazione l’innamoramento fra Henry (Adam Sandler) un veterinario che studia i trichechi in un’isola delle Hawaii e Lucy (Drew Barrymoore), una giovane insegnate di arte che si trova lì in vacanza. Galetto fra i due è stato il primo incontro in una tavola calda, ma questa love story viene complicata dalla malattia di cui è affetta la giovane insegnante cioè una amnesia anterograda che le comporta una perdita della memoria a breve termine, dovuta a eventi traumatici vissuti che, passata la notte, non le fa ricordare quello che è accaduto il giorno prima. Così per i due protagonisti ogni giorno che verrà è come il precedente: Henry corteggia nuovamente Lucy come la prima volta che si innamora all’istante di lui, pur non ricordando niente del loro primo incontro, finchè la giovane non maturerà a livello inconscio questo suo amore e i due si sposeranno e avranno dei figli.
Questa è la sintetica mappatura di una tendenza cinematografica in crescendo, nel corso dei decenni, che dimostra come il cinema di Hollywood del nuovo millennio abbia maturato una particolare predisposizione per le storie che consentono di modificare il futuro, rivivendo il passato a breve termine, quasi a voler esorcizzare i traumi vissuti quel maledetto giorno dell’11 settembre di inizio secolo.
Carmelo Franco
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
-
Arianna Scinardo5 anni agoIl cocker tanto famoso quanto intelligente
-
In Evidenza6 anni agoBiagio Conte: “Non vince il virus, Dio è più forte”
-
In Evidenza6 anni agoSicilia: zero decessi e zero pazienti in terapia intensiva
-
Cinema7 anni agoCinema e Massoneria un binomio misterioso e sorprendente
-
Cocker9 anni agoIl cocker è fra i cani più oziosi del mondo
-
Editoriali17 anni agoL’invidia è la vendetta dell’incapace
-
Cultura9 anni agoLe stanze ferite: diario di viaggio nella Real Casa dei matti
-
Arianna Scinardo10 anni agoIrish setter, cocker spaniel e cavalier king: “I cani rossi adottati prima degli altri”


