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Se fossi me (G.Li Greci)

Mamma mi ha insegnato a galleggiare

Giorgia Li Greci

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Quante volte sei stato colpevole di abilismo?

Oggi ti racconterò la storia di Marco, nome di fantasia, non come il suo racconto.

Dopo aver letto la mia prima storia qui, in questo spazio, Marco mi ha contattata per dirmi quanto sentiva vicina la sensazione che ho descritto nel parlare di mio papà disabile e di quanto sia stato difficile per me reggere lo sguardo degli altri sulla sua gamba.

Già, io e Marco siamo legati da una storia comune, quella che riguarda le gambe di chi ci ha messo al mondo.

Da questa storia forse trarrai un insegnamento importante. Lo capirai chiedendoti, alla fine, quante volte sei stat* colpevole inconsapevole di abilismo. L’abilismo è la discriminazione nei confronti di persone con disabilità e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile. Si può manifestare attraverso barriere fisiche, quando non vengono poste le condizioni strutturali che rendano accessibile uno spazio a tutt*. Molto spesso invece l’abilismo prende forma nei giudizi, negli sguardi e nelle parole.

L’abilismo fa male, ha fatto male a me. Ha fatto male a Marco. E a te?
Farebbe male a te, se fossi Marco?

Mamma mi ha insegnato a galleggiare

Marco mi/ti racconta:
<<Credo di aver vissuto più io “la diversità” che mia mamma, amputata dalla tenera età di 9 anni, dopo che un’auto fuori controllo, guidata da un ragazzo senza patente né assicurazione, le è finita addosso. La mia mamma l’ho conosciuta così. I nonni mi raccontavano di una bambina vivace, già forte caratterialmente, ma non per questo meno tenera ed empatica. Oggi mamma ha due figli e un ottimo lavoro, è una brava mamma. Mamma mi ha insegnato a nuotare. Qualcuno si chiederebbe “Si vabbè, ma con la gamba di legno si può insegnare a stare in acqua?”. Io risponderei che c’è chi compra la tavoletta di plastica, chi i braccioli o chi il materassino, ma io avevo mamma e la sua gamba. Avevo mamma che mi ha insegnato a galleggiare.>>

Non ci si abitua mai

<<Quando uscivo dall’acqua sentivo addosso gli sguardi di curiosità degli altri bambini che chiedevano ai propri genitori “Perché quella signora ha la gamba di una bambola?”. Pensavo ferisse più me che lei. Mi metteva così tanto a disagio quello sguardo da viverlo come un problema: “cosa penseranno gli altri di me, di mamma?”. Mentre tutto questo accadeva, mia madre sembrava ignorare, accendendo tutte le volte una sigaretta. Pensavo fosse abituata, che prima o poi con il tempo ci si abituasse. Ma la realtà è che non ci si abitua mai. Mamma celava tutte le volte serenità e strafottenza, ma quegli sguardi lei li notava sempre, al punto da non riuscire a sopportarli più, fino a smettere di andare al mare. Il mare aiutava mamma a sentirsi più leggera. Dietro il suo forte carattere c’è la fragilità di una bambina che ha smesso presto di poter correre, ma che ha deciso ugualmente di andare avanti, con tenacia, determinazione e coraggio.>>

Avete mai visto una farfalla senza un’ala riuscire a volare?

Marco continua: <<La nostra storia “diversa” ha forse fortificato il mio legame con la famiglia. Più volte ho avuto l’occasione di lasciare la mia città per migliorare la mia condizione lavorativa ma, dopo tutto quello che è stato fatto per me, non mi sono mai sentito pronto a lasciare la mia famiglia. Il ricordo del giorno in cui siamo andati a prendere la sedia a rotelle è ancora forte…ormai mamma non riesce più a fare una passeggiata con semplicità. Questo non la ferma dal fare beneficenza e dal suo desiderio più grande, quello di volersi occuparsi ogni giorno di aiutare gli altri. A tutti quelli che l’hanno fatta sentire diversa io vorrei dire “a mia mamma non manca niente, anzi, ha molto di più di ciò che si possa pensare”. Mi piace scherzare e condire questa situazione con un po’ di ironia, descrivendola a mamma come una storia fatta di magia ed equilibrismo, perché in fondo lei ha fatto sempre tutto su una sola gamba. Ma lei dice sempre di no! Non lo ammette mai e non usa mai la sua gamba come scusa per qualcosa che non può fare. Avete mai visto una farfalla senza un’ala riuscire a volare? Io si, è la mia mamma.>>

Grazie Marco.

Easter egg

Qualche giorno fa il mio migliore amico mi ha inoltrato un audio. Era una sua amica. Nell’audio stava raccontando che andando al supermercato, per fretta e di istinto, aveva posteggiato la macchina davanti uno scivolo per disabili. Mentre era dentro a fare la spesa, improvvisamente, le è venuto in mente un ricordo a proposito di una cosa che avevo scritto io a riguardo tempo fa. Nell’audio continuava dicendo di avere improvvisamente mollato tutto ciò che teneva in mano e di essere scappata fuori di corsa a togliere la macchina dallo scivolo. Diceva che non lo avrebbe mai più fatto, neppure per tutta la fretta del mondo.
Non che prima lo avesse mai fatto con insensibilità o con cattiveria, ma piuttosto con superficialità o inconsapevolezza delle conseguenze sugli altri. Raccontava che da quel momento qualcosa era cambiato, forse era cambiata lei mettendosi nei panni di qualcun altro. Concludeva l’audio dicendo quanto una storia semplice possa riuscire a generare un piccolo cambiamento.


Aggiungo io, e quando pensi che sia piccolo, ricorda che da qualche parte bisogna pur iniziare.

Ad esempio inizia chiedendoti: Quante volte sei stato colpevole inconsapevole di abilismo? E inizia da lì.

 

 

 

 

 

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In Evidenza

Parlare di ciò che accade in Turchia può essere d’aiuto

Giorgia Li Greci

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femminismo

Correva l’anno 2010 quando per tre mesi sono stata ospite di una meravigliosa famiglia Turca a Izmir, anche conosciuta come Smirne.
Ho avuto modo di vivere a stretto contatto con una cultura diversa, che definirei meravigliosa. La famiglia che mi ospitava era molto progressista, soprattutto rispetto ad una fazione conservatrice che è oggi rappresentata dal partito che guida il Paese, quello di Erdoğan.

Di posti nel cuore ne conservo molti, ma la Turchia più di altri. Forse anche per questo quando accade qualcosa di spiacevole lì ne soffro. 

Una cosa spiacevole è da poco accaduta, il 20 marzo 2021, quando Erdoğan ha dichiarato il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne.

Passi indietro che le amiche che ho conosciuto in quella terra, né in nessun’altra parte del mondo, non meritano.

Sono state tante le donne che sono scese in piazza a Istanbul per protestare, ricordando un dato triste e sconfortante: il numero di vittime di violenza coniugale in Turchia è in costante aumento. 

Ho voluto chiedere direttamente ad alcune donne turche di raccontarmi il loro punto di vista sulla questione, perché solo chi vive un problema può denunciarlo nel migliore dei modi.

Quando ho chiesto un’opinione su quanto fosse accaduto ho ricevuto diverse risposte, ma il fattore comune era il quadro di un Paese spaccato in due dalle mosse di un presidente interessato più al potere che alla società. Non è l’unica cosa che è emersa.

ZEYNEP
“È molto triste e purtroppo mi sento come se fossimo diventati insensibili a tutta questa violenza, perché è stata trasformato in un evento regolare e quotidiano in Turchia. Il riflesso di questa censura nella vita di tutti i giorni è il non poter scegliere gli abiti che vogliamo indossare. Le donne più giovani di me non si rendono nemmeno conto di avere queste barriere psicologiche. Con ogni donna che abbiamo perso in un femminicidio, abbiamo anche perso la fiducia in noi stesse. Le donne hanno ancora un posto nella vita quotidiana, ma solo finché gli uomini lo permettono. Vedo donne europee o americane che marciano per i loro diritti e per le loro libertà e a volte mi chiedo se si rendano conto di questa fortuna, quella di essere in grado di marciare pacificamente senza la paura di essere arrestate.”

DYLAY
“La Turchia non è sempre stata così. Nel 1934 Atatürk ha approvato una legge che garantiva alle donne il diritto di voto e di essere elette. Quando questa legge è stata approvata, in molti paesi sviluppati del mondo le donne non godevano ancora di questo diritto. Il governo di Erdoğan tende ad attuare politiche che fanno leva sul patriarcato in un modo mai visto fino ad oggi in Turchia. Con questo governo sembra di rivivere i tempi più bui dello stato ottomano, se non il peggio. È molto triste avere un leader come Erdoğan che cerca di distruggere i diritti delle donne, oggi. Ma ci sono molte donne che hanno una voce forte che non si fermerà mai.”

Questi dettagli politici sono parte di un puzzle che, pezzo dopo pezzo, ha portato gli uomini a legittimare la violenza sulle donne. La scelta di Erdoğan ha autorizzato moralmente tutto questo. Mi raccontano che in questo modo l’uomo che ucciderà la propria moglie potrà ottenere una riduzione della pena, oppure una famiglia ricca potrebbe impedire la condanna del figlio stupratore. 

“Usiamo le nostre padelle e i cucchiai di legno per creare un po’ di rumore ogni sera alle 21, per costringerli a sentirci. Raccogliamo firme. Scendiamo in piazza. Cerchiamo di fare tutto il possibile in modo pacifico poiché le elezioni sono vicine.” 

Noi che stiamo leggendo e ascoltando cosa possiamo fare?

Mi ricordano che oggi abbiamo un potente strumento, la nostra voce, parlare per difendere i diritti, non solo i nostri, e opporci a qualsiasi mossa illegale.

Mi ricordano che anche le scelte politiche degli altri Stati sono importanti. Ad esempio l’Occidente, che intrattiene molti rapporti con il governo Turco in vista degli interessi tra Est e Ovest del mondo,  ignorano totalmente i comportamenti poco laici attuati nel paese. 

I social media sono diventati una piattaforma in cui le persone possono far sentire la propria voce al mondo intero, portando luce su storie come queste.

Le mie amiche turche sono arrabbiate, tristi e preoccupate per il loro futuro.
In sole 12 ore dopo la dichiarazione di Erdoğan sull’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul 6 donne sono state uccise. Forse già soltanto saperlo può sensibilizzarci nel fare scelte più accurate nel nostro spazio geopolitico chiamato Paese, scelte che un giorno potrebbero avere un’importante ripercussione – positiva – anche su ciò che accade fuori. Perché quello che accade fuori un giorno potrebbe riguardarci.


Se sensibilizzare i leader dei paesi occidentali potrebbe essere un’idea troppo utopica, intanto però potremmo iniziare a parlarne, sostenendo la voce di tutte le donne che non troppo lontano da noi soffrono per un’ingiustizia da non poter nascondere.

Grazie di cuore a Irem, Dylay e Zeynep.

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In Tendenza

Ciao, se fossi me? Parte la nuova rubrica

Giorgia Li Greci

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se fossi me_ sguardo

Ciao tu che mi leggi.

Mi sembra doveroso, o forse è più giusto dire sentito, iniziare questa rubrica spiegandotene il senso, raccontandoti le origini di questa idea.

L’attenzione all’altro è una cosa che mi riguarda da sempre, sin da quando ero piccola. Devo questo approccio empatico probabilmente a mamma, un’insegnante di scuola materna. Quando mi portava a scuola con lei, a differenza di ciò che le sue colleghe rammentavano ai loro figli, mi invitava sempre a salutare i bidelli e mi diceva di rivolgere loro la stessa dignità ed educazione che potessi prestare alla carica dirigenziale più alta. 

So che questo discorso potrebbe risuonarti come scontato, ma il mondo è pieno di chi fa differenza di classe. Il classismo, a mio avviso, è una piaga che colpisce la fase di crescita di molti esseri umani. Del resto, se non perdessimo pezzi di noi durante la crescita, qualcuno non ne avrebbe mai scritto un grande classico, il Piccolo Principe, che ci ricorda nella sua semplicità, tra le tante cose, tutto quello che perdiamo di vista quando diventiamo grandi.  Ma torniamo al punto. A me l’altro non è mai stato indifferente. 

Persone che dedicano la vita agli altri

Probabilmente, oltre l’educazione, vi è una vocazione innata in certi individui. Ci sono persone che hanno dedicato la loro vita all’altro. Una figura ben nota a tutti, ad esempio, è quella di Biagio Conte, che del prendersi cura dei deboli ed emarginati ne ha fatto una caritatevole missione di vita. Non lo cito a caso. Se oggi mi ritrovo qui a parlare con te è anche grazie ad una fortuita coincidenza. Io vivo a Palermo. Mi ritrovavo a passeggiare per strada con mamma, nei pressi della struttura che ospita tanti senzatetto. Incontrammo Biagio Conte che mi invitò ad entrare e mi raccontò della sua vita. Sarei bugiarda a dirti che mi ricordi con esattezza i dialoghi fatti. Ma il punto che ricordo con estrema esattezza è che mi invitò a prendere in considerazione l’idea di aiutare gli altri, soprattutto quelli che non venivano ascoltati. Lo colsi come un segnale.

Ho un papà disabile

In fondo, anche io tante volte mi ero sentita esclusa dagli altri. O peggio ancora, pensavo che nessuno si immedesimasse in me. Ho un papà disabile, poliomielitico, una gamba più corta di un’altra. Ricordo ogni sguardo rivolto alle sue gambe e al suo modo di camminare, anche qualche offesa, soprattutto i suoi disagi. Ho provato molto imbarazzo e te ne parlo con molta vergogna. Perché mi vergogno di essermi vergognata. Ma se dovessi descriverti quegli sguardi, ti direi che facevano male anche a me, che ero proprio accanto a lui e nessuno si degnava di guardare. Se avessi potuto dire qualcosa avrei detto: “Ehi tu, che stai guardando papà così, perché non guardi me? Perché forse se mi guardassi capiresti che il tuo sguardo di insensata superiorità mi sta facendo male”. 

Il problema dell’altro

Ti è mai capitato di guardare con disagio o superiorità qualcuno? Se la risposta è no, non ti credo. Se è sì, non devi sentirti in colpa. Penso che non sia facile educare alla diversità, spesso impariamo a bypassarla con l’indifferenza o con il disprezzo. Non sempre e non tutti lo facciamo. Ma sarà capitato, anche solo per la fretta, quella volta che qualcuno per strada, con aria un po’ disperata, ti ha fermato per chiederti qualcosa e hai risposto “scusa ho fretta, è tardi, ciao”. Il problema dell’altro non ci tange, non ci tocca, non lo sentiamo. Vince la fretta del colmare i nostri ritardi. 

L’idea di questa rubrica è raccontare storie

Da vocabolario, la parola immedesimarsi, in senso figurato, significa trasferirsi idealmente nelle vicende, nella situazione psicologica ed emotiva di un’altra persona, facendone proprî il carattere, i sentimenti, gli atteggiamenti. La mancanza di immedesimazione provoca la perdita di empatia. Forse oggi ti sembrerò troppo filosofica, poco concreta. Ma il senso di tutto questo è farti capire che l’idea di questa rubrica, o forse di questo diario, è raccontare storie di chi non si è sentito ascoltato.

“Se fossi me?”

Un giorno magari potresti sentirti protagonista di queste storie anche tu, perché imparerai ad immedesimarti in ciò che leggi. Voglio scrivere qui tutte le storie che ho visto, che vedrò, di chi ha voglia di chiederti o condividere con te che mi leggi: “se fossi me?”. 

Una storia da supermercato

Cute little girl with sweet chocolate egg at home

Inizio ad essere più concreta chiudendo questa prima pagina di questo diario di bordo con una storia da supermercato. Mi ritrovo davanti ad una fila di uova di Pasqua, accanto a me una bambina con un meraviglioso cerchietto con le orecchie da gatto. Guardavo le uova e non stavo guardando lei. Mi sono accorta di come mi guardava soltanto quando mi sono chinata a prendere l’uovo che stava in basso. Incrociando il nostro sguardo, dice alla sua mamma “io pure mamma, ti prego”. Gli occhi di quella bambina mi parlavano, se fossi stata lei mi sarei sentita infelice anche solo per un istante nel vedere qualcuno prendere ciò che desideravo. La mamma le dice “lo prenderemo un’altra volta”. Sorridendole con gli occhi, esclamo ad alta voce “ma sì, lo prenderò anche io un’altra volta”. Ho perso un uovo di Pasqua, ci ho guadagnato un sorriso di una bambina. Se non mi fossi chinata probabilmente non avrei mai pensato di guardarla. E se non mi fossi immedesimata in lei non avrei ricevuto questo piccolo regalo, quello di aver generato un cambiamento. Il mio cambiamento per oggi è stato un sorriso.

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Se fossi me (G.Li Greci)

“Se fossi me” la nuova rubrica di Giorgia Li Greci

Giorgia Li Greci

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Il mondo non è un posto bellissimo in cui vivere. A mostrarcelo non è soltanto lo schermo della TV o dello smartphone. Basta uscire per strada per capire che c’è un’abitudine all’indifferenza, come se quello che accadesse agli altri non ci toccasse. La mancanza di empatia crea emarginazione, non soltanto sociale, ma anche culturale. A venir meno è l’educazione all’ascolto degli altri, generando così una perdita della cultura all’altruismo. Questo spazio propone uno storytelling che promuova inclusività e attivismo, capace di raccontare, ma anche di chiamare le coscienze all’azione.
L’obiettivo che ogni storia raccontata si pone è quella di sfidare al cambiamento attraverso la cultura all’empatia. Come? Mettendosi, prima di tutto, nei panni dell’altro.
Per ogni racconto verrà lanciata una sfida, sarai in grado di coglierla? Questo dipende da te. Ma se lo farai, divulgala attraverso il canale Instagram o l’hashtag #sefossime. Se fossi me forse capiresti come mi sento. Se fossi me, continueresti a tirar dritto nell’indifferenza?

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In Tendenza