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Marco e Andrea vincono l’oceano ai tempi del coronavirus

Enrico Alagna
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Marco e Andrea, 38 anni lui 37 lei, compagni di vita da 8; Complici in tutto, li accomuna una forte passione per il mare, per la navigazione, per la scoperta. Sono loro i protagonisti di questo viaggio che inizia i primissimi giorni di Novembre, quando il loro progetto di attraversare l’oceano Atlantico in barca a vela si concretizza dopo circa due anni di studio e pianificazione.
Marco e Andrea
Partendo dall’Europa vogliono raggiungere le isole Caraibiche, luogo in cui vorrebbero esplorare e lavorare nel settore nautico, cosa che già fanno nei mesi estivi a Palermo con l’organizzazione no-profit “Lisca Bianca“, il cui obiettivo iniziale è stato quello di favorire l’inclusione sociale e lavorativa di giovani svantaggiati, attraverso il restauro di una delle imbarcazioni simbolo della cultura mediterranea nel mondo, LiscaBianca. Oggi, il progetto “Lisca Bianca, navigare nell’inclusione” promuove l’integrazione dell’area della disabilità con quella del disagio giovanile strutturando forme di sperimentazione in cui solidarietà, ambiente, navigazione, occupazione, reinvenzione dei saperi possano dar luogo a “cantieri” e “officine” collaborative.
Marco e Andrea danno il via al loro viaggio partendo da Palermo direzione Barcellona; lì Andrea ha incontrato e salutato la famiglia e i nipoti. Successivamente approdano a Tenerife, incantevole isola vulcanica, dominata dal monte Teide (il terzo vulcano più grande del mondo), la più grande delle Canarie, nota per le spiagge, i resort e la vita notturna; toccano la sabbia bianca dell’isola i primissimi giorni di Dicembre. Ne restano affascinati, e iniziano a immergersi nelle meraviglie del luogo, si adoperano per seguire numerosi corsi, acquisire conoscenze relative il mondo della navigazione, acquisire tutte le certificazioni necessarie della RYA (Royal Yachting Association), oltre quelle già in loro possesso, per intraprendere in sicurezza la traversata transatlantica: Marco si forma come yacht master (abilita alla conduzione di grandi imbarcazioni), Andrea come competent crew (equipaggio esperto) in una scuola di Tenerife, la Sailing Canary.
Nel frattempo si adoperano per cercare un’imbarcazione, facendo barco-stop, e dei compagni per formare una crew (equipaggio), in attesa che i venti Alisei li spingano dall’altra parte dell’oceano.
La ricerca richiede numerosi giorni, gli annunci vengono affissi finanche nelle lavanderie dell’isola, oltre che nelle capitanerie, nei luoghi frequentati da naviganti, nei pub. Il desiderio di navigare è fortissimo, non sanno ancora cosa li attende e come muterà il mondo da lì a qualche giorno. Continua la ricerca, tanti gli armatori ascoltati, con la speranza di poter essere scelti come equipaggio.
Marco e Andrea decidono di trasferirsi in una piccola barca a vela nella Marina di San Miguel, un pittoresco comune posto nella zona sud di Tenerife, le cui origini risalgono al Menceyato di Abona, una delle nove demarcazioni territoriali in cui i guanci (i primi abitatori delle isole Canarie) avevano diviso l’isola di Tenerife nelle isole Canarie, al momento della conquista della Corona di Castiglia nel XV secolo. È sempre stato un luogo caratterizzato dalla bellezza e dalla tranquillità e per la varietà di angoli davvero incantevoli. Lì studiano tutto il giorno tutti i giorni, fermandosi solo per i festeggiamenti di Natale e di Capodanno. A inizio gennaio (giorno 18 per l’esattezza) lì attendono alcuni esami per il conseguimento di alcune importanti certificazioni nautiche.
Un bel giorno di sole, durante la loro permanenza a Tenerife, mentre i due sono in macchina apprendono alla radio di un virus che sta investendo e travolgendo le sorti di un paese in forte espansione, la Cina, ma sono ancora ignari di come un focolaio epidemico possa investire l’intero pianeta, trasformandosi da lì a poco in un evento pandemico.
Nonostante il desiderio espresso la notte di Capodanno, gli astri per loro non si sono allineati; non sono riusciti a trovare ancora un’imbarcazione e, per di più, gli alisei (venti che soffiano da nord-est a sud-ovest) cominciano a soffiare molto forte, formando delle vere e proprie tempeste che rendono per niente favorevoli le condizioni di navigazione.
I due, dispiaciuti e seccati per non aver potuto intraprendere il loro viaggio, decidono quindi di fare un cambio di strategia, dunque pianificare un volo che li avrebbe condotti a Martinique (in italiano Martinica), un’isola delle Antille, dipartimento d’oltremare francese, fra il Mar dei Caraibi e l’Atlantico dove il sole dei tropici ne fa l’isola dell’eterna estate. Spiagge di sabbia nera a nord e di sabbia dorata a sud li attendono. L’ascesa della montagna Pelée è un’attività che lascia il segno, i fondali marini un invito a tuffarsi in acque cristalline. Isole variopinte, banchi dei mercati colorati dai profumi forti e ritmi della musica delle Antille: qui la magia creola prende vita. Marco e Andrea non vogliono perdere la possibilità di lavorare durante la stagione caraibica che, da lì a poco, avrebbe raggiunto il suo apice.
Tre giorni dopo eccoli pronti a salire su un aereo che da Tenerife li avrebbe condotti oltreoceano, attraverso Parigi: la coincidenza dei voli gli impone di alleggerire i bagagli, riducendo al minimo l’indispensabile per un eventuale viaggio che sembrava ormai sfumato.
Giunti a Martinique li attende, a braccia aperte, il sole, il rumquello buono e Benoit “un amico di un’amica conosciuta a Tenerife“, che li conduce presso la sua barca nella Baia di Le Marin, dove alloggiano la stragrande maggioranza delle imbarcazioni, circa mille. Benoit li ha ospitati una settimana, si conoscono e spiega loro come vive, condivide con loro tutto quel poco che possiede.
Ma la vacanza dura poco: dopo circa una settimana Andrea trova lavoro, con un’azienda di charter, poco più a Sud e si reca, con un catamarano, presso il complesso delle Grenadine, un insieme di piccoli isolotti; Marco invece rimane a Martinique e viene colto da una febbre tropicale trasmessa per mezzo di una puntura di zanzara, la Dengue. Nel mentre anche lì si comincia a sentir parlare di Covid-19, ma viene percepita come una cosa distante. Marco, preoccupato contatta un amico in Italia, un giovane medico che inizialmente lo tranquillizza e cerca di capire la sintomatologia, poi gli consiglia di recarsi in ospedale per fare il test del tampone al fine di escludere l’ipotesi coronavirus. Marco recupera nel giro di qualche giorno le normali condizioni e si informa su nuove opportunità di lavoro.
Andrea torna dall’esperienza di lavoro vissuta alle Grenadine e insieme si trasferiscono da Fernanda, una signora di origine portoghese, che gli dà alloggio presso la sua abitazione; dopo pochi giorni dal rientro di Andrea l’emergenza covid sembra che stia per esplodere anche lì, a tal punto che un aereo di italiani proveniente dall’Italia (che in quelle settimane contava già numerose vittime, soprattutto nelle regioni del nord Italia) viene assaltato dai Marteniquensi per evitare che i turisti scendano a terra.
In Europa non sono pochi i paesi che iniziano a chiudere le proprie frontiere, annullando le prenotazioni in entrata, chiudono le strutture ricettive; insomma ci si rende conto che la situazione è seria (siamo temporalmente giunti tra fine febbraio e i primissimi di marzo). E lo diventerà per l’intero pianeta. A Marco e Andrea scrivono alcuni titolari di attività del settore nautico per annullare piccoli incarichi di lavoro che i due si erano procurati nelle settimane precedenti. “Ci siamo sentiti un pò come quei fratelli che giungono sulle nostre coste dal mare, come tutte quelle povere persone che vogliono entrare in Europa e non gli viene consentito”, scrive Marco in un messaggio whatsapp.
Temporalmente ci troviamo alla prima settimana di marzo, data in cui Andrea trova un annuncio di una coppia di spagnoli che ha in programma di navigare verso sud, seguendo la traiettoria delle Antille per giungere a Tobago Cays (un gruppo di cinque isolotti disabitati nelle Antille, situate tra il Mar dei Caraibi e l’Oceano Atlantico). Marco e Andrea li contattano e decidono di fare un “match”, un incontro con loro: “Saliamo a bordo di Nudi, uno Swan 54, è incredibile” affermano Marco e Andrea che sentiamo telefonicamente qualche giorno prima di salpare. Euforici.
Swan 54 è un puro cruiser di acque blu, concepita per essere la barca perfetta per vivere a lungo a bordo, per godersi le migliori posizioni di crociera in tutto il mondo. È veloce e potente in ogni condizione, dando allo stesso tempo un pieno senso di sicurezza. La navigazione sullo Swan 54 è pura gioia.
Il piano di navigazione, prima di imbattersi nelle profonde acque dell’Atlantico, è il seguente: da Martinique rotta per Le Grenadine, poi verso Aruba, l’isola felice dei Caraibi (tra le sue spiagge da sogno una delle più famose è Palm Beach), e ancora su Bonaire, Curacao, la costa Colombiana, e ancora San Blas , un arcipelago panamense al largo della costa nord dell’istmo di Panama e a est del canale di Panama. Famosa zona velica, sono rinomate per la loro bellezza e l’assenza di uragani
E’ l’alba dell’11 marzo 2020, un mercoledì, i raggi del sole si specchiano nel blu delle acque di Martinique; l’equipaggio è gasatissimo, attento, curioso, desideroso di spiegare le vele, di prendere il largo.
Partiti! Prima sosta Santa Lucia, isola poco più a sud di Martinique dove trovano un clima di seria preoccupazione circa l’emergenza covid, che sta mettendo seriamente a repentaglio le sorti del turismo e di tutte le attività di quelle zone del mondo.
L’arrivo è stato complicato, hanno misurato la temperatura all’intero equipaggio e la chiusura dell’isola è imminente. L’arcipelago caraibico è formato da molte isole, diverse tra loro per popolazione, lingua e dipendenza governativa. A questo punto è necessario scegliere dove rimanere confinati. Scelgono Dominica, appartenente all’arcipelago delle Piccole Antille, l’isola è situata a metà strada tra le isole della Guadalupa e della Martinica; Nudi (l’imbarcazione) era già stata lì. Un paradiso tropicale indipendente, tranquillo, sicuro e relativamente economico.
Navigano per raggiungere la Baia di Portsmouth (Dominica) dove ancorano senza grandi problemi, ma due giorni dopo il loro arrivo chiudono le frontiere anche lì e non lasciano entrare nuove imbarcazioni. Se le prime 48 ore sono apparse tranquille, ore in cui i membri dello Swan 54 hanno frequentato la spiaggia e si sono rifocillati presso i tipici chiringuitos (particolare chiosco per la vendita di alimenti e bibite), dopo qualche giorno la situazione è mutata ed è cominciato il confinamento, cioè non è più permesso scendere dall’imbarcazione. Li abbiamo sentiti telefonicamente “non ci lamentiamo perché, nonostante siamo confinati in una barca di 54 piedi abbiamo il mare per tuffarci e un tramonto meraviglioso che accompagna la fine delle nostre giornate, abbiamo una buona cambusa e mal che vada li non ci mancherà né il pesce né la frutta e la verdura fresca. Abbiamo persino il Rum!
Giorno dopo giorno inizia a crearsi una piccola comunità tra i componenti degli equipaggi delle 39 barche lì ormeggiate e alcuni membri di associazioni che gestiscono le boe dove le imbarcazioni sono ancorate; in particolar modo con il pays, una delle tante associazioni. I ritmi di Portsmouth sono completamente diversi dal giorno in cui i ragazzi sono arrivati; a loro è permesso solo nuotare e raggiungere la spiaggia nella speranza che vi sia la connessione ad internet in uno dei tanti chiringuitos. In questo clima di tensione si creano due canali Radio che trasmettono dei bollettini giornalieri della situazione covid: canale 72 gestita dal gruppo di statunitensi e canale 68, la mitica Radio Jetlag per coloro che parlano lo spagnolo e il francese. Servono a scambiarsi informazioni sul Covid, sulle condizioni metereologiche, informazioni su chi arriva e chi parte, su come ricevere eventuali aiuti alimentari e di ordine sanitario.
Nel frattempo, Marco e Andrea, continuano a ricevere informazioni poco confortanti dall’Europa. Famiglia, Amici e i mezzi stampa preoccupano l’equipaggio di Nudi. I ragazzi sprofondano nuovamente in un clima di incertezza e titubanza. Leggiamo in un loro messaggio whatsapp “ci troviamo in un limbo, ci sentiamo sospesi; da una parte lontani dal disastro che ha invaso la nostra terra, la Sicilia, l’Italia, l’Europa, dall’altra ancora più distanti dall’itinerario iniziale; siamo coscienti del fatto che l’avventura difficilmente può avanzare perché tutti i Caraibi si trovano in lockdown.”
Sono rimasti nella baia di Portsmouth due mesi. Uscire da Dominica significava non potere più rientrare, attraccare. Per di più molti paesi limitrofi all’arcipelago caraibico erano chiusi e un rimpatrio via aereo si presentava come un’odissea. Continuare a viaggiare per mare, cambiare isola dopo isola non era un’opzione vincente, “avremmo dovuto effettuare la quarantena in ciascuna isola, sarebbe stato davvero indaginoso. In questa circostanza, attraversare l’Atlantico a vele spiegate non diventa più soltanto un forte desiderio, ma il modo più celere per rientrare a casa.”
A questo punto Marco e Andrea decidono di offrirsi come componenti di un equipaggio per rientrare, spargendo la voce nella comunità di barche che si era creata.
Una delle barche ancorate nella baia di Portsmouth “CMR”, con tre simpaticissimi catalani a bordo, sarebbe salpata per rientrare a Barcellona da lì a poco. Un equipaggio formato da 5 componenti è meglio che da 3 quando ad attenderti ci sono circa 30 giorni di navigazione nel mezzo dell’oceano Atlantico.

Manovrare, rimanere di guardia sul ponte durante la notte

Manovrare, rimanere di guardia sul ponte durante la notte, cucinare, organizzare le vele risulta più leggero se i compiti vengono equamente divisi tra 5 componenti, invece che 3. “E soprattutto serviva collaborazione per terminare tutte le bottiglie dell’ottimo Cava catalano prodotto da Capitan Charly! – scrive Marco in un messaggio –
Giorno 14 maggio abbiamo organizzato una festa di addio dove gli altri equipaggi ci hanno salutato, è stato emozionantissimo; uno dei momenti più belli è stato il saluto dei tenderini che hanno iniziato a girare attorno alla nostra imbarcazione, tipico saluto di chi sa cosa ti attende. Non una vacanza, ma un viaggio con numerosi rischi”.
La speranza è ultima a morire e quello che era nato come un desiderio, come un sogno diventa oggi una necessità, attraversare l’Atlantico settentrionale in barca a vela per rientrare a casa.

Lascia la boa di Dominica

Venerdì 15 maggio, l’equipaggio costituito da Marco, Andrea, Capitan Charly, Oriol e Silvia, a bordo della CMR, lascia la boa di Dominica e prende il largo, accompagnata dal suono delle cornamuse delle imbarcazioni attigue (che generalmente si usano quando c’è nebbia). Rotta verso Guadalupa, territorio d’oltremare francese dalla forma simile a una farfalla, situata nel sud del Mar dei Caraibi.
Lì riescono ad ancorare in prossimità di una spiaggia, dove pernottano due notti e si radunano con altre tre imbarcazioni battenti bandiera spagnola che devono eseguire la loro stessa traversata; “nel vastissimo mare oceanico è impossibile trovarsi, perché ogni barca fa la sua rotta con la propria andatura. Sapere  che c’è qualcuno che fa la tua stessa traversata ti tranquillizza parecchio”.
Carte nautiche alla mano, da Guadalupa a vele spiegate si punta il compasso sulle Azzorre, un arcipelago di origine vulcanica situato nell’oceano Atlantico settentrionale che costituisce una delle due regioni autonome del Portogallo, 38°30′N 28°00′W.
“Quello che abbiamo imparato e analizzato durante questa traversata – mi trasmettono Marco e Andrea in un vocale whatsapp – è il concetto del ‘qui adesso’, sentirsi in mezzo al nulla e nel contempo pieno di sensazioni, di emozioni. Si crea una nuova forma di vita, un nuovo concetto di tempo e di spazio, una nuova forma di convivenza, è incredibile creare il cibo, bere buon vino, cucinare in questo vuoto. Tutto ciò non è un viaggio, bensì uno stato mentale. Si è distanti da tutto, dal concetto di urbanizzazione, dal concetto di città paese, dalla terra ferma però ‘sigue siendo vida’, resta esistenza, il concetto dell’esistenza che si riduce nel qui adesso; questa è la sintesi dell’esistere, della vita. Generalmente noi leghiamo il concetto dell’esistenza ai nostri impegni, alle nostre scadenze, alle nostre relazioni mentre durante una traversata guardi il gps, guardi l’orizzonte e scopri di essere nel nulla, in un deserto d’acqua, che è il tutto, è la vita. E’ un viaggio dentro sé stessi. Il vero concetto di esistenza è scoprire sé stessi quanto più in profondità.
Un pò di vento di bonaccia ci ha fatto allungare il percorso e la bonaccia l’abbiamo temuta più delle tempeste e del mal tempo. Lo sballottamento dentro l’imbarcazione, durante una tempesta, ti dà la sensazione di muoverti, di avvicinamento a casa. La bonaccia ti dà invece la stasi, fermo, in quel momento riesci a sentire anche il ticchettio dell’orologio e devi essere bravo a non pensare, a mantenere la calma,
il concetto di giorno si annulla, hai un orologio ma non segna esattamente le ore che stai vivendo, vivi in un non tempo, devi imparare a razionare il cibo, a nutrirti di un solo pasto, l‘ambiente circostante è molto gradevole e sereno, e abbiamo battezzato allegramente la nostra dieta transatlantica.
Il primo ostacolo inatteso giunge al sedicesimo giorno di viaggio: il dissalatore (strumento utile a produrre acqua dolce in barca) decide di abbandonarci a metà viaggio con la tanica dell’acqua dolce completamente vacante. Ci sono voluti 2 giorni per ripararlo ma alla fine abbiamo celebrato con una doccia ciascuno. Ieri (9 giugno) siamo arrivati a Faial (un’isola dell’arcipelago delle Azzorre chiamata Ilha Azul, l'”isola azzurra”, dal poeta Raul Brandão a causa della grande quantità di ortensie presenti sull’isola)
e, un pò come gli antichi abbiamo urlato TERRAAAAAA TERRAAAAAA, l’abbiamo vista ed è stato bellissimo; abbiamo però trovato la frontiera chiusa ma un’inattesa e amabile accoglienza con la possibilità di ancorare nella bocana (piccolo pezzo di mare di fronte al porto dove poter ancorare per tempi brevi) del porto di Horta, piccolo comune dell’isola di Fajal, per riposare e fare cambusa, riparare una vela, fare rifornimento.”
Sono le ore 13:15 del 10 giugno quando ricevo una mail da Andrea “in questo momento, mi prendo una pausa per scriverti mentre stiamo preparando la barca per ripartire domani mattina; prossima tappa Càdiz (8-9 giorni di navigazione), la più antica città fondata nell’occidente dell’area mediterranea dai Fenici nell’XI secolo a.C., da lì attraverseremo lo stretto di Gibilterra per poi rimontare lungo la costa Dorada (linea costiera della provincia di Tarragona, zona ad alta vocazione turistica, grazie alle sue spiagge come Las Playas de el Vendrell) fino alla nostra meta, Barcellona, Port Balis, dove ci aspetta una festa di accoglienza. Il meteo sembrerebbe essere a nostro favore per cui calcoliamo di arrivare intorno al 23 giugno.”
Una volta giunti in Europa, a Barcellona, l’avventura per Andrea e Marco continuerà sino a Palermo, dove prevedono di arrivare intorno alla metà di luglio. Continua…
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