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Marco e Andrea vincono l’oceano ai tempi del coronavirus

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Marco e Andrea, 38 anni lui 37 lei, compagni di vita da 8; Complici in tutto, li accomuna una forte passione per il mare, per la navigazione, per la scoperta. Sono loro i protagonisti di questo viaggio che inizia i primissimi giorni di Novembre, quando il loro progetto di attraversare l’oceano Atlantico in barca a vela si concretizza dopo circa due anni di studio e pianificazione.
Marco e Andrea
Partendo dall’Europa vogliono raggiungere le isole Caraibiche, luogo in cui vorrebbero esplorare e lavorare nel settore nautico, cosa che già fanno nei mesi estivi a Palermo con l’organizzazione no-profit “Lisca Bianca“, il cui obiettivo iniziale è stato quello di favorire l’inclusione sociale e lavorativa di giovani svantaggiati, attraverso il restauro di una delle imbarcazioni simbolo della cultura mediterranea nel mondo, LiscaBianca. Oggi, il progetto “Lisca Bianca, navigare nell’inclusione” promuove l’integrazione dell’area della disabilità con quella del disagio giovanile strutturando forme di sperimentazione in cui solidarietà, ambiente, navigazione, occupazione, reinvenzione dei saperi possano dar luogo a “cantieri” e “officine” collaborative.
Marco e Andrea danno il via al loro viaggio partendo da Palermo direzione Barcellona; lì Andrea ha incontrato e salutato la famiglia e i nipoti. Successivamente approdano a Tenerife, incantevole isola vulcanica, dominata dal monte Teide (il terzo vulcano più grande del mondo), la più grande delle Canarie, nota per le spiagge, i resort e la vita notturna; toccano la sabbia bianca dell’isola i primissimi giorni di Dicembre. Ne restano affascinati, e iniziano a immergersi nelle meraviglie del luogo, si adoperano per seguire numerosi corsi, acquisire conoscenze relative il mondo della navigazione, acquisire tutte le certificazioni necessarie della RYA (Royal Yachting Association), oltre quelle già in loro possesso, per intraprendere in sicurezza la traversata transatlantica: Marco si forma come yacht master (abilita alla conduzione di grandi imbarcazioni), Andrea come competent crew (equipaggio esperto) in una scuola di Tenerife, la Sailing Canary.
Nel frattempo si adoperano per cercare un’imbarcazione, facendo barco-stop, e dei compagni per formare una crew (equipaggio), in attesa che i venti Alisei li spingano dall’altra parte dell’oceano.
La ricerca richiede numerosi giorni, gli annunci vengono affissi finanche nelle lavanderie dell’isola, oltre che nelle capitanerie, nei luoghi frequentati da naviganti, nei pub. Il desiderio di navigare è fortissimo, non sanno ancora cosa li attende e come muterà il mondo da lì a qualche giorno. Continua la ricerca, tanti gli armatori ascoltati, con la speranza di poter essere scelti come equipaggio.
Marco e Andrea decidono di trasferirsi in una piccola barca a vela nella Marina di San Miguel, un pittoresco comune posto nella zona sud di Tenerife, le cui origini risalgono al Menceyato di Abona, una delle nove demarcazioni territoriali in cui i guanci (i primi abitatori delle isole Canarie) avevano diviso l’isola di Tenerife nelle isole Canarie, al momento della conquista della Corona di Castiglia nel XV secolo. È sempre stato un luogo caratterizzato dalla bellezza e dalla tranquillità e per la varietà di angoli davvero incantevoli. Lì studiano tutto il giorno tutti i giorni, fermandosi solo per i festeggiamenti di Natale e di Capodanno. A inizio gennaio (giorno 18 per l’esattezza) lì attendono alcuni esami per il conseguimento di alcune importanti certificazioni nautiche.
Un bel giorno di sole, durante la loro permanenza a Tenerife, mentre i due sono in macchina apprendono alla radio di un virus che sta investendo e travolgendo le sorti di un paese in forte espansione, la Cina, ma sono ancora ignari di come un focolaio epidemico possa investire l’intero pianeta, trasformandosi da lì a poco in un evento pandemico.
Nonostante il desiderio espresso la notte di Capodanno, gli astri per loro non si sono allineati; non sono riusciti a trovare ancora un’imbarcazione e, per di più, gli alisei (venti che soffiano da nord-est a sud-ovest) cominciano a soffiare molto forte, formando delle vere e proprie tempeste che rendono per niente favorevoli le condizioni di navigazione.
I due, dispiaciuti e seccati per non aver potuto intraprendere il loro viaggio, decidono quindi di fare un cambio di strategia, dunque pianificare un volo che li avrebbe condotti a Martinique (in italiano Martinica), un’isola delle Antille, dipartimento d’oltremare francese, fra il Mar dei Caraibi e l’Atlantico dove il sole dei tropici ne fa l’isola dell’eterna estate. Spiagge di sabbia nera a nord e di sabbia dorata a sud li attendono. L’ascesa della montagna Pelée è un’attività che lascia il segno, i fondali marini un invito a tuffarsi in acque cristalline. Isole variopinte, banchi dei mercati colorati dai profumi forti e ritmi della musica delle Antille: qui la magia creola prende vita. Marco e Andrea non vogliono perdere la possibilità di lavorare durante la stagione caraibica che, da lì a poco, avrebbe raggiunto il suo apice.
Tre giorni dopo eccoli pronti a salire su un aereo che da Tenerife li avrebbe condotti oltreoceano, attraverso Parigi: la coincidenza dei voli gli impone di alleggerire i bagagli, riducendo al minimo l’indispensabile per un eventuale viaggio che sembrava ormai sfumato.
Giunti a Martinique li attende, a braccia aperte, il sole, il rumquello buono e Benoit “un amico di un’amica conosciuta a Tenerife“, che li conduce presso la sua barca nella Baia di Le Marin, dove alloggiano la stragrande maggioranza delle imbarcazioni, circa mille. Benoit li ha ospitati una settimana, si conoscono e spiega loro come vive, condivide con loro tutto quel poco che possiede.
Ma la vacanza dura poco: dopo circa una settimana Andrea trova lavoro, con un’azienda di charter, poco più a Sud e si reca, con un catamarano, presso il complesso delle Grenadine, un insieme di piccoli isolotti; Marco invece rimane a Martinique e viene colto da una febbre tropicale trasmessa per mezzo di una puntura di zanzara, la Dengue. Nel mentre anche lì si comincia a sentir parlare di Covid-19, ma viene percepita come una cosa distante. Marco, preoccupato contatta un amico in Italia, un giovane medico che inizialmente lo tranquillizza e cerca di capire la sintomatologia, poi gli consiglia di recarsi in ospedale per fare il test del tampone al fine di escludere l’ipotesi coronavirus. Marco recupera nel giro di qualche giorno le normali condizioni e si informa su nuove opportunità di lavoro.
Andrea torna dall’esperienza di lavoro vissuta alle Grenadine e insieme si trasferiscono da Fernanda, una signora di origine portoghese, che gli dà alloggio presso la sua abitazione; dopo pochi giorni dal rientro di Andrea l’emergenza covid sembra che stia per esplodere anche lì, a tal punto che un aereo di italiani proveniente dall’Italia (che in quelle settimane contava già numerose vittime, soprattutto nelle regioni del nord Italia) viene assaltato dai Marteniquensi per evitare che i turisti scendano a terra.
In Europa non sono pochi i paesi che iniziano a chiudere le proprie frontiere, annullando le prenotazioni in entrata, chiudono le strutture ricettive; insomma ci si rende conto che la situazione è seria (siamo temporalmente giunti tra fine febbraio e i primissimi di marzo). E lo diventerà per l’intero pianeta. A Marco e Andrea scrivono alcuni titolari di attività del settore nautico per annullare piccoli incarichi di lavoro che i due si erano procurati nelle settimane precedenti. “Ci siamo sentiti un pò come quei fratelli che giungono sulle nostre coste dal mare, come tutte quelle povere persone che vogliono entrare in Europa e non gli viene consentito”, scrive Marco in un messaggio whatsapp.
Temporalmente ci troviamo alla prima settimana di marzo, data in cui Andrea trova un annuncio di una coppia di spagnoli che ha in programma di navigare verso sud, seguendo la traiettoria delle Antille per giungere a Tobago Cays (un gruppo di cinque isolotti disabitati nelle Antille, situate tra il Mar dei Caraibi e l’Oceano Atlantico). Marco e Andrea li contattano e decidono di fare un “match”, un incontro con loro: “Saliamo a bordo di Nudi, uno Swan 54, è incredibile” affermano Marco e Andrea che sentiamo telefonicamente qualche giorno prima di salpare. Euforici.
Swan 54 è un puro cruiser di acque blu, concepita per essere la barca perfetta per vivere a lungo a bordo, per godersi le migliori posizioni di crociera in tutto il mondo. È veloce e potente in ogni condizione, dando allo stesso tempo un pieno senso di sicurezza. La navigazione sullo Swan 54 è pura gioia.
Il piano di navigazione, prima di imbattersi nelle profonde acque dell’Atlantico, è il seguente: da Martinique rotta per Le Grenadine, poi verso Aruba, l’isola felice dei Caraibi (tra le sue spiagge da sogno una delle più famose è Palm Beach), e ancora su Bonaire, Curacao, la costa Colombiana, e ancora San Blas , un arcipelago panamense al largo della costa nord dell’istmo di Panama e a est del canale di Panama. Famosa zona velica, sono rinomate per la loro bellezza e l’assenza di uragani
E’ l’alba dell’11 marzo 2020, un mercoledì, i raggi del sole si specchiano nel blu delle acque di Martinique; l’equipaggio è gasatissimo, attento, curioso, desideroso di spiegare le vele, di prendere il largo.
Partiti! Prima sosta Santa Lucia, isola poco più a sud di Martinique dove trovano un clima di seria preoccupazione circa l’emergenza covid, che sta mettendo seriamente a repentaglio le sorti del turismo e di tutte le attività di quelle zone del mondo.
L’arrivo è stato complicato, hanno misurato la temperatura all’intero equipaggio e la chiusura dell’isola è imminente. L’arcipelago caraibico è formato da molte isole, diverse tra loro per popolazione, lingua e dipendenza governativa. A questo punto è necessario scegliere dove rimanere confinati. Scelgono Dominica, appartenente all’arcipelago delle Piccole Antille, l’isola è situata a metà strada tra le isole della Guadalupa e della Martinica; Nudi (l’imbarcazione) era già stata lì. Un paradiso tropicale indipendente, tranquillo, sicuro e relativamente economico.
Navigano per raggiungere la Baia di Portsmouth (Dominica) dove ancorano senza grandi problemi, ma due giorni dopo il loro arrivo chiudono le frontiere anche lì e non lasciano entrare nuove imbarcazioni. Se le prime 48 ore sono apparse tranquille, ore in cui i membri dello Swan 54 hanno frequentato la spiaggia e si sono rifocillati presso i tipici chiringuitos (particolare chiosco per la vendita di alimenti e bibite), dopo qualche giorno la situazione è mutata ed è cominciato il confinamento, cioè non è più permesso scendere dall’imbarcazione. Li abbiamo sentiti telefonicamente “non ci lamentiamo perché, nonostante siamo confinati in una barca di 54 piedi abbiamo il mare per tuffarci e un tramonto meraviglioso che accompagna la fine delle nostre giornate, abbiamo una buona cambusa e mal che vada li non ci mancherà né il pesce né la frutta e la verdura fresca. Abbiamo persino il Rum!
Giorno dopo giorno inizia a crearsi una piccola comunità tra i componenti degli equipaggi delle 39 barche lì ormeggiate e alcuni membri di associazioni che gestiscono le boe dove le imbarcazioni sono ancorate; in particolar modo con il pays, una delle tante associazioni. I ritmi di Portsmouth sono completamente diversi dal giorno in cui i ragazzi sono arrivati; a loro è permesso solo nuotare e raggiungere la spiaggia nella speranza che vi sia la connessione ad internet in uno dei tanti chiringuitos. In questo clima di tensione si creano due canali Radio che trasmettono dei bollettini giornalieri della situazione covid: canale 72 gestita dal gruppo di statunitensi e canale 68, la mitica Radio Jetlag per coloro che parlano lo spagnolo e il francese. Servono a scambiarsi informazioni sul Covid, sulle condizioni metereologiche, informazioni su chi arriva e chi parte, su come ricevere eventuali aiuti alimentari e di ordine sanitario.
Nel frattempo, Marco e Andrea, continuano a ricevere informazioni poco confortanti dall’Europa. Famiglia, Amici e i mezzi stampa preoccupano l’equipaggio di Nudi. I ragazzi sprofondano nuovamente in un clima di incertezza e titubanza. Leggiamo in un loro messaggio whatsapp “ci troviamo in un limbo, ci sentiamo sospesi; da una parte lontani dal disastro che ha invaso la nostra terra, la Sicilia, l’Italia, l’Europa, dall’altra ancora più distanti dall’itinerario iniziale; siamo coscienti del fatto che l’avventura difficilmente può avanzare perché tutti i Caraibi si trovano in lockdown.”
Sono rimasti nella baia di Portsmouth due mesi. Uscire da Dominica significava non potere più rientrare, attraccare. Per di più molti paesi limitrofi all’arcipelago caraibico erano chiusi e un rimpatrio via aereo si presentava come un’odissea. Continuare a viaggiare per mare, cambiare isola dopo isola non era un’opzione vincente, “avremmo dovuto effettuare la quarantena in ciascuna isola, sarebbe stato davvero indaginoso. In questa circostanza, attraversare l’Atlantico a vele spiegate non diventa più soltanto un forte desiderio, ma il modo più celere per rientrare a casa.”
A questo punto Marco e Andrea decidono di offrirsi come componenti di un equipaggio per rientrare, spargendo la voce nella comunità di barche che si era creata.
Una delle barche ancorate nella baia di Portsmouth “CMR”, con tre simpaticissimi catalani a bordo, sarebbe salpata per rientrare a Barcellona da lì a poco. Un equipaggio formato da 5 componenti è meglio che da 3 quando ad attenderti ci sono circa 30 giorni di navigazione nel mezzo dell’oceano Atlantico.

Manovrare, rimanere di guardia sul ponte durante la notte

Manovrare, rimanere di guardia sul ponte durante la notte, cucinare, organizzare le vele risulta più leggero se i compiti vengono equamente divisi tra 5 componenti, invece che 3. “E soprattutto serviva collaborazione per terminare tutte le bottiglie dell’ottimo Cava catalano prodotto da Capitan Charly! – scrive Marco in un messaggio –
Giorno 14 maggio abbiamo organizzato una festa di addio dove gli altri equipaggi ci hanno salutato, è stato emozionantissimo; uno dei momenti più belli è stato il saluto dei tenderini che hanno iniziato a girare attorno alla nostra imbarcazione, tipico saluto di chi sa cosa ti attende. Non una vacanza, ma un viaggio con numerosi rischi”.
La speranza è ultima a morire e quello che era nato come un desiderio, come un sogno diventa oggi una necessità, attraversare l’Atlantico settentrionale in barca a vela per rientrare a casa.

Lascia la boa di Dominica

Venerdì 15 maggio, l’equipaggio costituito da Marco, Andrea, Capitan Charly, Oriol e Silvia, a bordo della CMR, lascia la boa di Dominica e prende il largo, accompagnata dal suono delle cornamuse delle imbarcazioni attigue (che generalmente si usano quando c’è nebbia). Rotta verso Guadalupa, territorio d’oltremare francese dalla forma simile a una farfalla, situata nel sud del Mar dei Caraibi.
Lì riescono ad ancorare in prossimità di una spiaggia, dove pernottano due notti e si radunano con altre tre imbarcazioni battenti bandiera spagnola che devono eseguire la loro stessa traversata; “nel vastissimo mare oceanico è impossibile trovarsi, perché ogni barca fa la sua rotta con la propria andatura. Sapere  che c’è qualcuno che fa la tua stessa traversata ti tranquillizza parecchio”.
Carte nautiche alla mano, da Guadalupa a vele spiegate si punta il compasso sulle Azzorre, un arcipelago di origine vulcanica situato nell’oceano Atlantico settentrionale che costituisce una delle due regioni autonome del Portogallo, 38°30′N 28°00′W.
“Quello che abbiamo imparato e analizzato durante questa traversata – mi trasmettono Marco e Andrea in un vocale whatsapp – è il concetto del ‘qui adesso’, sentirsi in mezzo al nulla e nel contempo pieno di sensazioni, di emozioni. Si crea una nuova forma di vita, un nuovo concetto di tempo e di spazio, una nuova forma di convivenza, è incredibile creare il cibo, bere buon vino, cucinare in questo vuoto. Tutto ciò non è un viaggio, bensì uno stato mentale. Si è distanti da tutto, dal concetto di urbanizzazione, dal concetto di città paese, dalla terra ferma però ‘sigue siendo vida’, resta esistenza, il concetto dell’esistenza che si riduce nel qui adesso; questa è la sintesi dell’esistere, della vita. Generalmente noi leghiamo il concetto dell’esistenza ai nostri impegni, alle nostre scadenze, alle nostre relazioni mentre durante una traversata guardi il gps, guardi l’orizzonte e scopri di essere nel nulla, in un deserto d’acqua, che è il tutto, è la vita. E’ un viaggio dentro sé stessi. Il vero concetto di esistenza è scoprire sé stessi quanto più in profondità.
Un pò di vento di bonaccia ci ha fatto allungare il percorso e la bonaccia l’abbiamo temuta più delle tempeste e del mal tempo. Lo sballottamento dentro l’imbarcazione, durante una tempesta, ti dà la sensazione di muoverti, di avvicinamento a casa. La bonaccia ti dà invece la stasi, fermo, in quel momento riesci a sentire anche il ticchettio dell’orologio e devi essere bravo a non pensare, a mantenere la calma,
il concetto di giorno si annulla, hai un orologio ma non segna esattamente le ore che stai vivendo, vivi in un non tempo, devi imparare a razionare il cibo, a nutrirti di un solo pasto, l‘ambiente circostante è molto gradevole e sereno, e abbiamo battezzato allegramente la nostra dieta transatlantica.
Il primo ostacolo inatteso giunge al sedicesimo giorno di viaggio: il dissalatore (strumento utile a produrre acqua dolce in barca) decide di abbandonarci a metà viaggio con la tanica dell’acqua dolce completamente vacante. Ci sono voluti 2 giorni per ripararlo ma alla fine abbiamo celebrato con una doccia ciascuno. Ieri (9 giugno) siamo arrivati a Faial (un’isola dell’arcipelago delle Azzorre chiamata Ilha Azul, l'”isola azzurra”, dal poeta Raul Brandão a causa della grande quantità di ortensie presenti sull’isola)
e, un pò come gli antichi abbiamo urlato TERRAAAAAA TERRAAAAAA, l’abbiamo vista ed è stato bellissimo; abbiamo però trovato la frontiera chiusa ma un’inattesa e amabile accoglienza con la possibilità di ancorare nella bocana (piccolo pezzo di mare di fronte al porto dove poter ancorare per tempi brevi) del porto di Horta, piccolo comune dell’isola di Fajal, per riposare e fare cambusa, riparare una vela, fare rifornimento.”
Sono le ore 13:15 del 10 giugno quando ricevo una mail da Andrea “in questo momento, mi prendo una pausa per scriverti mentre stiamo preparando la barca per ripartire domani mattina; prossima tappa Càdiz (8-9 giorni di navigazione), la più antica città fondata nell’occidente dell’area mediterranea dai Fenici nell’XI secolo a.C., da lì attraverseremo lo stretto di Gibilterra per poi rimontare lungo la costa Dorada (linea costiera della provincia di Tarragona, zona ad alta vocazione turistica, grazie alle sue spiagge come Las Playas de el Vendrell) fino alla nostra meta, Barcellona, Port Balis, dove ci aspetta una festa di accoglienza. Il meteo sembrerebbe essere a nostro favore per cui calcoliamo di arrivare intorno al 23 giugno.”
Una volta giunti in Europa, a Barcellona, l’avventura per Andrea e Marco continuerà sino a Palermo, dove prevedono di arrivare intorno alla metà di luglio. Continua…
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Cultura

Borghi dei tesori. Nasce il network di comuni siciliani

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Si presenta il censimento del patrimonio artistico, naturalistico e artigianale dei borghi.  Con Sambuca di Sicilia capofila, partecipazione al bando del MiBaCT “Borghi in Festival”

PALERMO. Sono 42 borghi siciliani sotto i cinquemila abitanti, in qualche caso poco più grandi, sotto i diecimila, di tutte le nove province dell’Isola. Custodi di centinaia di tesori artistici, naturalistici, umani, artigianali che raccontano millenni di storia, dalle testimonianze archeologiche fino al Novecento.

E possono essere una delle risposte alla vita e al turismo post-pandemia. Adesso, consapevoli della necessità di fare sistema, si strutturano in un network sotto l’egida della Fondazione Le Vie dei Tesori, che ha condotto, con la loro collaborazione, un censimento del patrimonio: castelli, abbazie, chiese, miniere, piccoli musei, conventi, osservatori astronomici, siti rupestri, grotte, cave, fari.

Tesori immateriali

Ma anche tesori immateriali: sapienze antiche custodite dagli ultimi artigiani – veri tesori viventi – ricette tradizionali, tradizioni. Insieme, capofila il Comune di Sambuca di Sicilia con la Fondazione Le Vie dei Tesori, hanno partecipato al bando del MiBaCT “Borghi in Festival”, con un progetto che punta alla realizzazione del Festival Le Vie dei Tesori nei sei fine settimana compresi tra il 29 maggio e il 5 luglio con 210 luoghi aperti, 70 esperienze collaterali, e il coinvolgimento di 500 giovani del territorio, adeguatamente formati. Ma la Fondazione e i 42 Comuni hanno anche scelto di strutturarsi – oltre la partecipazione al bando per il Festival – in modo stabile per portare avanti politiche di rigenerazione, valorizzazione, lotta allo spopolamento.

La presentazione del progetto

Il progetto sarà presentato con una conferenza stampa in streaming sulla piattaforma Zoom, venerdì 26 febbraio alle 11. Partecipano l’assessore regionale alla Formazione e all’Istruzione Roberto Lagalla; il presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori, Laura Anello; Giuseppe Cacioppo, vicesindaco di Sambuca, comune capofila del progetto presentato al Mibact; sindaci e amministratori di tutti i 42 comuni coinvolti. Verrà divulgata la mappa dei tesori censiti.

La foto è tratta da: https://catania.liveuniversity.it/2019/12/06/borghi-sicilia-mappa-da-visitare/

Il link per partecipare alla conferenza stampa

https://us02web.zoom.us/j/86828857198?pwd=bHEzZWMyNEcxckdvcEo2NXJYWlF3 QT09

ID riunione: 868 2885 7198 | Passcode: 137511

Ufficio stampa Fondazione Le Vie dei Tesori

Simonetta Trovato per Porta Felice srl: 333.5289457

simonettatrovato@gmail.com

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Cinema

Il gigantesco scandalo sanitario romeno in un doc.

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S’intitola Collective ed è meritatamente entrato nelle short list degli Academy Awards 2021. Presentato al Festival di Venezia nel 2019, in due anni ha raggiunto grande popolarità, dimostrandosi addirittura predittivo.

Lo Stato non aveva mai finanziato un film ad Alexander Nanau. Non la storia di un senzatetto di Bucharest intitolata The World According to Ion B., né Toto And His Sisters su dei giovani nelle baraccopoli. Ha dovuto trovare i fondi all’estero. “Perché dovremmo sovvenzionare un documentario che mostra una pessima immagine del nostro Paese?”, è stata la risposta. Ora in quel Paese, la Romania, sta cambiando tutto e Collective, disponibile in Italia sulla piattaforma IWonderfull, ha ricevuto il sostegno statale, anche se mostra e racconta al mondo uno scandalo gigantesco, di proporzioni così immense da atterrire gli spettatori.

La storia

La storia raccontata è quella che parte da un incendio in un club chiamato Colectiv. Non è a norma, e già non è chiaro perché non lo sia come mai i vigili del fuoco non ne siano informati. I pochi sopravvissuti con diverse ustioni arrivano in ospedali in teoria attrezzati e cominciano a morire a un tasso superiore a ogni media. La questione diventa sempre più grande e Alexander Nanau si attiva, decide di trovare i fondi (HBO Europe, nel caso specifico, mette la prima parte di denaro utile a partire), crea un suo team investigativo e iniziare a ricostruire che cosa stia accadendo. Succede anche che, per la prima volta dal 1989, così tante persone scendano in piazza a protestare, dopo la scoperta che i flaconi di disinfettante usati negli ospedali contengono solo il 10% di disinfettante. Qualcuno ci ha mangiato sopra e la gente nuore. Contemporaneamente un reporter di un giornale sportivo comincia a indagare.

La Romania è una democrazia giovane e il giornalista Cătălin Tolontan, già noto per aver fatto dimettere un paio di Ministri dello Sport con le sue inchieste dure, decide di allargare il raggio d’azione e indagare sulla questione dei flaconi diluiti fino al 10%. E proprio il fatto di essere un reporter di un giornale sportivo inizialmente lo aiuta parecchio: lui e il suo team non sono percepiti come una grande minaccia. Nanau contatta Tolontan dopo i primi articoli per capire come collaborare, benché in origine non volesse una troupe in redazione per proteggere sia i testimoni sia il lavoro. Con il tempo, tuttavia, nasce una fiducia reciproca. E qui il documentario svolta, perché la troupe di Collective è sempre dove deve essere nel momento giusto. Gli eventi non sono mai raccontati, ma li vediamo accadere: “Ci avvertivano per tempo”, ha spiegato Alexander Nanau. “Ci dicevano quando erano a un punto cruciale, perché anche loro volevano che l’indagine fosse filmata, così da allargarne le proporzioni”.

Alla fine Collective svela l’intero sistema corrotto, a partire da uno scandalo sanitario fino al governo, che è costretto a dimettersi in massa per far spazio a uno tecnico. E il documentario fa un ulteriore balzo in avanti: il nuovo esecutivo capisce che, forse, avere una troupe vicino può aiutare la trasparenza che tanto ha sbandierato. Così, da un certo punto in poi, la troupe di Alexander Nanau segue non solo i giornalisti, ma anche il Ministro della Salute appena nominato. Ci sono telefonate incredibili, momenti che solitamente sentiamo ricostruiti e scoperte in tempo reale di eventi terribili. Per riuscirci al regista è bastato chiedere un incontro con il nuovo capo del dicastero già una settimana dopo l’insediamento, e ha avuto la fortuna di beneficiare “di una piccola finestra in cui la società non era in mano ai populisti e ai corrotti”dice sempre lui. “Penso sia comunque incredibile che giornalisti, gole profonde e Ministri della Salute abbiano avuto il coraggio di lasciare che li seguissimo costantemente”.

Festival di Venezia

Presentato a Venezia nel 2019, Collective ha girato il mondo per due anni ed è diventato sempre più attuale. Già mentre lo giravano infatti, con Donald Trump e la Brexit sullo sfondo, era chiaro che questa storia di populismo arrogante sarebbe stata capace di risuonare in ogni paese. Poi, con l’enfatizzarsi delle tensioni americane, con lo tsunami della pandemia e i problemi sanitari, il documentario di Alexander Nanau è diventato una metafora del pianeta: il mondo vede che cosa può accadere quando la corruzione si fa sistema. A Bucarest e dintorni, in seguito all’uscita di Collective, sempre più gole profonde hanno iniziato a farsi sentire, come non mai. E anche se il film si chiude con la nuova vittoria dei populisti e il trionfo della corruzione su un governo onesto, ciò che è successo dopo è un aumento esponenziale delle migrazioni, che hanno reso la Romania il paese con più espatri dopo la Syria. E anche le proteste si sono decuplicate.

“Chi è rimasto, in particolare i giovani imprenditori, si sono messi insieme per iniziative civili. Hanno costruito un ospedale. Ora ci stiamo riprendendo, e ci siamo anche liberati del governo corrotto”. Sempre il regista Nanau spiega una cosa fondamentale che ha imparato girando il documentario: “Farlo mi ha permesso di crescere e di realizzare quanto la natura umana sia marcia. Lo leggi nei romanzi, nella Bibbia, e lo vedi nei film, ma certi abissi… anche nelle nazioni cosiddette sviluppate…. Per me è stata un’epifania”. (Fonte:https://www.wired.it/play/cinema/2021/02/20/collective-scandalo-sanitario-romeno-documentario-oscar/)

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In Evidenza

Un anno esatto dall’inizio della pandemia di covid-19

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Dodici mesi esatti sono trascorsi dalla sera del 20 febbraio 2020, quando all’ospedale di Codogno arrivò il risultato del tampone fatto a Mattia Maestri: il 38enne ricercatore di una multinazionale con base a Casalpusterlengo risultò positivo al Sars-CoV2 trasformandosi in un attimo nel paziente 1.

La sera del 20 febbraio scorso a Codogno arriva il paziente 1

Dall’inizio dell’epidemia in Italia il Covid ha falciato 95.486 vite, di cui 326 camici bianchi, gli ultimi due medici di famiglia di Ivrea e Verona. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio inviato in occasione della celebrazione alla Federazione nazionale degli Ordini dei medici ha rivolto “a nome di tutti gli italiani, un saluto riconoscente a tutto il personale sanitario”, oltre che la “commossa vicinanza ai familiari dei caduti per la salvaguardia della salute di tutti”. E ha sottolineato che “il sistema sanitario nazionale, pur tra le tante difficoltà, sta fronteggiando una prova senza precedenti e si dimostra più che mai un patrimonio da preservare e su cui investire, a tutela dell’intera collettività”.

Cominciò così un anno fa. All’inizio la Cina sembrava lontana migliaia di chilometri e Wuhan era sconosciuta ai più. Poi scoprimmo che il virus era ormai dentro casa nostra.

 

C’era una volta il paziente 1…

Ecco il testo pubblicato dall’ansa 1 anno fa….

ANSA, 21 febbraio 2020

“Un 38enne ricoverato all’ospedale di Codogno, nel milanese, è risultato positivo al test del Coronavirus. “Sono in corso le controanalisi a cura dell’Istituto Superiore di Sanità”, ha detto l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera aggiungendo che l’italiano “è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno i cui accessi al Pronto Soccorso e le cui attività programmate, a livello cautelativo, sono attualmente interrotti”. L’uomo si è presentato giovedì al pronto soccorso dell’ospedale di Codogno, nel Lodigiano. Al momento le autorità sanitarie stanno ricostruendo i suoi spostamenti. “Le persone che sono state a contatto con il paziente – ha aggiunto l’assessore – sono in fase di individuazione e sottoposte a controlli specifici e alle misure necessarie”. Una conferenza stampa è prevista per la mattina di venerdì 21 febbraio, ad un orario che sarà comunicato in seguito.

LA STORIA DELLA DOTTORESSA CHE PER PRIMA VISITO’ IL PAZIENTE 1‘Il gioco di squadra ci salvò’

Da quando, la mattina del 20 febbraio dell’anno scorso, si è ritrovata in reparto quell’uomo che qualche ora dopo sarebbe diventato Paziente 1, cioè il primo caso di Coronavirus accertato in Italia, ha capito che “non si può avere sempre la situazione sotto controllo. Io che sono metodica e ho sempre programmato tutto, ho capito che nella vita le cose possono cambiare da un momento all’altro, tutto può essere stravolto e che quindi non bisogna lasciarsi sopraffare ma reagire. E poi che il gioco di squadra paga sempre”. Ha insegnato anche questo a Laura Ricevuti, medico dell’ospedale di Codogno, in servizio quel giorno di un anno fa quando è stato scoperto ufficialmente che da Wuhan era arrivata quella strana polmonite di cui poco si sapeva. La dottoressa, 45 anni, è stata, assieme alla collega rianimatrice Annalisa Malara, la prima a seguire Mattia Maestri inizialmente ricoverato nel reparto di medicina dove lei era di turno. Di quei momenti ricorda “la grande preoccupazione per questo paziente giovane, sportivo che peggiorava rapidamente. Prima che venisse intubato gli avevo somministrato ossigeno ad alto flusso e poi l’ho inviato a fare la Tac”. Da lì la storia è nota: la moglie che racconta quel che lui aveva omesso di dire, e cioè di una tavolata con amici e colleghi tra cui uno rientrato dalla Cina (poi risultato negato al Covid), e l’intuizione delle due dottoresse, complici anche gli esami di laboratorio, di forzare i protocolli e infine il tampone dall’esito infausto.

Laura Ricevuti, Annalisa Malara: medico del reparto di Medicina dell’ospedale di Codogno la prima, anestesista nello stesso ospedale la seconda. L’anestesista cremonese Malara è stata la prima a intuire che il paziente uno, Mattia Maestri, ricoverato a febbraio nell’ospedale di Codogno, era affetto da coronavirus, e Laura Ricevuti è uno dei medici che l’ha curato.

“Da un lato non ci credevo perché, come molti, pensavo che la Cina era lontana e quindi che difficilmente il virus ci avrebbe colpito, dall’altro è cominciata a crescere la preoccupazione. Ho avuto paura anche per me stessa, in quanto quella mattina visitavo solo con mascherina e guanti”. Solo dopo aver disposto il primo tampone, quello di Mattia Maestri, in quel piccolo ospedale della Bassa Lodigiana sono scattate le misure di sicurezza e sono stati distribuiti i dispositivi di protezione. “In quegli attimi pensavo a me e alla mia famiglia, al pericolo per i malati ricoverati e per i loro parenti e al personale spaventato quanto me”. In molti si sono presto ammalati “e anch’io sono uscita dai giochi subito. Avevo la febbre. Prima sono stata da sola e ‘disperata’ nell’appartamento che ho preso in affitto a Codogno, poi sono stata ricoverata in isolamento nel reparto di malattie infettive del San Matteo di Pavia, la mia città.” Laura Ricevuti non nega “la paura, anzi il terrore di finire intubata in rianimazione o di poter contagiare i suoi famigliari. L’ho presa davvero male”. Riguardando indietro, ritiene “di aver fatto tutto il possibile per quel paziente. Ho seguito il percorso giusto e in tempi rapidi – dice – e ritengo che sia stato fatto un perfetto lavoro di équipe. Insomma la catena ha funzionato!” Però, e parla “con il senno di poi”, avrebbe potuto essere “un po’ meno disperata e stressata e più positiva. Ma questa – ammette – è una malattia anche alienate, disumanizzante”. Qualsiasi contatto fisico è vietato. “Mi mancano gli abbracci: essere abbracciata e abbracciare”.

Un anno dall’inizio della pandemia in fotografie….

A Codogno e in altri 9 paesi viene istituita la prima zona rossa: i carabinieri controllano ingressi e uscite dal paese lombardo

AP Photo/Antonio Calanni

Il 22 febbraio, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli tiene la sua prima conferenza stampa. L’appuntamento delle 18 con il bollettino dei contagi diventerà una delle tappe quotidiane per comprendere l’andamento dell’epidemia

Fonte LaPresse, foto: Filippo Attili

L’ingresso dell’ospedale di Cremona, con una delle prime tende di triage allestite

Foto Claudio Furlan – LaPresse

L’Italia si mette in coda fuori dai supermercati per fare la spesa, in alcuni giorni si arriva ad aspettare anche un’ora prima di entrare, ci si appresta verso la fase del lockdown.

Foto Claudio Furlan – LaPresse

Si stringono le maglie per visitare i parenti negli ospedali e nelle carceri. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, quando l’indice Rt è stimato addirittura tra 2 e 3 e i contagi (e i decessi) raddoppiano nel giro di tre giorni, arriva il Dpcm che prelude il lockdown: per ora si sceglie di chiudere sostanzialmente tutto in Lombardia e in 14 province del Centro-Nord, quelle più flagellate dal virus: Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia, per un totale di 16 milioni di persone.

Elena Pagliarini viene fotografata da una collega l’8 marzo, a Cremona, addormentata sulla scrivania dopo un turno massacrante. Due giorni dopo scoprirà di essere anche lei positiva al Sars-Cov-2

Il 10 marzo, Alessia Bonari, infermiera in un ospedale di Milano, posta una foto con i segni procurati da mascherina e visiera

Alessia Bonari, infermiera

…chiude l’Italia: l’11 marzo è il giorno del lockdown.

Palermo, foto: Francesco Faraci

Annunciato da un drammatico discorso di Conte in tv, in cui il premier annuncia agli italiani che è il momento “di stare lontani per tornare ad abbracciarci in futuro”, il Dpcm dall’eloquente titolo “Io resto a casa” cambia la vita di tutti gli italiani: non si può uscire se non con la celebre “autocertificazione”, per motivi di lavoro, di salute o per fare la spesa. Tutto il resto è chiuso: negozi, scuole, ristoranti, eventi pubblici di ogni tipo.

 

Il Papa a piedi in una via del Corso spettrale invoca la protezione della Vergine, mentre le vittime sono quasi mille al giorno.

Foto Vatican Media/LaPresse 15 marzo 2020

Le città sono deserte, mentre la corsa dei contagi, nel mesto rito quotidiano del punto stampa in Protezione Civile, non accenna a rallentare. Tra metà e fine marzo è il momento più duro, con la sfilata dei carri dell’esercito carichi di bare a Bergamo…

E’ la foto simbolo della strage nella Bergamasca. La fila di camion dell’Esercito, carichi di bare, attraversa il capoluogo la sera del 18 marzo per trasferire le salme in altre regioni dove i corpi saranno cremati. E’ uno dei momenti più difficili della prima ondata della pandemia

Tanto che il 22 marzo arriva una nuova stretta:  chiuse anche le attività produttive non essenziali o strategiche. Aperti solo alimentari, farmacie, negozi di generi di prima necessità e i servizi essenziali.

Nella Bergamasca il virus miete così tante vittime da riempire gli obitori e da portare alla trasformazione delle chiese in spazi per ospitare le bare

 

Foto Claudio Furlan – LaPresse 28 Marzo 2020 Seriate – Bergamo

Il 27 marzo Papa Francesco prega in una piazza San Pietro deserta per la fine della pandemia: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città”, dice Bergoglio.

Foto Vatican Media/LaPresse 27 marzo 2020

Nessuno può spostarsi da un Comune all’altro se non per comprovate necessità. Il primo aprile arriva un nuovo Dpcm, ancora annunciato dal premier in tv, ma era nell’aria da giorni: il lockdown è prorogato fino al 13 aprile. Il 10 aprile, e anche qui era scontato (sono i giorni del picco di ricoveri in terapia intensiva, oltre 4mila) nuova misura e nuova proroga: il lockdown finirà il 3 maggio. Intanto, finalmente, dal lungo “pianoro” fatto di migliaia di casi e centinaia di morti al giorno si inizia a uscire e inizia la discesa: è il momento di provare a ricominciare.

Milano – foto: Massimo Alberico

Lenzuola appese ai balconi per reagire con speranza e ottimismo alla crisi legata all’epidemia di Coronavirus che sta attraversando il paese.

Il Dpcm del 26 aprile finalmente istituisce la ‘Fase 2’: “Grazie ai sacrifici fin qui fatti – scandisce Conte in diretta – stiamo riuscendo a contenere la diffusione della pandemia e questo è un grande risultato se consideriamo che nella fase più acuta addirittura ci sono stati dei momenti in cui l’epidemia sembrava sfuggire a ogni controllo”. Ora si può andare a trovare i “congiunti” (con l’infinita querelle su cosa si dovesse intendere con questo termine), andare al parco, dal parrucchiere, negli stabilimenti balneari e fare sport individuale liberamente.

E’ il momento della rinascita, che culmina l’11 giugno con un nuovo provvedimento del Presidente del Consiglio, che sancisce l’avvio di fatto della ‘Fase 3’: aperti centri estivi per i bambini, sale giochi, sale scommesse, sale bingo, così come le attività di centri benessere, centri termali, culturali e centri sociali. Riprendono, inoltre, gli spettacoli aperti al pubblico, le sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto, e riparte lo sport professionistico, per ora a livello di allenamenti individuali. Misure che un altro Dpcm il 14 luglio proroga fino alla fine del mese, poi fino al 7 settembre e infine fino al 7 ottobre.

E’ la fase dell’estate pazza, delle discoteche, del ‘non ce n’è coviddi’ che tutta Italia saluta con una risata liberatoria. Che dura poco però. I casi a settembre iniziano a risalire, tornano a superare quota mille e in poche settimane addirittura quota 10mila, peggio che nella prima ondata.

E’ il momento dei nuovi Dpcm: il 13 ottobre si inaugura la seconda ondata: le mascherine sono obbligatorie sia all’aperto che al chiuso, tranne ovviamente che a casa propria. E ancora evitare feste, cene con massimo sei persone, addio al calcetto e teatro e cinema a numero chiuso.

Il 18 ottobre nuova stretta, che he consente ai sindaci di disporre la chiusura di strade e piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, dopo le 21, vieta attività convegnistiche o congressuali, e sagre e fiere di comunità, consente alle scuole superiori di organizzare attività di didattica a distanza e alle Università di organizzare le proprie attività in base alla situazione epidemiologica del territorio.

Ma il virus non aspetta, e i Dpcm lo inseguono: il 24 ottobre ne arriva uno ancora più restrittivo: non è ancora il lockdown ma è abbastanza per assistere a diverse manifestazioni di piazza, anche accese, nelle grandi città. Stop a  palestre, piscine, centri benessere, teatri, cinema, centri natatori, centri benessere e termali; chiusura dei ristoranti alle 18, incremento della Dad alle superiori e l’invito a non spostarsi, se non per situazioni di necessità.

Il 26 dicembre i vaccini arrivano in Italia. Nella foto la consegna di 975 dosi assegnate alla Regione Emilia-Romagna presso ospedale Bellaria di Bologna

Foto: Massimo Paolone/LaPresse 27 dicembre 2020

Le immagini dell’arrivo del furgone con le 9.750 dosi di vaccino per il V-Day allo Spallanzani

 

Il 27 dicembre è il V-Day europeo. La prima italiana a ricevere la dose di vaccino è Claudia Alivernini, infermiera all’ospedale Spallanzani di Roma

Claudia Alivernini, infermiera Ospedale Spallanzani Roma

E’ V-Day anche in Sicilia dove la prima vaccinazione sarà compiuta presso il padiglione 24 dell’ospedale Civico di Palermo. La prima dose del farmaco Biontech-Pfizer sarà iniettata al responsabile del pronto soccorso dell’ospedale Civico, il Dott. Massimo Geraci, in prima linea sul fronte dell’emergenza durante la seconda ondata pandemica.

Ieri si è celebrata la Giornata nazionale dei Camici bianchi, istituita in parlamento per onorare il lavoro, l’impegno, la professionalità e il sacrificio di medici, infermieri, operatori e volontari in ambito sanitario, sociosanitario e socioassistenziale, nel corso della pandemia da Coronavirus. Un riconoscimento per il quale tutti gli operatori sanitari esprimono soddisfazione e orgoglio. Un pensiero lo rivolgiamo a Li Wenliang, l’oculista 34enne che prima di tutti aveva lanciato l’allarme.

 

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