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Marco e Andrea vincono l’oceano ai tempi del coronavirus

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Marco e Andrea, 38 anni lui 37 lei, compagni di vita da 8; Complici in tutto, li accomuna una forte passione per il mare, per la navigazione, per la scoperta. Sono loro i protagonisti di questo viaggio che inizia i primissimi giorni di Novembre, quando il loro progetto di attraversare l’oceano Atlantico in barca a vela si concretizza dopo circa due anni di studio e pianificazione.
Marco e Andrea
Partendo dall’Europa vogliono raggiungere le isole Caraibiche, luogo in cui vorrebbero esplorare e lavorare nel settore nautico, cosa che già fanno nei mesi estivi a Palermo con l’organizzazione no-profit “Lisca Bianca“, il cui obiettivo iniziale è stato quello di favorire l’inclusione sociale e lavorativa di giovani svantaggiati, attraverso il restauro di una delle imbarcazioni simbolo della cultura mediterranea nel mondo, LiscaBianca. Oggi, il progetto “Lisca Bianca, navigare nell’inclusione” promuove l’integrazione dell’area della disabilità con quella del disagio giovanile strutturando forme di sperimentazione in cui solidarietà, ambiente, navigazione, occupazione, reinvenzione dei saperi possano dar luogo a “cantieri” e “officine” collaborative.
Marco e Andrea danno il via al loro viaggio partendo da Palermo direzione Barcellona; lì Andrea ha incontrato e salutato la famiglia e i nipoti. Successivamente approdano a Tenerife, incantevole isola vulcanica, dominata dal monte Teide (il terzo vulcano più grande del mondo), la più grande delle Canarie, nota per le spiagge, i resort e la vita notturna; toccano la sabbia bianca dell’isola i primissimi giorni di Dicembre. Ne restano affascinati, e iniziano a immergersi nelle meraviglie del luogo, si adoperano per seguire numerosi corsi, acquisire conoscenze relative il mondo della navigazione, acquisire tutte le certificazioni necessarie della RYA (Royal Yachting Association), oltre quelle già in loro possesso, per intraprendere in sicurezza la traversata transatlantica: Marco si forma come yacht master (abilita alla conduzione di grandi imbarcazioni), Andrea come competent crew (equipaggio esperto) in una scuola di Tenerife, la Sailing Canary.
Nel frattempo si adoperano per cercare un’imbarcazione, facendo barco-stop, e dei compagni per formare una crew (equipaggio), in attesa che i venti Alisei li spingano dall’altra parte dell’oceano.
La ricerca richiede numerosi giorni, gli annunci vengono affissi finanche nelle lavanderie dell’isola, oltre che nelle capitanerie, nei luoghi frequentati da naviganti, nei pub. Il desiderio di navigare è fortissimo, non sanno ancora cosa li attende e come muterà il mondo da lì a qualche giorno. Continua la ricerca, tanti gli armatori ascoltati, con la speranza di poter essere scelti come equipaggio.
Marco e Andrea decidono di trasferirsi in una piccola barca a vela nella Marina di San Miguel, un pittoresco comune posto nella zona sud di Tenerife, le cui origini risalgono al Menceyato di Abona, una delle nove demarcazioni territoriali in cui i guanci (i primi abitatori delle isole Canarie) avevano diviso l’isola di Tenerife nelle isole Canarie, al momento della conquista della Corona di Castiglia nel XV secolo. È sempre stato un luogo caratterizzato dalla bellezza e dalla tranquillità e per la varietà di angoli davvero incantevoli. Lì studiano tutto il giorno tutti i giorni, fermandosi solo per i festeggiamenti di Natale e di Capodanno. A inizio gennaio (giorno 18 per l’esattezza) lì attendono alcuni esami per il conseguimento di alcune importanti certificazioni nautiche.
Un bel giorno di sole, durante la loro permanenza a Tenerife, mentre i due sono in macchina apprendono alla radio di un virus che sta investendo e travolgendo le sorti di un paese in forte espansione, la Cina, ma sono ancora ignari di come un focolaio epidemico possa investire l’intero pianeta, trasformandosi da lì a poco in un evento pandemico.
Nonostante il desiderio espresso la notte di Capodanno, gli astri per loro non si sono allineati; non sono riusciti a trovare ancora un’imbarcazione e, per di più, gli alisei (venti che soffiano da nord-est a sud-ovest) cominciano a soffiare molto forte, formando delle vere e proprie tempeste che rendono per niente favorevoli le condizioni di navigazione.
I due, dispiaciuti e seccati per non aver potuto intraprendere il loro viaggio, decidono quindi di fare un cambio di strategia, dunque pianificare un volo che li avrebbe condotti a Martinique (in italiano Martinica), un’isola delle Antille, dipartimento d’oltremare francese, fra il Mar dei Caraibi e l’Atlantico dove il sole dei tropici ne fa l’isola dell’eterna estate. Spiagge di sabbia nera a nord e di sabbia dorata a sud li attendono. L’ascesa della montagna Pelée è un’attività che lascia il segno, i fondali marini un invito a tuffarsi in acque cristalline. Isole variopinte, banchi dei mercati colorati dai profumi forti e ritmi della musica delle Antille: qui la magia creola prende vita. Marco e Andrea non vogliono perdere la possibilità di lavorare durante la stagione caraibica che, da lì a poco, avrebbe raggiunto il suo apice.
Tre giorni dopo eccoli pronti a salire su un aereo che da Tenerife li avrebbe condotti oltreoceano, attraverso Parigi: la coincidenza dei voli gli impone di alleggerire i bagagli, riducendo al minimo l’indispensabile per un eventuale viaggio che sembrava ormai sfumato.
Giunti a Martinique li attende, a braccia aperte, il sole, il rumquello buono e Benoit “un amico di un’amica conosciuta a Tenerife“, che li conduce presso la sua barca nella Baia di Le Marin, dove alloggiano la stragrande maggioranza delle imbarcazioni, circa mille. Benoit li ha ospitati una settimana, si conoscono e spiega loro come vive, condivide con loro tutto quel poco che possiede.
Ma la vacanza dura poco: dopo circa una settimana Andrea trova lavoro, con un’azienda di charter, poco più a Sud e si reca, con un catamarano, presso il complesso delle Grenadine, un insieme di piccoli isolotti; Marco invece rimane a Martinique e viene colto da una febbre tropicale trasmessa per mezzo di una puntura di zanzara, la Dengue. Nel mentre anche lì si comincia a sentir parlare di Covid-19, ma viene percepita come una cosa distante. Marco, preoccupato contatta un amico in Italia, un giovane medico che inizialmente lo tranquillizza e cerca di capire la sintomatologia, poi gli consiglia di recarsi in ospedale per fare il test del tampone al fine di escludere l’ipotesi coronavirus. Marco recupera nel giro di qualche giorno le normali condizioni e si informa su nuove opportunità di lavoro.
Andrea torna dall’esperienza di lavoro vissuta alle Grenadine e insieme si trasferiscono da Fernanda, una signora di origine portoghese, che gli dà alloggio presso la sua abitazione; dopo pochi giorni dal rientro di Andrea l’emergenza covid sembra che stia per esplodere anche lì, a tal punto che un aereo di italiani proveniente dall’Italia (che in quelle settimane contava già numerose vittime, soprattutto nelle regioni del nord Italia) viene assaltato dai Marteniquensi per evitare che i turisti scendano a terra.
In Europa non sono pochi i paesi che iniziano a chiudere le proprie frontiere, annullando le prenotazioni in entrata, chiudono le strutture ricettive; insomma ci si rende conto che la situazione è seria (siamo temporalmente giunti tra fine febbraio e i primissimi di marzo). E lo diventerà per l’intero pianeta. A Marco e Andrea scrivono alcuni titolari di attività del settore nautico per annullare piccoli incarichi di lavoro che i due si erano procurati nelle settimane precedenti. “Ci siamo sentiti un pò come quei fratelli che giungono sulle nostre coste dal mare, come tutte quelle povere persone che vogliono entrare in Europa e non gli viene consentito”, scrive Marco in un messaggio whatsapp.
Temporalmente ci troviamo alla prima settimana di marzo, data in cui Andrea trova un annuncio di una coppia di spagnoli che ha in programma di navigare verso sud, seguendo la traiettoria delle Antille per giungere a Tobago Cays (un gruppo di cinque isolotti disabitati nelle Antille, situate tra il Mar dei Caraibi e l’Oceano Atlantico). Marco e Andrea li contattano e decidono di fare un “match”, un incontro con loro: “Saliamo a bordo di Nudi, uno Swan 54, è incredibile” affermano Marco e Andrea che sentiamo telefonicamente qualche giorno prima di salpare. Euforici.
Swan 54 è un puro cruiser di acque blu, concepita per essere la barca perfetta per vivere a lungo a bordo, per godersi le migliori posizioni di crociera in tutto il mondo. È veloce e potente in ogni condizione, dando allo stesso tempo un pieno senso di sicurezza. La navigazione sullo Swan 54 è pura gioia.
Il piano di navigazione, prima di imbattersi nelle profonde acque dell’Atlantico, è il seguente: da Martinique rotta per Le Grenadine, poi verso Aruba, l’isola felice dei Caraibi (tra le sue spiagge da sogno una delle più famose è Palm Beach), e ancora su Bonaire, Curacao, la costa Colombiana, e ancora San Blas , un arcipelago panamense al largo della costa nord dell’istmo di Panama e a est del canale di Panama. Famosa zona velica, sono rinomate per la loro bellezza e l’assenza di uragani
E’ l’alba dell’11 marzo 2020, un mercoledì, i raggi del sole si specchiano nel blu delle acque di Martinique; l’equipaggio è gasatissimo, attento, curioso, desideroso di spiegare le vele, di prendere il largo.
Partiti! Prima sosta Santa Lucia, isola poco più a sud di Martinique dove trovano un clima di seria preoccupazione circa l’emergenza covid, che sta mettendo seriamente a repentaglio le sorti del turismo e di tutte le attività di quelle zone del mondo.
L’arrivo è stato complicato, hanno misurato la temperatura all’intero equipaggio e la chiusura dell’isola è imminente. L’arcipelago caraibico è formato da molte isole, diverse tra loro per popolazione, lingua e dipendenza governativa. A questo punto è necessario scegliere dove rimanere confinati. Scelgono Dominica, appartenente all’arcipelago delle Piccole Antille, l’isola è situata a metà strada tra le isole della Guadalupa e della Martinica; Nudi (l’imbarcazione) era già stata lì. Un paradiso tropicale indipendente, tranquillo, sicuro e relativamente economico.
Navigano per raggiungere la Baia di Portsmouth (Dominica) dove ancorano senza grandi problemi, ma due giorni dopo il loro arrivo chiudono le frontiere anche lì e non lasciano entrare nuove imbarcazioni. Se le prime 48 ore sono apparse tranquille, ore in cui i membri dello Swan 54 hanno frequentato la spiaggia e si sono rifocillati presso i tipici chiringuitos (particolare chiosco per la vendita di alimenti e bibite), dopo qualche giorno la situazione è mutata ed è cominciato il confinamento, cioè non è più permesso scendere dall’imbarcazione. Li abbiamo sentiti telefonicamente “non ci lamentiamo perché, nonostante siamo confinati in una barca di 54 piedi abbiamo il mare per tuffarci e un tramonto meraviglioso che accompagna la fine delle nostre giornate, abbiamo una buona cambusa e mal che vada li non ci mancherà né il pesce né la frutta e la verdura fresca. Abbiamo persino il Rum!
Giorno dopo giorno inizia a crearsi una piccola comunità tra i componenti degli equipaggi delle 39 barche lì ormeggiate e alcuni membri di associazioni che gestiscono le boe dove le imbarcazioni sono ancorate; in particolar modo con il pays, una delle tante associazioni. I ritmi di Portsmouth sono completamente diversi dal giorno in cui i ragazzi sono arrivati; a loro è permesso solo nuotare e raggiungere la spiaggia nella speranza che vi sia la connessione ad internet in uno dei tanti chiringuitos. In questo clima di tensione si creano due canali Radio che trasmettono dei bollettini giornalieri della situazione covid: canale 72 gestita dal gruppo di statunitensi e canale 68, la mitica Radio Jetlag per coloro che parlano lo spagnolo e il francese. Servono a scambiarsi informazioni sul Covid, sulle condizioni metereologiche, informazioni su chi arriva e chi parte, su come ricevere eventuali aiuti alimentari e di ordine sanitario.
Nel frattempo, Marco e Andrea, continuano a ricevere informazioni poco confortanti dall’Europa. Famiglia, Amici e i mezzi stampa preoccupano l’equipaggio di Nudi. I ragazzi sprofondano nuovamente in un clima di incertezza e titubanza. Leggiamo in un loro messaggio whatsapp “ci troviamo in un limbo, ci sentiamo sospesi; da una parte lontani dal disastro che ha invaso la nostra terra, la Sicilia, l’Italia, l’Europa, dall’altra ancora più distanti dall’itinerario iniziale; siamo coscienti del fatto che l’avventura difficilmente può avanzare perché tutti i Caraibi si trovano in lockdown.”
Sono rimasti nella baia di Portsmouth due mesi. Uscire da Dominica significava non potere più rientrare, attraccare. Per di più molti paesi limitrofi all’arcipelago caraibico erano chiusi e un rimpatrio via aereo si presentava come un’odissea. Continuare a viaggiare per mare, cambiare isola dopo isola non era un’opzione vincente, “avremmo dovuto effettuare la quarantena in ciascuna isola, sarebbe stato davvero indaginoso. In questa circostanza, attraversare l’Atlantico a vele spiegate non diventa più soltanto un forte desiderio, ma il modo più celere per rientrare a casa.”
A questo punto Marco e Andrea decidono di offrirsi come componenti di un equipaggio per rientrare, spargendo la voce nella comunità di barche che si era creata.
Una delle barche ancorate nella baia di Portsmouth “CMR”, con tre simpaticissimi catalani a bordo, sarebbe salpata per rientrare a Barcellona da lì a poco. Un equipaggio formato da 5 componenti è meglio che da 3 quando ad attenderti ci sono circa 30 giorni di navigazione nel mezzo dell’oceano Atlantico.

Manovrare, rimanere di guardia sul ponte durante la notte

Manovrare, rimanere di guardia sul ponte durante la notte, cucinare, organizzare le vele risulta più leggero se i compiti vengono equamente divisi tra 5 componenti, invece che 3. “E soprattutto serviva collaborazione per terminare tutte le bottiglie dell’ottimo Cava catalano prodotto da Capitan Charly! – scrive Marco in un messaggio –
Giorno 14 maggio abbiamo organizzato una festa di addio dove gli altri equipaggi ci hanno salutato, è stato emozionantissimo; uno dei momenti più belli è stato il saluto dei tenderini che hanno iniziato a girare attorno alla nostra imbarcazione, tipico saluto di chi sa cosa ti attende. Non una vacanza, ma un viaggio con numerosi rischi”.
La speranza è ultima a morire e quello che era nato come un desiderio, come un sogno diventa oggi una necessità, attraversare l’Atlantico settentrionale in barca a vela per rientrare a casa.

Lascia la boa di Dominica

Venerdì 15 maggio, l’equipaggio costituito da Marco, Andrea, Capitan Charly, Oriol e Silvia, a bordo della CMR, lascia la boa di Dominica e prende il largo, accompagnata dal suono delle cornamuse delle imbarcazioni attigue (che generalmente si usano quando c’è nebbia). Rotta verso Guadalupa, territorio d’oltremare francese dalla forma simile a una farfalla, situata nel sud del Mar dei Caraibi.
Lì riescono ad ancorare in prossimità di una spiaggia, dove pernottano due notti e si radunano con altre tre imbarcazioni battenti bandiera spagnola che devono eseguire la loro stessa traversata; “nel vastissimo mare oceanico è impossibile trovarsi, perché ogni barca fa la sua rotta con la propria andatura. Sapere  che c’è qualcuno che fa la tua stessa traversata ti tranquillizza parecchio”.
Carte nautiche alla mano, da Guadalupa a vele spiegate si punta il compasso sulle Azzorre, un arcipelago di origine vulcanica situato nell’oceano Atlantico settentrionale che costituisce una delle due regioni autonome del Portogallo, 38°30′N 28°00′W.
“Quello che abbiamo imparato e analizzato durante questa traversata – mi trasmettono Marco e Andrea in un vocale whatsapp – è il concetto del ‘qui adesso’, sentirsi in mezzo al nulla e nel contempo pieno di sensazioni, di emozioni. Si crea una nuova forma di vita, un nuovo concetto di tempo e di spazio, una nuova forma di convivenza, è incredibile creare il cibo, bere buon vino, cucinare in questo vuoto. Tutto ciò non è un viaggio, bensì uno stato mentale. Si è distanti da tutto, dal concetto di urbanizzazione, dal concetto di città paese, dalla terra ferma però ‘sigue siendo vida’, resta esistenza, il concetto dell’esistenza che si riduce nel qui adesso; questa è la sintesi dell’esistere, della vita. Generalmente noi leghiamo il concetto dell’esistenza ai nostri impegni, alle nostre scadenze, alle nostre relazioni mentre durante una traversata guardi il gps, guardi l’orizzonte e scopri di essere nel nulla, in un deserto d’acqua, che è il tutto, è la vita. E’ un viaggio dentro sé stessi. Il vero concetto di esistenza è scoprire sé stessi quanto più in profondità.
Un pò di vento di bonaccia ci ha fatto allungare il percorso e la bonaccia l’abbiamo temuta più delle tempeste e del mal tempo. Lo sballottamento dentro l’imbarcazione, durante una tempesta, ti dà la sensazione di muoverti, di avvicinamento a casa. La bonaccia ti dà invece la stasi, fermo, in quel momento riesci a sentire anche il ticchettio dell’orologio e devi essere bravo a non pensare, a mantenere la calma,
il concetto di giorno si annulla, hai un orologio ma non segna esattamente le ore che stai vivendo, vivi in un non tempo, devi imparare a razionare il cibo, a nutrirti di un solo pasto, l‘ambiente circostante è molto gradevole e sereno, e abbiamo battezzato allegramente la nostra dieta transatlantica.
Il primo ostacolo inatteso giunge al sedicesimo giorno di viaggio: il dissalatore (strumento utile a produrre acqua dolce in barca) decide di abbandonarci a metà viaggio con la tanica dell’acqua dolce completamente vacante. Ci sono voluti 2 giorni per ripararlo ma alla fine abbiamo celebrato con una doccia ciascuno. Ieri (9 giugno) siamo arrivati a Faial (un’isola dell’arcipelago delle Azzorre chiamata Ilha Azul, l'”isola azzurra”, dal poeta Raul Brandão a causa della grande quantità di ortensie presenti sull’isola)
e, un pò come gli antichi abbiamo urlato TERRAAAAAA TERRAAAAAA, l’abbiamo vista ed è stato bellissimo; abbiamo però trovato la frontiera chiusa ma un’inattesa e amabile accoglienza con la possibilità di ancorare nella bocana (piccolo pezzo di mare di fronte al porto dove poter ancorare per tempi brevi) del porto di Horta, piccolo comune dell’isola di Fajal, per riposare e fare cambusa, riparare una vela, fare rifornimento.”
Sono le ore 13:15 del 10 giugno quando ricevo una mail da Andrea “in questo momento, mi prendo una pausa per scriverti mentre stiamo preparando la barca per ripartire domani mattina; prossima tappa Càdiz (8-9 giorni di navigazione), la più antica città fondata nell’occidente dell’area mediterranea dai Fenici nell’XI secolo a.C., da lì attraverseremo lo stretto di Gibilterra per poi rimontare lungo la costa Dorada (linea costiera della provincia di Tarragona, zona ad alta vocazione turistica, grazie alle sue spiagge come Las Playas de el Vendrell) fino alla nostra meta, Barcellona, Port Balis, dove ci aspetta una festa di accoglienza. Il meteo sembrerebbe essere a nostro favore per cui calcoliamo di arrivare intorno al 23 giugno.”
Una volta giunti in Europa, a Barcellona, l’avventura per Andrea e Marco continuerà sino a Palermo, dove prevedono di arrivare intorno alla metà di luglio. Continua…
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Cinema

In ricordo di Andrea Purgatori

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Ieri ho partecipato al teatro Santa Cecilia di Palermo all’edizione 2023-24 del Premio Francese. E’ stato un incontro toccante quello con Edoardo Purgatori, figlio di Andrea, grande giornalista e scrittore, che ho avuto l’onore di conoscere e apprezzare  per il suo impegno di giornalista investigativo, in occasione della scrittura del  libro Cinema#Giornalismo, e in particolare dell’inchiesta sul disastro di Ustica: Il film Il muro di Gomma, fu scritto proprio dalle indagini di Purgatori. Durante la manifestazione, è stato conferito il Premio Francese alla memoria di Andrea Purgatori. Il figlio Edoardo attore di grande talento, ha dialogato con il collega giornalista Felice Cavallaro. È stata sottolineata la pertinenza tra l’attività di Andrea Purgatori, il suo modo di intendere il giornalismo, e il tema dell’edizione di quest’anno. «Fare il giornalista-giornalista – secondo Edoardo Purgatori – implica il contatto umano. Bisogna guardare negli occhi gli interlocutori, cosa che mio padre ha fatto. Lui ha semplicemente raccontato i fatti. Non è facile quando si è soli e quando i riflettori non sono puntati sull’accaduto».

Le motivazioni del Premio Francese alla memoria di Andrea Purgatori sono state lette da Felice Cavallaro, componente della Commissione: «Portato via da una rapida malattia nel luglio 2023, il nome di Andrea Purgatori resta impresso nell’albo d’oro del giornalismo per l’impegno civile che lo ha contraddistinto in tante inchieste. A cominciare da quella sulla strage di Ustica, una tenace battaglia combattuta contro i depistaggi e “il muro di gomma”. Cronista al Corriere della Sera nella Roma del delitto Pasolini e delle rivolte dei movimenti extraparlamentari, ha poi lasciato il segno nel cinema con le sue sceneggiature, in libreria con saggi e romanzi, in tv con approfonditi reportage».

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In Evidenza

Il racconto dell’ancella di Viola Graziosi e il distopico

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Viola Graziosi è un’attrice immensa e quando si fa dirigere dal marito, il grande attore di teatro Graziano Piazza, lo diventa ancora di più, in una performance artistica che impegna voce e corpo in quasi due ore di spettacolo.

Margaret Atwood

Interpretare June Osborne, la protagonista del racconto della scrittrice canadese Margaret Atwood, “Il Racconto dell’ancella”, andata in scena al teatro Libero di Palermo, non è facile, anche perché il pubblico negli ultimi anni ha tributato un grande consenso al romanzo distopico del 1985, che ha venduto milioni di copie, adattato per il grande schermo nell’omonimo film diretto da Volker Schlöndorff e nel 2017 per la televisione.

The Handmaid’s Tale

Tutte le stagioni sono su Prime video sotto il titolo di The Handmaid’s Tale. Il suo ideatore Bruce Miller, forse non si aspettava tanto successo, grazie all’attrice protagonista Elisabeth Moss che interpreta June. Sono molto simili la Moss e la Graziosi, nel cinema la prima è  dentro il regime teocratico totalitario di Gilead, catturata mentre tentava di fuggire in Canada con suo marito, Luke, e sua figlia, Hannah. Grazie alla sua fertilità, diventa una ancella del comandante Fred Waterford (da qui il nome Difred) e sua moglie, Serena Joy; l’altra Viola Graziosi, in Teatro, si immerge nel testo, tradotto da Camillo Pennati.

Viola Graziosi

Per lei tutto ha avuto inizio 5 anni su un input di Laura Palmieri di Radio 3 che le chiese di portare in scena questa incredibile storia, proprio il giorno della festa della donna. Il palco è come una sorta di anfiteatro dove tante paia di scarpe rosse, delimitano un semicerchio con al centro un abito rosso che ci richiama alle antiche vestali. Viola inizia il suo racconto illuminata soltanto da un occhio di bue che le delimita luci e ombre sul viso e sul corpo.

Un viaggio introspettivo

Lo spettatore vive una sorta di viaggio introspettivo amando il coraggio di una donna che diventa emblema anche  di alcuni movimenti di protesta a sostegno dei diritti delle donne. “Nolite te bastardes carborundorum” e “Ci sono domande?” Sono due frasi ricorrenti nell’opera, spesso usate come motto di emancipazione femminile, ed è proprio il racconto di Viola Graziosi che spinge il pubblico quasi a una catarsi liberatoria in cui in scena, attraverso la parola, il corpo si svela non soltanto come mezzo di procreazione.

La repubblica di Gilead

Nel racconto dell’ancella in versione teatrale e televisiva lo spettatore è spinto a detestare i comandanti di una Repubblica, Gilead, dove le donne sono asservite a loro per scopi riproduttivi e dove quelle non fertili o troppo anziane sono dichiarate “Nondonne” e quindi eliminate.

Sorvegliate e divise in categorie secondo il colore dei vestiti: azzurro le Mogli; verde le Marte, le domestiche; marrone le Zie, sorveglianti; rosso le Ancelle, le uniche in grado di procreare. Nessuna può disobbedire, pena la morte o la deportazione. Non hanno bisogno di leggere, di scrivere, di pensare, di stancarsi troppo. Non vanno in giro da sole di modo che non possano essere importunate. Sono vestite di rosso con un cappuccetto bianco, in modo tale da non venir troppo viste e possono anche evitare di guardare, se non vogliono.

Viola Graziosi, Ivan Scinardo, Graziano Piazz

E’ un racconto immaginato in un futuro irreale e forse Viola Graziosi, con questa “opera magna” vuole farci comprendere come la donna sia ancora oggi discriminata da una becera cultura maschile che non si rassegna!

 

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Cultura

L’eredità  di David Sassoli

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A due anni dalla scomparsa

Son trascorsi due anni dall’11 gennaio 2021 quando  l’Europa  intera è stata  sconvolta dalla prematura scomparsa del presidente del Parlamento europeo David Sassoli, grande europeista e politico di spessore.

La sua figura è stata ricordata da tutti con un corale segno di stima e di ammirazione per la chiarezza e coerenza delle sue idee europeiste, come documentano i messaggi e gli interventi  che costituiscono un monumento culturale per le giovani generazioni.

Sassoli proveniva dalla cultura cattolica e democratica e proprio da quel tipo di formazione derivava la sua «rara capacità di combinare idealismo e mediazione che lo ha reso protagonista di uno dei periodi più difficili della storia recente»  come ha affermato  Mario Draghi.

Lo storico presidente del Parlamento europeo ha dimostrato un forte impegno nella difesa della libertà di stampa e dei diritti umani, sostenendo una maggiore centralità del Parlamento europeo e una revisione del meccanismo di unanimità nelle decisioni cruciali.

La figura e l’eredità umana e politica di David Sassoli continua a suscitare grande interesse e sono state organizzate anche quest’anno diverse attività culturali che nei titoli descrivono “La forza di un sogno”, “Profeta di Pace” . “La saggezza e la tenacia”.

Le parole di Sassoli profumano di fraternità e proprio di questo ha bisogno la società di oggi, spezzando la crosta di egoismo e di interessi personali. I recenti fatti di cronaca che hanno interessato i palazzi dell’Unione Europea , hanno tracciato un segno nero che potrà essere cancellato se viene riaccesa la luce dell’onestà nella ricerca del vero bene dell’intera Comunità Europea.

L’Europa ha bisogno di un nuovo progetto di speranza, un progetto che ci accomuni, un progetto che possa incarnare la nostra Unione, i nostri valori e la nostra civiltà, un progetto che sia ovvio per tutti gli europei e che ci permetta di unirci. Abbiamo bisogno di innovazione, non solo nella tecnologia, ma nelle istituzioni, nelle politiche, negli stili di vita, nel nostro essere comunità”.

È questo il monito di Davide Sassoli, che ritorna sempre vivo e pressante. L’innovazione negli stili di vita, seguendo il sentiero dei valori, della cultura, del rispetto della dignità della persona, porterà certamente innovazione nella politica, nelle istituzioni e nell’intera società, anche con i benefici dell’intelligenza artificiale, se ben guidata e governata dall’uomo.

Il messaggio di un “nuovo umanesimo” è vivo nell’eredità spirituale di Sassoli che ha interiorizzato nel cammino della sua formazione i valori sociali e culturali testimoniati da  Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani.

“Tra giustizia e ingiustizia non esiste il centro; I privilegi ricevuti vanno restituiti con l’impegno di essere al servizio dei più deboli; Al primo posto la non violenza, lo studio e la competenza; Il problema degli altri è il mio problema; L’indifferenza non è un’opzione”  sono queste alcune delle sue massime da ricordare,  nel giorno anniversario  e tale ricordo sollecita l’impegno a confermare il percorso verso una maggiore integrazione comunitaria che consolidi politiche atte a rispondere ai problemi quotidiani dei cittadini, delle famiglie, delle imprese, degli Enti locali dei 27 Stati aderenti, nella prospettiva di un’Europa efficace al suo interno e aperta verso il resto del mondo.

Quest’anno il rinnovo delle elezioni europee costituisce un filo conduttore di numerosi dibattiti e di proposte che non dovrebbero scadere nella competizione tra gli schieramenti politici, bensì  dovrebbero indirizzarsi alla convergenza di avere in Europa una rappresentanza  italiana  qualificata , capace di custodire e difendere i valori identitari dell’Italia  nella cooperazione verso il bene comune della Nazione  e dell’intera Comunità Europea.

Il  sorriso rasserenante e giovanile  di Sassoli, appare in questo difficile tornante della storia europea, un segno di speranza.

 

Giuseppe Adernò

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In Tendenza