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Note di regia di Roan Johnson per “La stagione della caccia”

Ivan Scinardo
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Quando ho finito di leggere il romanzo di Camilleri da cui è tratto questo film, sono rimasto sbalordito e confuso. Sbalordito perché è un romanzo ricco di personaggi straordinari, toni diversi, aneddoti esilaranti, idee brillanti, e sono rimasto confuso per le stesse ragioni. “La stagione della caccia” infatti è una sorta di saga familiare dei nobili Peluso che racconta così tante persone e vicende che mi trovavo in difficoltà a trovare il tema centrale, una chiave di lettura che mi facesse da faro per interagire con gli sceneggiatori, con gli attori, con la mia troupe e con Camilleri stesso. Dopo aver letto e riletto il romanzo e la prima versione del copione scritta dallo stesso Camilleri, dal mio maestro del Centro Sperimentale Francesco Bruni e da Leonardo Marini, e parlando con loro, ho capito che il filo conduttore principale era la critica al patriarcato del tempo, che poi, se si vuole, è la radice di un patriarcato che ancora noi italiani facciamo fatica a metterci alle spalle. Perché il Marchese Peluso si intestardisce a fare il figlio masculo in giovane età nonostante abbia già una femmina, e si intestardisce in vecchiaia a fare un altro figlio masculo quando il primo muore? Deve mantenere il nome, il suo casato, la sua eredità. Perché Nenè, il truffatore, prova a diventare marito della marchesina Peluso per i soldi? Perché Fofò torna a Vigata? E soprattutto perché la marchesina ‘Ntontò prende in mano le redini della casata? Tutto rientra in quel tema centrale. Sono dei nobili, i Peluso, ancora legati alla terra, al possesso, alla roba. Infatti, oltre all’eredità del “Gattopardo” ci ho sentito anche tanto Verga e i racconti di una Sicilia ancora primitiva dove la forza e la violenza giocano un ruolo importante. Quando ho parlato con Tommaso Ragno del personaggio di Federico, il miglior paragone che sono riuscito a fare è stato: “Pensa come se i Peluso fossero i Sopranos del diciannovesimo secolo, come se tu fossi il James Gandolfini di Vigata”. E Camilleri racconta l’inizio della fine di questa nobiltà. Una nobiltà che riproducendosi sempre fra i suoi componenti aveva introiettato il seme della pazzia. Infatti, uno dei tanti temi di questo film è anche la follia. Il Vecchio Marchese non si lava, la Marchesa impazzisce alla morte del figlio, un figlio che è tonto e ha come fidanzata una capretta. Si potrebbe parlare per ore dei personaggi di Camilleri, perché sono così complessi, così poco semplificati che sfuggono perfino alle categorie di protagonista o antagonista. Il protagonista è Filippo Peluso che incontra il suo nemico Fofò la Matina che vuole
sedurre la figlia, o forse è Fofò che torna a prendersi la rivincita dal despota Peluso?
O forse la vera protagonista è la marchesina ‘Ntontò che nonostante tutto diventa la nuova regina della casa tenendo le redini di quello che è rimasto della sua famiglia?
Abbiamo girato il film, quindi, tentando di lasciare intatti i paradossi del mondo di Camilleri, di modulare i cambi di tono in maniera organica ed elegante. Ma anche di seguire i temi del romanzo come la follia da un punto di vista dell’interpretazione degli attori e quello della terra da un punto di vista iconografico, lasciando il tutto il più sporco e polveroso, e tenendo in mente la terra come tema simbolico. Una terra che ti dà i frutti, che ti dà il potere e che tu devi possedere. E così sono rimasto fino alla fine sbalordito: sia dalla scoperta della Sicilia, dei suoi luoghi meravigliosi dove abbiamo girato, sia dalla lingua e dal racconto di Camilleri che riesce a tenere insieme tutte le contraddizioni che questa terra partorisce. E sono anche rimasto sbalordito dal cast che ne è venuto fuori. Ogni volta per contingenze e opportunità si finisce con il fare dei compromessi più o meno giusti… questa volta grazie alla fortuna, alla Palomar a Carlo Degli Esposti e alla squadra della Rai, ho avuto in mano il cast più giusto che potessi mai sperare per onorare il romanzo di Camilleri. Spero di aver reso merito a questi bellissimi regali che mi sono stati fatti.

Roan Johnson

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