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Società

Conoscere salva la vita. Le manovre fondamentali

Ivan Scinardo

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volontI volontari della Croce del comitato di Palermo hanno partecipato ad un importante progetto promosso dall’Ospedale Civico  Di Cristina Benfratelli, azienda di rilievo nazionale ad alta specializzazione.   Davanti ad un numeroso pubblico composto per lo più da aspiranti neo mamme, sono state effettuate alcune lezioni  informative sulle manovre salvavita pediatriche, nell’ambito

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Giuseppe Amella e Salvatore Vecchio durante il corso

del progetto “Sonno Sicuro”. Particolarmente apprezzate le tecniche di primo soccorso di B.L.S. Basic life support. Alle aspiranti mamme è stata fatta una dimsotrazione pratica di disostruzione e rinamiazione cardio-polmonare nei bambini con l’utlizzo di alcuni manichini. Un vero e proprio mini corso intesnivo tenuto nei locali  del Reparto di Ginecologia e Ostetricia di Palermo, con la collaborazione del dottor Giuseppe Amella neonatologo e istruttore di Croce Rossa nonvolont1chè dell’ostetrica Di Fiore. I volontari CRI che hanno partecipato: Salvatore Vecchio, istruttore di Full d, Michele Leone, Francesca Tartaro, Wanda Catania e sorella Tomasella del Corpo Infermiere volontarie.

 

 

Religione

Una maglietta e una camicia  raccontano amore e perdono

Ivan Scinardo

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La camcia e e la maglietta due simboli del martirio

La camicia azzurra insanguinata che Rosario Livatino indossava il 21 settembre del 1990, quando fu ucciso dai sicari della cosca mafiosa “Stidda” è  dal 9 maggio, giorno della beatificazione, una preziosa reliquia da venerare e “il suo sangue diviene seme di cambiamento, trasformazione e rinascita” per la terra di Sicilia.

La maglietta bianca insanguinata che Karol Józef Wojtyła indossava il 13 maggio 1981, quando Mehmet Ali Ağca alle ore 17,17 in piazza San Pietro sparò due colpi di pistola per ucciderlo, è stata custodita dall’infermiera dell’Ospedale Gemelli, Anna Stanghellini.

Suor Maria Rosaria Matranga, superiora della casa Regina Mundi, che ospita suore anziane e ammalate, ove le Figlie della Carità offrono un servizio di mensa per i poveri, accolgono mamme e bambini in difficoltà e immigrati in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, racconta del dono ricevuto dalla signora Anna Stanghellini, la quale, infermiera nella sala operatoria del Gemelli il 13 maggio 1981, quando vide a terra, tagliata, la maglietta del Papa, intrisa di sangue la raccolse come preziosa reliquia, l’avvolse in una garza e poi in un asciugamano, custodendola devotamente a casa.

Nel 1996, quando era anziana e sola ha bussato  alla porta della casa Regina Mundi per chiedere ospitalità e rimanere tra le suore che aveva conosciuto nella sua giovane età. “La comunità ha aperto le porte ad Anna con grande affetto e con grande cura”.

Nel 2000, in occasione del Giubileo, Anna chiamò la superiora della casa, suor Beatrice Priori, ora Superiora provinciale della Congregazione delle Figlie della Carità, dicendole che aveva un dono da fare alla Comunità, consegnandole l’involucro contenente la maglietta ed un foglietto in cui dichiarava i motivi per i quali era in possesso di quella reliquia di Giovanni Paolo II.

La reliquia

Nel 2004, dopo la morte di Anna la preziosa reliquia è stata incorniciata e, con le autorizzazioni del Vaticano, è ora esposta nella Chiesa del quartiere Boccea, meta di pellegrini che invocano la benedizione del Santo Papa polacco.

Intensa la partecipazione dei fedeli il 13 maggio, in occasione del quarantesimo anniversario dell’attentato di  San Giovanni Paolo II.

Le due reliquie, intrise di sangue, raccontano un grande evento, testimoniano l’ardore del martirio, e nel silenzio parlano di fede, amore e perdono

Giuseppe Adernò

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Cultura

Verso la giornata delle comunicazioni sociali

Ivan Scinardo

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“Comunico, ergo sum!”- “Vieni e vedi (Gv 1, 46). “Comunicare incontrando le persone come e dove sono”. “La crisi delle parole. Far parlare i silenzi”.

Sono questi i temi che accompagnano la preparazione alla “55 Giornata mondiale delle comunicazioni sociali” che si celebra il 16 maggio.

Incontri, dibattiti, webinar, aiutano la riflessione sui temi scottanti di una comunicazione che oggi è fuori controllo e diventa spesso arma di morte.

Nel messaggio inviato da Papa Francesco ai giornalisti e agli operatori della comunicazione il 23  gennaio, alla vigilia della festa di San Francesco di Sales, si sollecitava l’impegno di “Consumare le suole delle scarpe e raccontare la vita vera”. Non, dunque, le supposizioni o le costruzioni artificiali di tematiche e problemi, specie quando coinvolgono direttamente le persone.

La crisi dell’editoria rischia, purtroppo, di portare ad un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza incontrare persone per cercare storie o per verificare de visu certe situazioni.

Ingigantire la notizia di un mandato di perquisizione e “condannare a morte” un cittadino accusandolo di corruzione ancor prima del regolare processo, non è segno di professionalità, anche  se lo scoop ottiene clamore e fortuna presso le altre testate.

Per i gazzettieri delle Procure, alla ricerca di “mostri” da esibire, la diceria, il sospetto, l’accusa diventano condanna senza necessità di processo e, anche quando si ottiene l’assoluzione per loro non si è innocenti, ma colpevoli che l’hanno fatta franca.

L’articolo 27 della Costituzione che considera l’imputato “non colpevole sino alla condanna definitiva” è stato frettolosamente sbianchettato, scarsamente letto e ancor meno accettato da chi vuol far prevalere la logica del guadagno, celata da una patina di “diritto di cronaca”.

Il giornalismo, come racconto della realtà, richiede la capacità di andare laddove nessuno va: un muoversi e un desiderio di vedere.  Prima di “giudicare e condannare” con titoli esplosivi, occorre “incontrare le persone, conoscere e leggere la storia vera”, non quella artificiosa captata da intercettazioni o notizie preconfezionate, autoreferenziali e “di palazzo”.

“Dare voce a chi voce non ha”, fare luce sui fatti dell’umanità sofferente ed emarginata, raccontare con rispetto i drammi delle famiglie distrutte da violenze e soprusi, è un “dovere di cronaca” esercitato nell’intento di promuovere una conversione di rotta dell’agire, non certamente per istigare l’imitazione di gesti e azioni che provocano morte e distruzione, come già accaduto a causa dell’uso indiscriminati di falsi giochi virtuali.

E’ dovere del giornalista “intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone”, cogliere i fenomeni sociali più gravi e suscitare energie positive, per giungere al superamento di una crisi che pervade l’intero sistema sociale, culturale e morale.

Raccontare il positivo e il bene, dovrebbe avere, almeno. La medesima valenza della cronaca nera che fa sentire soltanto il rumore dell’albero che cade, senza fotografare la foresta che cresce.

Le vere e grandi conquiste sociali non sono quelle che si riferiscono alle certificazioni di diritti libertari, sesso, droga, denaro, bensì di quelli che, in una cultura mutilata di spiritualità e di trascendenza, aiutano a far rivivere l’anima, educando ogni persona alla “responsabilità” delle conseguenze delle proprie azioni, in modo che ciascuno, da semplice spettatore diventi, piuttosto, un consapevole “spett-autore”.

Al cammino di accoglienza e di misericordia, oggi si contrappone la cultura di una “società punitiva” e spesso il diritto penale rimacina condanne e sentenze senza verità.

Occorrerebbe riappropriarsi del “gusto della vita” tramite la relazione, l’incontro, il dialogo ed il giornalista per soddisfare la sete di notizie dei lettori è impegnato ad offrire non fake news, bensì acqua pulita” per far rinascere un mondo migliore.

Giuseppe Adernò

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In Evidenza

Tutto pronto per la beatificazione del giudice Livatino

Ivan Scinardo

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La Sicilia terra di Santi, di Martiri e di Eroi è in festa per la solenne beatificazione del Giudice Rosario Livatino che avrà luogo domenica 9 maggio presso la Cattedrale di Agrigento.

La data evoca il discorso memorabile di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi, quando il 1993 proclamò l’anatema contro la mafia.

Nella prefazione al libro “Il giudice ragazzino” che il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone, ha dedicato a Rosario Livatino, Papa Francesco ha scritto: “Picciotti, che cosa vi ho fatto? riuscì a domandare, prima che il suo viso fosse deturpato dai proiettili. Erano le parole di un profeta morente, che dava voce alla lamentazione di un giusto che sapeva di non meritare quella morte ingiusta”.

Per il Papa quello di Livatino è un grido di dolore e al tempo stesso di verità, che con la sua forza annienta gli eserciti mafiosi, svelando delle mafie in ogni forma l’intrinseca negazione del Vangelo, a dispetto della secolare ostentazione di santini, di statue sacre costrette ad inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata”.

Nel giorno della beatificazione, rendiamo grazie per l’esempio che il giudice Livatino ci lascia, per aver combattuto ogni giorno la buona battaglia della fede con umiltà, mitezza e misericordia.

Il piccolo seme ora ha dato i suoi frutti e l’intera comunità ne trae beneficio e sostegno

Il luogo del delitto

Assassinato all’età di 37 anni ad Agrigento, il 21 settembre 1990, Rosario Livatino è il primo magistrato Beato nella storia della Chiesa e San Giovanni Paolo II già nel 1993 lo definì “Martire della giustizia e indirettamente della fede

La sigla che compariva tra i suoi scritti “S.T.D.” indica le iniziali di “Sub tutela Dei” attestazione dell’atto di affidamento totale che Rosario faceva con frequenza alla volontà di Dio. Il suo “Fiat” oggi ha prodotto una grande luce sul sentiero della Giustizia e della Legalità.

Nel libro di Marco Pappalardo “Non chiamatelo ragazzino”, (Edizioni Paoline) vengono ben evidenziati i principi e di valori dell’onestà intellettuale, della correttezza, dell’irreprensibilità del giovane magistrato, che non fu “un ragazzino”, ma si è impegnato nella lotta contro la malavita e il malaffare, mandato allo sbaraglio dalle istituzioni contro l’organizzazione mafiosa de “la stidda”.

La sua lezione di vita raggiunge i giovani studenti, costretti dal Covid alla didattica a distanza, tra solitudine e incertezza per il futuro. Il suo esempio diventa testimonianza per maggiormente credere che sia possibile cambiare le cose, “Basta volerlo!”

Il giudice Rosario Livatino

Nel libro di Pappalardo, Livatino è presentato non come un eroe, ma come un uomo rispettoso della dignità degli altri e ancor più dei deboli, dei fragili, degli ultimi, considerati “scarti sociali”.

La sua scelta coerente per i valori e i principi cristiani gli è costata ieri la morte, ora la gloria della beatificazione, arricchendo la schiera dei giovani santi come Carlo Acutis, e i loro messaggi giungono al cuore dei giovani per un cammino di rinnovamento spirituale.

Le parole di Livatino: “Nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti ma credibili”, sono confermati dal suo impegno di vita professionale, nel fare bene ogni cosa e dare alle azioni comuni la valenza delle cose eccezionali.

Giuseppe Adernò

 

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In Tendenza