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L’informazione religiosa: la connessione attraverso il racconto

Ivan Scinardo

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Piazza Armerina, 7 gennaio 2020 – La Diocesi di Piazza Armerina celebra la “Festa dei Giornalisti” in occasione della ricorrenza di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Sabato 25 gennaio, alle ore 18, santa Messa presieduta dal Vescovo mons. Rosario Gisana, presso la parrocchia sant’Antonio di Gela. Subito dopo, incontro nel salone parrocchiale, durante il quale si parlerà di “Informazione religiosa: la connessione – attraverso il racconto – della memoria con la vita”.

L’argomento è ispirato al tema che Papa Francesco ha lanciato in occasione della 54° Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali che si celebrerà nel maggio 2020 nel quale sottolinea come “sia particolarmente prezioso, nella comunicazione, il patrimonio della memoria”.

“Attraverso la memoria avviene la consegna di storie, speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra”, si legge in un passo ricordando “che ogni racconto nasce dalla vita, dall’incontro con l’altro. La comunicazione è chiamata dunque a mettere in connessione, attraverso il racconto, la memoria con la vita. Gesù – ancora nel testo – faceva ricorso alle parabole per comunicare la forza vitale del Regno di Dio, lasciando agli ascoltatori la libertà di accogliere questi racconti e riferirli anche a sé stessi”.

Interverranno, insieme con il Vescovo, don Giuseppe Rabita, direttore del settimanale Settegiorni; don Carmelo Cosenza, direttore diocesano dell’ufficio Comunicazioni Sociali e Lucia Ascione, giornalista e conduttrice del programma tv “Bel tempo si spera” in onda su Tv2000. Modererà Andrea Cassisi, giornalista di Settegiorni e Avvenire.

L’incontro è accreditato nell’ambito della Formazione Professionale Continua dei giornalisti e dà diritto all’acquisizione di numero 3 crediti non deontologici, previa prenotazione sul portale SIGEF entro e non oltre il 20 gennaio.

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Il tempo della fatica e del giudizio, mons. Ravasi

Ivan Scinardo

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Martedi 10 novembre sul Corriere della Sera, il noto politico, giornalista ed ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, ha pubblicato una sua intervista al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della cultura. Due pagine di grande intensità e valore etico, ricche di contenuti teologici e filosofici; voglio riportare un frammento di questo lungo articolo, e proporlo da questa colonna come momento di riflessione: “Quale è la radice etimologica di educazione? Educere, tirar fuori, estrarre e poi riconnettere. Secondo la cultura indiana l’esistenza di una persona è fatta di quattro tappe. C’è il tempo in cui si impara, il tempo della fatica, del giudizio. Il secondo momento è l’insegnare, essere genitore, maestro. La parola sapienza deriva dal latino sàpere che vuol dire “avere sapore”, gusto, potremmo dire il senso del conoscere. La terza è la tappa del bosco, cioè ritirarsi all’ombra, essere capaci di trovare anche nella solitudine, la capacità di riflettere, ritrovare la parola che ha senso, ritrovare un pò più se stessi. Chi ha il coraggio di dire oggi che a un certo punto della vita bisogna fare l’esame di coscienza? Non lo dicono più neppure i preti. Il quarto è il momento in cui si diventa mendicanti, quando si ha bisogno degli altri. Nella vecchiaia tu ritrovi la relazione che prima hai vissuto da signore, qui la vivi invece da persona umile, da povero. Questi quattro elementi secondo me – dice Ravasi – costituiscono un pò la maturità nel suo insieme e non sono necessariamente successivi l’uno all’altro. Credo che per creare questa unità di conoscenza e non la frammentarietà del “presentismo” si debba vivere un’esperienza umana completa”.  Il cardinale affronta anche la questione giovani e dice: “Torno sempre sulla scuola, che considero centrale. Possibile che non si insegni ai ragazzi la consapevolezza di un mondo nel quale passano buona parte del- la loro vita? La configurazione della guida critica all’uso del computer?”. La risposta meriterebbe un lungo spazio di riflessione, ma preferiamo lasciarla ai nostri lettori.

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Tu nella famiglia sai comunicare? Un monito per i genitori

Ivan Scinardo

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Non è passato di certo inosservato l’appello del santo padre alle famiglie, invase ormai da troppa tecnologia.

L’attenzione di papa Francesco si è concentrata sulla Santa Famiglia, Gesù, Giuseppe e Maria, “pregavano, dice, lavoravano e comunicavano tra loro”; io mi domando, dice il papa,  tu nella tua famiglia sai comunicare o tu sei come quei ragazzi che a tavola, ognuno col telefonino sta chattando? In quella tavola sembra un silenzio come fossero a messa”.

Il messaggio del papa

Il messaggio di Bergoglio, nella festa liturgica dedicata alla Sacra Famiglia, è stato tutto incentrato proprio sulla necessità di ritessere i fili all’interno delle famiglie. “Dobbiamo riprendere la comunicazione in famiglia ha detto, sottolineando come sia un tesoro prezioso da sostenere e tutelare”. E ha affidato a Maria Regina della famiglia, tutte le famiglie del mondo, specialmente quelle provate dalla sofferenza o dal disagio. Ma tornando all’uso del telefonino a tavola, probabilmente dovrebbero essere proprio i genitori a vietarlo assolutamente cominciando loro stessi a dare l’esempio. La tavola va vista come momento di condivisione e comunione.

La famiglia si riunisce anche per rinsaldare i rapporti, ma il male è certamente rappresentato dai telefonini e dalla televisione che tendono a dominare il momento in cui si consuma il cibo, invadendo, di fatto il terreno del dialogo, annullando la dimensione centrale dell’ascolto. Ogni volta che i genitori si riuniscono con i figli, i nonni con i nipoti, deve essere un momento di festa e non di distrazione da uno schermo che sia tv o smartphone. Un recente studio inoltre dimostra che molti giovani di diversi paesi europei hanno problemi alla vista. Particolarmente colpita è la fascia dai 25 ai 29 anni, di cui il 47 percento ha bisogno degli occhiali.

La genetica non c’entra, ma in questo caso c’è il sospetto che le persone più giovani vedano peggio perché stanno spesso davanti agli schermi. Lo psicologo Massimo Recalcati, attento osservatore dei comportamenti, sostiene che “il nostro tempo pone un problema supplementare: esiste una tendenza sempre più diffusa, soprattutto nel mondo giovanile, (che ha definito recentemente «neo-melanconica») alla fobia, al ritiro sociale, alla chiusura. I nostri figli tendono a costruire nicchie separate che però anziché proteggerli dalla vita li separano dalla vita.

È una scorciatoia che comprende anche il mondo degli adulti: preferire la chiusura all’apertura; la difesa dalla vita all’incontro con la pienezza della vita. Ogni rapporto, compreso quello familiare, non è al riparo dalla difficoltà, dall’incomprensione e dal conflitto.”

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