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Cinema

C’è sempre la prima volta

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I capostipite dei generi italiani 

In Italia i primi segnali di ripresa del cinema popolare che fu, vi sono stati e risalgono al 2005 quando il successo di Romanzo criminale apre la strada ad altri film sul crimine italiano (Gomorra e Suburra su tutti). L’anno di grazia è però il 2016, quando esce nelle sale Lo chiamavano jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, film di straordinario successo di critica e pubblico che racconta la curiosa vicenda di un supereroe di borgata (Claudio Santamaria) e della sua nemesi, un criminale romano in fissa con il pop italiano degli anni Ottanta (Luca Marinelli). I tanti riconoscimenti consentono al regista di realizzare (e con ben altro budget) il suo secondo film, Freaks out (2021): un godibilissimo pastiche storico-fantastico, che racconta le avventure di un gruppo di giovani dotasti di poteri eccezionali nell’Italia occupata dai Nazisti. In contemporanea con il primo film di Mainetti, Matteo Rovere produce e dirige Veloce come il vento, film ambientato nel mondo delle corse automobilistiche che ottiene un ottimo risultato al botteghino, a cui segue, sempre a firma di Matteo Rovere, Il primo re (2019), film ambizioso sul mito della fondazione di Roma. La strada, come si vede, è tracciata e, sull’onda del successo di film finalmente originali, i registi più giovani trovano il coraggio di cimentarsi nuovamente con il genere.

Altri giovani registi italiani si sono, poi, inseriti in questo percorso virtuoso, di cui per tanti anni se n’è sentita la mancanza, ma non è di questo che vogliamo parlare oggi. Piuttosto, questo incipit ci consente di fissare un concetto e cioè di come nella settima arte, in Italia e pure nel resto del mondo, oggi e nel passato, vi è sempre stata una pellicola apripista, che ha inaugurato un genere, un filone o semplicemente una tendenza cinematografica. E questa è stata l’imprescindibile regola, specie quando nel nostro Paese erano imperanti i generi, cioè quella vasta produzione che oggi una critica più avveduta definisce cinema bis.

In questo nostro percorso, che vuole essere un semplice gioco cinefilo, proveremo, quindi, a rintracciare quei film usciti nelle nostre sale, senza i quali non vi sarebbero stati tanti altri prodotti a seguire, grazie agli incassi ottenuti e, qualche volta, anche ai consensi di critica ricevuti.

La nostra carrellata non può non iniziare con il genere più longevo del nostro cinema che è sicuramente la commedia all’italiana, avendo attraversato una trentina di anni della nostra vita. In che momento è nata esattamente l’italica commedia e quale è stata la pellicola antesignana del genere non è facile dirlo, tuttavia, la primogenitura del nascente genere da molti viene attribuita a Mario Monicelli, uno dei registi che ha dato lustro alla commedia all’italiana, il quale nel 1958 dirige I soliti ignoti, un cult del nostro cinema, che può essere considerato pure il capostipite di un diverso filone, almeno in Italia, cioè quello degli heist movie, “le pellicole del colpo grosso”, che in qualche maniera ha anche orientato tutta la produzione dei registi che verranno, i quali spesso ambienteranno i nostri film di rapina nel solco della commedia. In verità, l’idea iniziale di Monicelli sembra fosse stata quella di realizzare una sorta di parodia di un certo genere di successo, ovvero il noir francese, prendendo quale specifico riferimento il film Rififi (1955) di Jules Dassin, campione d’incassi in patria, che narrava di un gruppo di professionisti del crimine che progettano il colpo perfetto, che però andrà male. Il risultato finale, per fortuna, andrà oltre quelle che erano le intenzioni del regista romano, che con questa pellicola introdurrà una nuova via del genere brillante in Italia, non più legata all’avanspettacolo, ma con maggiore aderenza al contesto sociale, al quotidiano, ai problemi della gente comune, in altre parole quell’anno è nata la commedia all’italiana.  Secondo altri critici, invece, il film che avrebbe inaugurato la lunga stagione della commedia all’italiana viene individuato in Una vita difficile, uscito nelle sale nel 1961, diretto da Dino Risi ed interpretato da Alberto Sordi, in cui compare anche Vittorio Gassman, in un cameo non accreditato, nel ruolo di se stesso. La pellicola narra, attraverso una struttura che procede per decenni, l’evoluzione dell’Italia dal dopoguerra fino agli anni del boom economico. Ma vi è un’altra opera del regista milanese che è stata seminale per la nostra cinematografia, stiamo parlando de Il sorpasso (1962), per delle peculiarità che lo differenziano dagli altri diretti dal regista meneghino e, in verità, da tutti gli altri esemplari della commedia all’italiana, e non solo. Sono passati oltre sessant’anni dall’uscita in sala da quello che potremmo definire il primo road movie tutto italiano, come si può oggi definire il film di Risi, termine che all’epoca non ancora entrato in uso, nel nostro Paese come altrove. Il filone dei film su strada, infatti, riceverà consacrazione negli Stati Uniti e sarà riconoscibile come genere solo alla fine degli anni Sessanta, con l’uscita di pellicole quali Gangster Story (1967) e Easy rider (1969), e quindi il film di Risi lo si potrebbe considerare anche uno dei primi esemplari del nascente filone, almeno nel nostro Paese. Ambientato negli anni del boom economico, la pellicola, che racconta dell’incontro fortuito dei due protagonisti (Vittorio Gassmann e Juan Louis Trintignant), che insieme condivideranno quella (unica) giornata, su e giù per lo stivale, a bordo della mitica Lancia Aurelia b24 decappottabile, ha negli anni a seguire ispirato tantissimi registi che hanno firmato le loro storie ricalcando le stesse dinamiche finzionali dei due personaggi principali.

I generi più acclamati

Fra i generi più acclamati e riconoscibile all’estero, al pari della commedia all’italiana, vanno considerati il quasi coevo e più prolifico western spaghetti  e il neorealismo, che l’aveva preceduto. Nell’immediato dopoguerra, si era rivelata vincente la scelta di non lavare i panni sporchi in famiglia (che è l’espressione attribuita ad un giovane Giulio Andreotti, quando era Sottosegretario del Governo De Gasperi con delega allo spettacolo, pronunciata dopo aver visto il film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, Umberto D., chiaramente mostrando di non gradire la svolta neorealista del nostro cinema). Ad inaugurare il genere neorealista fu Roberto Rossellini che, all’indomani della seconda guerra mondiale, diresse Roma città aperta (1945) mettendo in scena, con un realismo mai adoperato prima, principalmente gli orrori del conflitto appena concluso, i suoi scempi e le sue macerie. La pellicola, che si inserisce nella c.d. trilogia della guerra antifascista dell’autore, insieme ai successivi Paisà (1946) e Germania anno zero (1948), è interpretata da Anna Magnani e Aldo Fabrizi, i quali guadagneranno con questo lavoro anche loro una notorietà internazionale.

Con riguardo all’altro grande filone di cui abbiamo parlato, sicuramente l’autore per eccellenza a cui si deve la fortunata stagione del western all’italiana, è Sergio Leone che nel 1964 dirige Per un pugno di dollari con il nom de plume di Bob Robertson, il quale ebbe un grande riscontro da parte della critica e del pubblico che si appassionarono ad un plot che narrava di un pistolero solitario e sconosciuto che giunto in un villaggio si trova coinvolto in una faida fra due gruppi di banditi contrapposti, riuscendo ad avere la meglio su entrambi. Il film (dichiaratamente) si ispirava a La sfida del samurai (1961) il capolavoro di Akira Kurosawa ed era interpretato da un attore il quale, a differenza degli altri suoi colleghi che apparivano nei crediti con degli pseudonimi di matrice anglofona, americano lo era davvero, un interprete sconosciuto in Italia e che in Patria aveva girato spot pubblicitari e partecipato principalmente a produzioni televisive a sfondo western ed il cui nome era Clint Eastwood. Nondimeno, non fu Per un pugno di dollari il primo western realizzato nel nostro Paese. Un altro regista italiano, prima di Leone, intravide nelle storie ambientate nella frontiera americana una possibile svolta della sua carriera, il cui nome è Mario Caiano. Il romano Caiano era figlio d’arte ed aveva ereditato dal padre Carlo, di professione regista e produttore, la passione per la settima arte ma, laureatosi in Lettere, inizia a guadagnarsi da vivere come archeologo presso la Sovrintendenza della sua città. Ben presto, però, capisce che il suo futuro è nel mondo del cinema e, nell’anno di grazia 1964, aveva già all’attivo diverse produzioni, un immancabile peplum con cui aveva debuttato nel grande schermo nelle vesti di regista (Ulisse contro Ercole 1962), cui seguirono due piccole produzioni, Il segno del coyote e Duello nel Texas, entrambe dirette nel 1963, a tutti gli effetti i primi western girati in Italia. Ma in realtà, qualche anno prima che Caiano decidesse di imboccare la strada del western, il regista Giorgio Simonelli chiama a raccolta tre dei comici più in vista del momento, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, e li fa recitare in I magnifici tre (1961) una sorta di fiacca parodia de I magnifici sette (1960) diretto da John Sturges, che è di fatto il primo film italiano con ambientazione western, in cui però a prevalere sono i toni farseschi. Ma, nell’autunno del 1964, saranno tre le pellicole western che usciranno nei cinema italiani e precisamente, in ordine cronologico, il film di Sergio Leone che irromperà sugli schermi il 12 settembre, cui seguiranno il film di Caiano, uscito il 23 ottobre e il giorno successivo un’altra piccola produzione italiana dal titolo La strada per fort Alamo, diretta dal maestro del gotico nostrano Mario Bava, che qui si firma con lo pseudonimo John Old.

Erano quegli gli anni in cui nei cinema italiani aveva già fatto capolino il peplum (traduzione letterale di sandalone), ciò il filone mitologico di casa nostra molto prolifico, ma mai eccelso, che trovò cittadinanza a Cinecittà, nell’epoca della c.d. Hollywood sul Tevere, quando i nostri studios ospitavano le grandi produzione americane di quel periodo, le cui sontuose scenografie venivano utilizzate come location per le nostre pellicole. Il genere mitologico (o peplum appunto) ebbe un grande riscontro fra le produzioni italiane negli anni 1958 – 1963 e fu soppiantato nei gusti del pubblico dal nascente western all’italiana. Secondo le fonti più accreditate, la pellicola che diede il via al genere peplum è considerata Le fatiche di Ercole (1958) con la regia di Pietro Francisci. La produzione, tratta dall’opera Le Argonautiche di Apollonio Rodio, fu quella che riscosse il maggiore successo di pubblico e di critica a trattare del celeberrimo personaggio mitologico, tanto che l’anno successivo il regista romano girò il sequel dal titolo Ercole e la regina di Lidia, a cui faranno seguito altre pellicole sempre appartenenti allo stesso filone con il quale Francisci si congederà dal pubblico italiano.

Quando venne anche il tempo del tramonto del western spaghetti, bisognava trovare un altro genere che riscuotesse il gradimento di quel pubblico che aveva affollato le sale per un decennio. Nacque così il genere poliziesco italiano (spregiativamente definiti “poliziotteschi” dalla critica più retriva), che è stato un altro dei filoni più prolifici della nostra cinematografia. Agli scenari della frontiera, ai saloon polverosi, ai villaggi dei cowboys ed alle altre location tipiche del western, sono subentrate le ambientazioni delle nostre città, dove i registi adatteranno e dirigeranno le varie storie in cui c’è spesso un malvivente a cui dà la caccia il commissario di turno. Tuttavia, i cineasti che si confronteranno con questi plot, non avranno più bisogno di ispirarsi a storie ed a tradizioni che non ci appartenevano, come era avvenuto con il genere western, ma guarderanno alle vicende di casa nostra, cioè a quella fertile realtà criminale e metropolitana, da cui potere attingere.

Antesignano del genere, secondo una diffusa opinione, va considerato La polizia ringrazia (1972) diretto da Stefano Vanzina, che per l’occasione si firma con il suo nome e non con lo pseudonimo Steno, che lo ha reso celebre.

Tuttavia, a codificare davvero l’immaginario del cinema poliziesco italiano tracciandone le coordinate espressive è senza dubbio la Trilogia del Mileu di Fernando Di Leo: La mala ordina (1972), Milano calibro 9 (1972) e Il boss (1973).

Se lo spaghetti western ha un debito perenne nei confronti del cinema di Sergio Leone, il poliziesco all’italiana deve sicuramente qualcosa all’opera discontinua di Fernando Di Leo, regista e sceneggiatore (autore, tra l’altro, della sceneggiatura di molti successi di genere poliziesco e western, tra cui Per un pugno di dollari di Sergio leone, scritto assieme a Duccio Tessari), il cui cinema – a lungo dimenticato e riscoperto grazie all’intelligente analisi retrospettiva di alcuni critici di nuova generazione – è stato talora accostato a quello di Melville e Siegel, per la capacità di tradurre efficacemente in immagini ambienti e personaggi della malavita . Nel carnet del regista pugliese si contano anche altri film polizieschi, che senza raggiungere gli standard qualitativi della trilogia, restituiscono comunque uno spaccato fedele della criminalità metropolitana. Ci riferiamo a La città è sconvolta, caccia spietata ai rapitori (1975), Il colpo in canna (1975), I padroni della città (1976) e Diamanti sporchi di sangue (1978).

Fin qui, abbiamo trattato i generi più prolifici e riconoscibili della nostra cinematografia. Nondimeno, fra le pieghe dei vari filoni che hanno caratterizzato il cinema bis, è possibile ritracciare altri rivoli o sotto filoni, alcuni dai nomi fantasiosi, e fra questi è interessante citare i prolifici Decamerotico e Erossvastika.

Con il primo termine si indica un filone della nostra cinematografia, detta anche commedia boccaccesca, che comprende delle pellicole le cui storie, ambientate nell’Italia tardo medievale, sono condite da avventure a sfondo sessuale, intrise da una vena da commedia. I primi esemplari di questo sottogenere della commedia erotica all’italiana risalgono agli anni sessanta, quando Alberto Lattuada dirige La mandragola (1965), che ha generato alcuni epigoni usciti nello stesso periodo. Tuttavia, è negli anni settanta che si registra una prolificazione di titoli (oltre cinquanta film), in seguito alla c.d. trilogia della vita, le tre pellicole dirette da Pier Paolo Pasolini, Il Decameron (1971), cui ne seguirono altre due, I racconti di Canterbury 1972 e Il fiore delle mille e una notte 1974) che attirarono tanto pubblico nelle sale, attratto delle scene di nudo e di sesso, all’epoca non usuali nelle nostre produzioni. Da lì una serie di sottoprodotti di minore impegno artistico rispetto alle opere dell’autore romano, che viravano decisamente verso toni più brillanti.

Con riguardo al cd Erossvastika o Nazisploitation, da alcuni considerato il più oltraggioso dei generi italiani, dobbiamo andare indietro nel tempo di diversi decenni, quando alcuni autori del nostro cinema bis si cimentano con un genere che mischiava eros e pathos, verità e finzione, con storie condite di sadismo e sopraffazione ad opera degli aguzzini (e aguzzine) nazisti. Il proliferare dei tanti titoli di questa produzione lo si deve al successo riscosso a metà anni settanta da due pellicole d’autore, Il portiere di notte (1974), diretto da Liliana Cavani che al momento della sua uscita ebbe diversi problemi di censura per la crudezza della storia torbida imperniata sulla relazione sadomasochista fra un ex ufficiale delle SS (Dick Bogarde) che incontra, nell’albergo dove lavora come portiere notturno, una donna ebrea (Charlotte Rampling), vittima dei suoi passati abomini in un campo di concentramento, seguito l’anno successivo da Saloon Kitty, la pellicola dalla genesi più travagliata firmata da Tinto Brass, che racconta dell’omonimo bordello di Berlino dove chi vi lavorava era al servizio della polizia politica che registrava e controllava gli incontri fra le prostitute e i clienti, quest’ultimi appartenenti all’èlite militare e politica della Germania nazista.      

Carmelo Franco

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Cinema

La banda muta di Alessia Bottone

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“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che  attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega-  che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.

Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto,  sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.

  

Guarda l’intervista alla regista 

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Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky

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Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.

Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).

Sinossi

Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.

Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.

Guarda il trailer

Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò

 

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Cinema

Marsala, Mille volti una storia

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 25 maggio 2026: Mattinata ricca di emozioni al Teatro Impero, a Marsala, dove si è tentuta la cerimonia di presentazione del progetto Cinema per la Scuola(Cinema e immagini per la scuola) “Visioni fuori luogo” nell’ambito del quale alcuni studenti, del Liceo Pascasino – Giovanni XXIII e di altre Scuole Secondarie di Primo grado del territorio, sono state protagonisti di una mini serie web, in tre puntate, dal titolo “Marsala: mille volti, una storia”. Il lavorio filmico esplora la realtà multiculturale di #marsala attraverso le storie di giovani immigrati e documenta le loro esperienze, le sfide, i sogni e le speranze, con l’obiettivo di sfatare stereotipi e pregiudizi e promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, di cui Marsala è città pilota. Il progetto che ha portato alla realizzazione delle tre puntate, è stato realizzato dagli esperti: Giacomo Di Girolamo (Sceneggiatore), Francesco Dinolfo (Direttore della Fotografia) e Alessio Piazza (Regia) e seguito dalla prof.ssa Rossella Nocera, in qualità di responsabile scientifico, dalle docenti A. Galfano, I. Pellegrino e R. Zizzo, in qualità tutor e dal prof. Luca Facciolo, in qualità di Valutatore. Per l’occasione è stata nominata una giuria di esperti (attori e docenti di cinematografia), composta da Ester Pantano, Sofia Fici, Luana Rondinelli, Claudio Casisa e Ivan Scinardo, che ha premiato, a conclusione dell’evento, i migliori attori protagonisti e non.
 

 

 

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