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Cinema

C’è sempre la prima volta

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I capostipite dei generi italiani 

In Italia i primi segnali di ripresa del cinema popolare che fu, vi sono stati e risalgono al 2005 quando il successo di Romanzo criminale apre la strada ad altri film sul crimine italiano (Gomorra e Suburra su tutti). L’anno di grazia è però il 2016, quando esce nelle sale Lo chiamavano jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, film di straordinario successo di critica e pubblico che racconta la curiosa vicenda di un supereroe di borgata (Claudio Santamaria) e della sua nemesi, un criminale romano in fissa con il pop italiano degli anni Ottanta (Luca Marinelli). I tanti riconoscimenti consentono al regista di realizzare (e con ben altro budget) il suo secondo film, Freaks out (2021): un godibilissimo pastiche storico-fantastico, che racconta le avventure di un gruppo di giovani dotasti di poteri eccezionali nell’Italia occupata dai Nazisti. In contemporanea con il primo film di Mainetti, Matteo Rovere produce e dirige Veloce come il vento, film ambientato nel mondo delle corse automobilistiche che ottiene un ottimo risultato al botteghino, a cui segue, sempre a firma di Matteo Rovere, Il primo re (2019), film ambizioso sul mito della fondazione di Roma. La strada, come si vede, è tracciata e, sull’onda del successo di film finalmente originali, i registi più giovani trovano il coraggio di cimentarsi nuovamente con il genere.

Altri giovani registi italiani si sono, poi, inseriti in questo percorso virtuoso, di cui per tanti anni se n’è sentita la mancanza, ma non è di questo che vogliamo parlare oggi. Piuttosto, questo incipit ci consente di fissare un concetto e cioè di come nella settima arte, in Italia e pure nel resto del mondo, oggi e nel passato, vi è sempre stata una pellicola apripista, che ha inaugurato un genere, un filone o semplicemente una tendenza cinematografica. E questa è stata l’imprescindibile regola, specie quando nel nostro Paese erano imperanti i generi, cioè quella vasta produzione che oggi una critica più avveduta definisce cinema bis.

In questo nostro percorso, che vuole essere un semplice gioco cinefilo, proveremo, quindi, a rintracciare quei film usciti nelle nostre sale, senza i quali non vi sarebbero stati tanti altri prodotti a seguire, grazie agli incassi ottenuti e, qualche volta, anche ai consensi di critica ricevuti.

La nostra carrellata non può non iniziare con il genere più longevo del nostro cinema che è sicuramente la commedia all’italiana, avendo attraversato una trentina di anni della nostra vita. In che momento è nata esattamente l’italica commedia e quale è stata la pellicola antesignana del genere non è facile dirlo, tuttavia, la primogenitura del nascente genere da molti viene attribuita a Mario Monicelli, uno dei registi che ha dato lustro alla commedia all’italiana, il quale nel 1958 dirige I soliti ignoti, un cult del nostro cinema, che può essere considerato pure il capostipite di un diverso filone, almeno in Italia, cioè quello degli heist movie, “le pellicole del colpo grosso”, che in qualche maniera ha anche orientato tutta la produzione dei registi che verranno, i quali spesso ambienteranno i nostri film di rapina nel solco della commedia. In verità, l’idea iniziale di Monicelli sembra fosse stata quella di realizzare una sorta di parodia di un certo genere di successo, ovvero il noir francese, prendendo quale specifico riferimento il film Rififi (1955) di Jules Dassin, campione d’incassi in patria, che narrava di un gruppo di professionisti del crimine che progettano il colpo perfetto, che però andrà male. Il risultato finale, per fortuna, andrà oltre quelle che erano le intenzioni del regista romano, che con questa pellicola introdurrà una nuova via del genere brillante in Italia, non più legata all’avanspettacolo, ma con maggiore aderenza al contesto sociale, al quotidiano, ai problemi della gente comune, in altre parole quell’anno è nata la commedia all’italiana.  Secondo altri critici, invece, il film che avrebbe inaugurato la lunga stagione della commedia all’italiana viene individuato in Una vita difficile, uscito nelle sale nel 1961, diretto da Dino Risi ed interpretato da Alberto Sordi, in cui compare anche Vittorio Gassman, in un cameo non accreditato, nel ruolo di se stesso. La pellicola narra, attraverso una struttura che procede per decenni, l’evoluzione dell’Italia dal dopoguerra fino agli anni del boom economico. Ma vi è un’altra opera del regista milanese che è stata seminale per la nostra cinematografia, stiamo parlando de Il sorpasso (1962), per delle peculiarità che lo differenziano dagli altri diretti dal regista meneghino e, in verità, da tutti gli altri esemplari della commedia all’italiana, e non solo. Sono passati oltre sessant’anni dall’uscita in sala da quello che potremmo definire il primo road movie tutto italiano, come si può oggi definire il film di Risi, termine che all’epoca non ancora entrato in uso, nel nostro Paese come altrove. Il filone dei film su strada, infatti, riceverà consacrazione negli Stati Uniti e sarà riconoscibile come genere solo alla fine degli anni Sessanta, con l’uscita di pellicole quali Gangster Story (1967) e Easy rider (1969), e quindi il film di Risi lo si potrebbe considerare anche uno dei primi esemplari del nascente filone, almeno nel nostro Paese. Ambientato negli anni del boom economico, la pellicola, che racconta dell’incontro fortuito dei due protagonisti (Vittorio Gassmann e Juan Louis Trintignant), che insieme condivideranno quella (unica) giornata, su e giù per lo stivale, a bordo della mitica Lancia Aurelia b24 decappottabile, ha negli anni a seguire ispirato tantissimi registi che hanno firmato le loro storie ricalcando le stesse dinamiche finzionali dei due personaggi principali.

I generi più acclamati

Fra i generi più acclamati e riconoscibile all’estero, al pari della commedia all’italiana, vanno considerati il quasi coevo e più prolifico western spaghetti  e il neorealismo, che l’aveva preceduto. Nell’immediato dopoguerra, si era rivelata vincente la scelta di non lavare i panni sporchi in famiglia (che è l’espressione attribuita ad un giovane Giulio Andreotti, quando era Sottosegretario del Governo De Gasperi con delega allo spettacolo, pronunciata dopo aver visto il film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, Umberto D., chiaramente mostrando di non gradire la svolta neorealista del nostro cinema). Ad inaugurare il genere neorealista fu Roberto Rossellini che, all’indomani della seconda guerra mondiale, diresse Roma città aperta (1945) mettendo in scena, con un realismo mai adoperato prima, principalmente gli orrori del conflitto appena concluso, i suoi scempi e le sue macerie. La pellicola, che si inserisce nella c.d. trilogia della guerra antifascista dell’autore, insieme ai successivi Paisà (1946) e Germania anno zero (1948), è interpretata da Anna Magnani e Aldo Fabrizi, i quali guadagneranno con questo lavoro anche loro una notorietà internazionale.

Con riguardo all’altro grande filone di cui abbiamo parlato, sicuramente l’autore per eccellenza a cui si deve la fortunata stagione del western all’italiana, è Sergio Leone che nel 1964 dirige Per un pugno di dollari con il nom de plume di Bob Robertson, il quale ebbe un grande riscontro da parte della critica e del pubblico che si appassionarono ad un plot che narrava di un pistolero solitario e sconosciuto che giunto in un villaggio si trova coinvolto in una faida fra due gruppi di banditi contrapposti, riuscendo ad avere la meglio su entrambi. Il film (dichiaratamente) si ispirava a La sfida del samurai (1961) il capolavoro di Akira Kurosawa ed era interpretato da un attore il quale, a differenza degli altri suoi colleghi che apparivano nei crediti con degli pseudonimi di matrice anglofona, americano lo era davvero, un interprete sconosciuto in Italia e che in Patria aveva girato spot pubblicitari e partecipato principalmente a produzioni televisive a sfondo western ed il cui nome era Clint Eastwood. Nondimeno, non fu Per un pugno di dollari il primo western realizzato nel nostro Paese. Un altro regista italiano, prima di Leone, intravide nelle storie ambientate nella frontiera americana una possibile svolta della sua carriera, il cui nome è Mario Caiano. Il romano Caiano era figlio d’arte ed aveva ereditato dal padre Carlo, di professione regista e produttore, la passione per la settima arte ma, laureatosi in Lettere, inizia a guadagnarsi da vivere come archeologo presso la Sovrintendenza della sua città. Ben presto, però, capisce che il suo futuro è nel mondo del cinema e, nell’anno di grazia 1964, aveva già all’attivo diverse produzioni, un immancabile peplum con cui aveva debuttato nel grande schermo nelle vesti di regista (Ulisse contro Ercole 1962), cui seguirono due piccole produzioni, Il segno del coyote e Duello nel Texas, entrambe dirette nel 1963, a tutti gli effetti i primi western girati in Italia. Ma in realtà, qualche anno prima che Caiano decidesse di imboccare la strada del western, il regista Giorgio Simonelli chiama a raccolta tre dei comici più in vista del momento, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, e li fa recitare in I magnifici tre (1961) una sorta di fiacca parodia de I magnifici sette (1960) diretto da John Sturges, che è di fatto il primo film italiano con ambientazione western, in cui però a prevalere sono i toni farseschi. Ma, nell’autunno del 1964, saranno tre le pellicole western che usciranno nei cinema italiani e precisamente, in ordine cronologico, il film di Sergio Leone che irromperà sugli schermi il 12 settembre, cui seguiranno il film di Caiano, uscito il 23 ottobre e il giorno successivo un’altra piccola produzione italiana dal titolo La strada per fort Alamo, diretta dal maestro del gotico nostrano Mario Bava, che qui si firma con lo pseudonimo John Old.

Erano quegli gli anni in cui nei cinema italiani aveva già fatto capolino il peplum (traduzione letterale di sandalone), ciò il filone mitologico di casa nostra molto prolifico, ma mai eccelso, che trovò cittadinanza a Cinecittà, nell’epoca della c.d. Hollywood sul Tevere, quando i nostri studios ospitavano le grandi produzione americane di quel periodo, le cui sontuose scenografie venivano utilizzate come location per le nostre pellicole. Il genere mitologico (o peplum appunto) ebbe un grande riscontro fra le produzioni italiane negli anni 1958 – 1963 e fu soppiantato nei gusti del pubblico dal nascente western all’italiana. Secondo le fonti più accreditate, la pellicola che diede il via al genere peplum è considerata Le fatiche di Ercole (1958) con la regia di Pietro Francisci. La produzione, tratta dall’opera Le Argonautiche di Apollonio Rodio, fu quella che riscosse il maggiore successo di pubblico e di critica a trattare del celeberrimo personaggio mitologico, tanto che l’anno successivo il regista romano girò il sequel dal titolo Ercole e la regina di Lidia, a cui faranno seguito altre pellicole sempre appartenenti allo stesso filone con il quale Francisci si congederà dal pubblico italiano.

Quando venne anche il tempo del tramonto del western spaghetti, bisognava trovare un altro genere che riscuotesse il gradimento di quel pubblico che aveva affollato le sale per un decennio. Nacque così il genere poliziesco italiano (spregiativamente definiti “poliziotteschi” dalla critica più retriva), che è stato un altro dei filoni più prolifici della nostra cinematografia. Agli scenari della frontiera, ai saloon polverosi, ai villaggi dei cowboys ed alle altre location tipiche del western, sono subentrate le ambientazioni delle nostre città, dove i registi adatteranno e dirigeranno le varie storie in cui c’è spesso un malvivente a cui dà la caccia il commissario di turno. Tuttavia, i cineasti che si confronteranno con questi plot, non avranno più bisogno di ispirarsi a storie ed a tradizioni che non ci appartenevano, come era avvenuto con il genere western, ma guarderanno alle vicende di casa nostra, cioè a quella fertile realtà criminale e metropolitana, da cui potere attingere.

Antesignano del genere, secondo una diffusa opinione, va considerato La polizia ringrazia (1972) diretto da Stefano Vanzina, che per l’occasione si firma con il suo nome e non con lo pseudonimo Steno, che lo ha reso celebre.

Tuttavia, a codificare davvero l’immaginario del cinema poliziesco italiano tracciandone le coordinate espressive è senza dubbio la Trilogia del Mileu di Fernando Di Leo: La mala ordina (1972), Milano calibro 9 (1972) e Il boss (1973).

Se lo spaghetti western ha un debito perenne nei confronti del cinema di Sergio Leone, il poliziesco all’italiana deve sicuramente qualcosa all’opera discontinua di Fernando Di Leo, regista e sceneggiatore (autore, tra l’altro, della sceneggiatura di molti successi di genere poliziesco e western, tra cui Per un pugno di dollari di Sergio leone, scritto assieme a Duccio Tessari), il cui cinema – a lungo dimenticato e riscoperto grazie all’intelligente analisi retrospettiva di alcuni critici di nuova generazione – è stato talora accostato a quello di Melville e Siegel, per la capacità di tradurre efficacemente in immagini ambienti e personaggi della malavita . Nel carnet del regista pugliese si contano anche altri film polizieschi, che senza raggiungere gli standard qualitativi della trilogia, restituiscono comunque uno spaccato fedele della criminalità metropolitana. Ci riferiamo a La città è sconvolta, caccia spietata ai rapitori (1975), Il colpo in canna (1975), I padroni della città (1976) e Diamanti sporchi di sangue (1978).

Fin qui, abbiamo trattato i generi più prolifici e riconoscibili della nostra cinematografia. Nondimeno, fra le pieghe dei vari filoni che hanno caratterizzato il cinema bis, è possibile ritracciare altri rivoli o sotto filoni, alcuni dai nomi fantasiosi, e fra questi è interessante citare i prolifici Decamerotico e Erossvastika.

Con il primo termine si indica un filone della nostra cinematografia, detta anche commedia boccaccesca, che comprende delle pellicole le cui storie, ambientate nell’Italia tardo medievale, sono condite da avventure a sfondo sessuale, intrise da una vena da commedia. I primi esemplari di questo sottogenere della commedia erotica all’italiana risalgono agli anni sessanta, quando Alberto Lattuada dirige La mandragola (1965), che ha generato alcuni epigoni usciti nello stesso periodo. Tuttavia, è negli anni settanta che si registra una prolificazione di titoli (oltre cinquanta film), in seguito alla c.d. trilogia della vita, le tre pellicole dirette da Pier Paolo Pasolini, Il Decameron (1971), cui ne seguirono altre due, I racconti di Canterbury 1972 e Il fiore delle mille e una notte 1974) che attirarono tanto pubblico nelle sale, attratto delle scene di nudo e di sesso, all’epoca non usuali nelle nostre produzioni. Da lì una serie di sottoprodotti di minore impegno artistico rispetto alle opere dell’autore romano, che viravano decisamente verso toni più brillanti.

Con riguardo al cd Erossvastika o Nazisploitation, da alcuni considerato il più oltraggioso dei generi italiani, dobbiamo andare indietro nel tempo di diversi decenni, quando alcuni autori del nostro cinema bis si cimentano con un genere che mischiava eros e pathos, verità e finzione, con storie condite di sadismo e sopraffazione ad opera degli aguzzini (e aguzzine) nazisti. Il proliferare dei tanti titoli di questa produzione lo si deve al successo riscosso a metà anni settanta da due pellicole d’autore, Il portiere di notte (1974), diretto da Liliana Cavani che al momento della sua uscita ebbe diversi problemi di censura per la crudezza della storia torbida imperniata sulla relazione sadomasochista fra un ex ufficiale delle SS (Dick Bogarde) che incontra, nell’albergo dove lavora come portiere notturno, una donna ebrea (Charlotte Rampling), vittima dei suoi passati abomini in un campo di concentramento, seguito l’anno successivo da Saloon Kitty, la pellicola dalla genesi più travagliata firmata da Tinto Brass, che racconta dell’omonimo bordello di Berlino dove chi vi lavorava era al servizio della polizia politica che registrava e controllava gli incontri fra le prostitute e i clienti, quest’ultimi appartenenti all’èlite militare e politica della Germania nazista.      

Carmelo Franco

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Cinema

 C’era una volta l’Odissea

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L’ Odissea  di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.

A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.

Il regista

Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer  e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia.

Le difficoltà logistiche

Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.

Il parere dei critici

I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno,  dotato di un grande senso di concretezza.

Il suono

Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura,  e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.

La scena delle sirene e Polifemo

Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati:  “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”

Il ritorno a casa di Ulisse

Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea.  Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…

Il successo di Nolan

Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore,  produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.

La legge degli dei

Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.

Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…

Il film è  stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!

Ecco una delle domande che ci pone il regista:

“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace  è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere  che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte  abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…  

Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?

Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere  un’altra volta, allo Science Museum Imax  Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia  IMAX 70 mm…

Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)

Giuseppe Maurizio Piscopo

   

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Cinema

La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro

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Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi

Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata. 

Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola.  Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare». 

Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
 
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso. 

(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)

Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva

 

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Cinema

Stefano Coco e il mare di Capo Zafferano

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Un lavoro per la salvaguardia ambientale

Che cosa significa oggi spendersi per il bene dell’ambiente? Per Stefano Coco vuol dire studiare, documentare, ma più di tutto divulgare.

Stefano Coco

Stefano Coco è un documentarista originario di Ustica, isola che sin da subito lo ha messo a contatto con il patrimonio ambientale del Mediterraneo, dove l’istituzione di un’area marina protetta ha contribuito alla tutela di una biodiversità oggi apprezzata e riconosciuta a livello internazionale.

È da questo legame con il territorio e con il mare che prende forma il percorso professionale di Stefano, che negli anni ha trasformato la sua passione in un lavoro, affermandosi come regista, filmmaker e operatore subacqueo. Ha collaborato con realtà come National Geographic, la RAI e diverse produzioni internazionali.

Il rapporto tra uomo e ambiente

Il suo lavoro si concentra soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente, raccontando attraverso le immagini le trasformazioni che stanno interessando il nostro pianeta. Dal cambiamento climatico alla pressione esercitata sulle risorse naturali, fino alle sfide affrontate dalle comunità per trovare un nuovo equilibrio con l’ambiente, i suoi progetti cercano di portare alla luce questioni spesso lontane dagli occhi del grande pubblico. Le immagini diventano così non soltanto un mezzo per raccontare ciò che accade, ma anche uno strumento per comprendere il presente e stimolare una maggiore consapevolezza e un maggiore senso di responsabilità verso l’ambiente.

Il progetto

Il progetto che Stefano ha iniziato è un’iniziativa completamente indipendente. Alle sue spalle non c’è nessun finanziamento esterno: si tratta di un’autoproduzione che porta avanti da circa un anno.

«Non avendo una committenza o dei finanziatori – ci racconta – ho molta libertà nel modo in cui racconto questa storia. È un progetto che mi appassiona molto e che considero una battaglia importante, anche dal punto di vista sociale.»

Il documentario

Il documentario è finalizzato all’istituzione dell’Area Marina Protetta nella zona di costa corrispondente a Capo Zafferano, area di forte valore naturalistico che si trova al centro del lavoro che sta portando avanti il comitato promotore che si è formato nel 2021. L’obiettivo di Stefano è quello di sostenere questo percorso grazie a un documentario. Non soltanto per mostrare a tutti la bellezza di questo posto, ma anche per raccontarne le fragilità e il patrimonio biologico. Per assemblare questo racconto, Stefano ha raccolto una moltitudine di testimonianze e interviste, affiancando le sue immagini alle voci di chi quel territorio lo vive e lo protegge ogni giorno: ricercatori, associazioni ambientaliste, pescatori e diving center.

Diving e realtà locali

«Da circa un anno sto realizzando riprese e interviste con tutte le persone che si stanno battendo per questo obiettivo. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità di tutti: associazioni, diving e realtà locali hanno scelto di sostenere il progetto mettendosi a disposizione anche dal punto di vista logistico.»

 

 

La biodiversità

«Chi vive il mare ogni giorno si rende conto che un mare protetto si rigenera, aumenta la biodiversità, i fondali rimangono in salute e tutto questo rende il territorio ancora più attrattivo anche dal punto di vista turistico.»

La convinzione che emerge dalle sue parole è che la tutela dell’ambiente non può essere imposta, bensì ha origine dalla partecipazione di chi quei luoghi li vive e li abita.

L’area marina protetta   

«Un’Area Marina Protetta funziona soltanto se è condivisa dalla popolazione. Deve nascere un legame con quel mare, un vero e proprio senso di appartenenza. Solo così si genera il desiderio di proteggerlo.»

È forse questo il messaggio più emblematico che emerge dalla conversazione con Stefano Coco. Le immagini, da sole, non bastano a cambiare il mondo, ma possono sostenere le persone a osservarlo con occhi diversi. Dal momento in cui un territorio viene conosciuto così per come è, diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.

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In Tendenza