Cinema
C’è sempre la prima volta
I capostipite dei generi italiani
In Italia i primi segnali di ripresa del cinema popolare che fu, vi sono stati e risalgono al 2005 quando il successo di Romanzo criminale apre la strada ad altri film sul crimine italiano (Gomorra e Suburra su tutti). L’anno di grazia è però il 2016, quando esce nelle sale Lo chiamavano jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, film di straordinario successo di critica e pubblico che racconta la curiosa vicenda di un supereroe di borgata (Claudio Santamaria) e della sua nemesi, un criminale romano in fissa con il pop italiano degli anni Ottanta (Luca Marinelli). I tanti riconoscimenti consentono al regista di realizzare (e con ben altro budget) il suo secondo film, Freaks out (2021): un godibilissimo pastiche storico-fantastico, che racconta le avventure di un gruppo di giovani dotasti di poteri eccezionali nell’Italia occupata dai Nazisti. In contemporanea con il primo film di Mainetti, Matteo Rovere produce e dirige Veloce come il vento, film ambientato nel mondo delle corse automobilistiche che ottiene un ottimo risultato al botteghino, a cui segue, sempre a firma di Matteo Rovere, Il primo re (2019), film ambizioso sul mito della fondazione di Roma. La strada, come si vede, è tracciata e, sull’onda del successo di film finalmente originali, i registi più giovani trovano il coraggio di cimentarsi nuovamente con il genere.
Altri giovani registi italiani si sono, poi, inseriti in questo percorso virtuoso, di cui per tanti anni se n’è sentita la mancanza, ma non è di questo che vogliamo parlare oggi. Piuttosto, questo incipit ci consente di fissare un concetto e cioè di come nella settima arte, in Italia e pure nel resto del mondo, oggi e nel passato, vi è sempre stata una pellicola apripista, che ha inaugurato un genere, un filone o semplicemente una tendenza cinematografica. E questa è stata l’imprescindibile regola, specie quando nel nostro Paese erano imperanti i generi, cioè quella vasta produzione che oggi una critica più avveduta definisce cinema bis.
In questo nostro percorso, che vuole essere un semplice gioco cinefilo, proveremo, quindi, a rintracciare quei film usciti nelle nostre sale, senza i quali non vi sarebbero stati tanti altri prodotti a seguire, grazie agli incassi ottenuti e, qualche volta, anche ai consensi di critica ricevuti.
La nostra carrellata non può non iniziare con il genere più longevo del nostro cinema che è sicuramente la commedia all’italiana, avendo attraversato una trentina di anni della nostra vita. In che momento è nata esattamente l’italica commedia e quale è stata la pellicola antesignana del genere non è facile dirlo, tuttavia, la primogenitura del nascente genere da molti viene attribuita a Mario Monicelli, uno dei registi che ha dato lustro alla commedia all’italiana, il quale nel 1958 dirige I soliti ignoti, un cult del nostro cinema, che può essere considerato pure il capostipite di un diverso filone, almeno in Italia, cioè quello degli heist movie, “le pellicole del colpo grosso”, che in qualche maniera ha anche orientato tutta la produzione dei registi che verranno, i quali spesso ambienteranno i nostri film di rapina nel solco della commedia. In verità, l’idea iniziale di Monicelli sembra fosse stata quella di realizzare una sorta di parodia di un certo genere di successo, ovvero il noir francese, prendendo quale specifico riferimento il film Rififi (1955) di Jules Dassin, campione d’incassi in patria, che narrava di un gruppo di professionisti del crimine che progettano il colpo perfetto, che però andrà male. Il risultato finale, per fortuna, andrà oltre quelle che erano le intenzioni del regista romano, che con questa pellicola introdurrà una nuova via del genere brillante in Italia, non più legata all’avanspettacolo, ma con maggiore aderenza al contesto sociale, al quotidiano, ai problemi della gente comune, in altre parole quell’anno è nata la commedia all’italiana. Secondo altri critici, invece, il film che avrebbe inaugurato la lunga stagione della commedia all’italiana viene individuato in Una vita difficile, uscito nelle sale nel 1961, diretto da Dino Risi ed interpretato da Alberto Sordi, in cui compare anche Vittorio Gassman, in un cameo non accreditato, nel ruolo di se stesso. La pellicola narra, attraverso una struttura che procede per decenni, l’evoluzione dell’Italia dal dopoguerra fino agli anni del boom economico. Ma vi è un’altra opera del regista milanese che è stata seminale per la nostra cinematografia, stiamo parlando de Il sorpasso (1962), per delle peculiarità che lo differenziano dagli altri diretti dal regista meneghino e, in verità, da tutti gli altri esemplari della commedia all’italiana, e non solo. Sono passati oltre sessant’anni dall’uscita in sala da quello che potremmo definire il primo road movie tutto italiano, come si può oggi definire il film di Risi, termine che all’epoca non ancora entrato in uso, nel nostro Paese come altrove. Il filone dei film su strada, infatti, riceverà consacrazione negli Stati Uniti e sarà riconoscibile come genere solo alla fine degli anni Sessanta, con l’uscita di pellicole quali Gangster Story (1967) e Easy rider (1969), e quindi il film di Risi lo si potrebbe considerare anche uno dei primi esemplari del nascente filone, almeno nel nostro Paese. Ambientato negli anni del boom economico, la pellicola, che racconta dell’incontro fortuito dei due protagonisti (Vittorio Gassmann e Juan Louis Trintignant), che insieme condivideranno quella (unica) giornata, su e giù per lo stivale, a bordo della mitica Lancia Aurelia b24 decappottabile, ha negli anni a seguire ispirato tantissimi registi che hanno firmato le loro storie ricalcando le stesse dinamiche finzionali dei due personaggi principali.
I generi più acclamati
Fra i generi più acclamati e riconoscibile all’estero, al pari della commedia all’italiana, vanno considerati il quasi coevo e più prolifico western spaghetti e il neorealismo, che l’aveva preceduto. Nell’immediato dopoguerra, si era rivelata vincente la scelta di non lavare i panni sporchi in famiglia (che è l’espressione attribuita ad un giovane Giulio Andreotti, quando era Sottosegretario del Governo De Gasperi con delega allo spettacolo, pronunciata dopo aver visto il film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, Umberto D., chiaramente mostrando di non gradire la svolta neorealista del nostro cinema). Ad inaugurare il genere neorealista fu Roberto Rossellini che, all’indomani della seconda guerra mondiale, diresse Roma città aperta (1945) mettendo in scena, con un realismo mai adoperato prima, principalmente gli orrori del conflitto appena concluso, i suoi scempi e le sue macerie. La pellicola, che si inserisce nella c.d. trilogia della guerra antifascista dell’autore, insieme ai successivi Paisà (1946) e Germania anno zero (1948), è interpretata da Anna Magnani e Aldo Fabrizi, i quali guadagneranno con questo lavoro anche loro una notorietà internazionale.
Con riguardo all’altro grande filone di cui abbiamo parlato, sicuramente l’autore per eccellenza a cui si deve la fortunata stagione del western all’italiana, è Sergio Leone che nel 1964 dirige Per un pugno di dollari con il nom de plume di Bob Robertson, il quale ebbe un grande riscontro da parte della critica e del pubblico che si appassionarono ad un plot che narrava di un pistolero solitario e sconosciuto che giunto in un villaggio si trova coinvolto in una faida fra due gruppi di banditi contrapposti, riuscendo ad avere la meglio su entrambi. Il film (dichiaratamente) si ispirava a La sfida del samurai (1961) il capolavoro di Akira Kurosawa ed era interpretato da un attore il quale, a differenza degli altri suoi colleghi che apparivano nei crediti con degli pseudonimi di matrice anglofona, americano lo era davvero, un interprete sconosciuto in Italia e che in Patria aveva girato spot pubblicitari e partecipato principalmente a produzioni televisive a sfondo western ed il cui nome era Clint Eastwood. Nondimeno, non fu Per un pugno di dollari il primo western realizzato nel nostro Paese. Un altro regista italiano, prima di Leone, intravide nelle storie ambientate nella frontiera americana una possibile svolta della sua carriera, il cui nome è Mario Caiano. Il romano Caiano era figlio d’arte ed aveva ereditato dal padre Carlo, di professione regista e produttore, la passione per la settima arte ma, laureatosi in Lettere, inizia a guadagnarsi da vivere come archeologo presso la Sovrintendenza della sua città. Ben presto, però, capisce che il suo futuro è nel mondo del cinema e, nell’anno di grazia 1964, aveva già all’attivo diverse produzioni, un immancabile peplum con cui aveva debuttato nel grande schermo nelle vesti di regista (Ulisse contro Ercole 1962), cui seguirono due piccole produzioni, Il segno del coyote e Duello nel Texas, entrambe dirette nel 1963, a tutti gli effetti i primi western girati in Italia. Ma in realtà, qualche anno prima che Caiano decidesse di imboccare la strada del western, il regista Giorgio Simonelli chiama a raccolta tre dei comici più in vista del momento, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, e li fa recitare in I magnifici tre (1961) una sorta di fiacca parodia de I magnifici sette (1960) diretto da John Sturges, che è di fatto il primo film italiano con ambientazione western, in cui però a prevalere sono i toni farseschi. Ma, nell’autunno del 1964, saranno tre le pellicole western che usciranno nei cinema italiani e precisamente, in ordine cronologico, il film di Sergio Leone che irromperà sugli schermi il 12 settembre, cui seguiranno il film di Caiano, uscito il 23 ottobre e il giorno successivo un’altra piccola produzione italiana dal titolo La strada per fort Alamo, diretta dal maestro del gotico nostrano Mario Bava, che qui si firma con lo pseudonimo John Old.
Erano quegli gli anni in cui nei cinema italiani aveva già fatto capolino il peplum (traduzione letterale di sandalone), ciò il filone mitologico di casa nostra molto prolifico, ma mai eccelso, che trovò cittadinanza a Cinecittà, nell’epoca della c.d. Hollywood sul Tevere, quando i nostri studios ospitavano le grandi produzione americane di quel periodo, le cui sontuose scenografie venivano utilizzate come location per le nostre pellicole. Il genere mitologico (o peplum appunto) ebbe un grande riscontro fra le produzioni italiane negli anni 1958 – 1963 e fu soppiantato nei gusti del pubblico dal nascente western all’italiana. Secondo le fonti più accreditate, la pellicola che diede il via al genere peplum è considerata Le fatiche di Ercole (1958) con la regia di Pietro Francisci. La produzione, tratta dall’opera Le Argonautiche di Apollonio Rodio, fu quella che riscosse il maggiore successo di pubblico e di critica a trattare del celeberrimo personaggio mitologico, tanto che l’anno successivo il regista romano girò il sequel dal titolo Ercole e la regina di Lidia, a cui faranno seguito altre pellicole sempre appartenenti allo stesso filone con il quale Francisci si congederà dal pubblico italiano.
Quando venne anche il tempo del tramonto del western spaghetti, bisognava trovare un altro genere che riscuotesse il gradimento di quel pubblico che aveva affollato le sale per un decennio. Nacque così il genere poliziesco italiano (spregiativamente definiti “poliziotteschi” dalla critica più retriva), che è stato un altro dei filoni più prolifici della nostra cinematografia. Agli scenari della frontiera, ai saloon polverosi, ai villaggi dei cowboys ed alle altre location tipiche del western, sono subentrate le ambientazioni delle nostre città, dove i registi adatteranno e dirigeranno le varie storie in cui c’è spesso un malvivente a cui dà la caccia il commissario di turno. Tuttavia, i cineasti che si confronteranno con questi plot, non avranno più bisogno di ispirarsi a storie ed a tradizioni che non ci appartenevano, come era avvenuto con il genere western, ma guarderanno alle vicende di casa nostra, cioè a quella fertile realtà criminale e metropolitana, da cui potere attingere.
Antesignano del genere, secondo una diffusa opinione, va considerato La polizia ringrazia (1972) diretto da Stefano Vanzina, che per l’occasione si firma con il suo nome e non con lo pseudonimo Steno, che lo ha reso celebre.
Tuttavia, a codificare davvero l’immaginario del cinema poliziesco italiano tracciandone le coordinate espressive è senza dubbio la Trilogia del Mileu di Fernando Di Leo: La mala ordina (1972), Milano calibro 9 (1972) e Il boss (1973).
Se lo spaghetti western ha un debito perenne nei confronti del cinema di Sergio Leone, il poliziesco all’italiana deve sicuramente qualcosa all’opera discontinua di Fernando Di Leo, regista e sceneggiatore (autore, tra l’altro, della sceneggiatura di molti successi di genere poliziesco e western, tra cui Per un pugno di dollari di Sergio leone, scritto assieme a Duccio Tessari), il cui cinema – a lungo dimenticato e riscoperto grazie all’intelligente analisi retrospettiva di alcuni critici di nuova generazione – è stato talora accostato a quello di Melville e Siegel, per la capacità di tradurre efficacemente in immagini ambienti e personaggi della malavita . Nel carnet del regista pugliese si contano anche altri film polizieschi, che senza raggiungere gli standard qualitativi della trilogia, restituiscono comunque uno spaccato fedele della criminalità metropolitana. Ci riferiamo a La città è sconvolta, caccia spietata ai rapitori (1975), Il colpo in canna (1975), I padroni della città (1976) e Diamanti sporchi di sangue (1978).
Fin qui, abbiamo trattato i generi più prolifici e riconoscibili della nostra cinematografia. Nondimeno, fra le pieghe dei vari filoni che hanno caratterizzato il cinema bis, è possibile ritracciare altri rivoli o sotto filoni, alcuni dai nomi fantasiosi, e fra questi è interessante citare i prolifici Decamerotico e Erossvastika.
Con il primo termine si indica un filone della nostra cinematografia, detta anche commedia boccaccesca, che comprende delle pellicole le cui storie, ambientate nell’Italia tardo medievale, sono condite da avventure a sfondo sessuale, intrise da una vena da commedia. I primi esemplari di questo sottogenere della commedia erotica all’italiana risalgono agli anni sessanta, quando Alberto Lattuada dirige La mandragola (1965), che ha generato alcuni epigoni usciti nello stesso periodo. Tuttavia, è negli anni settanta che si registra una prolificazione di titoli (oltre cinquanta film), in seguito alla c.d. trilogia della vita, le tre pellicole dirette da Pier Paolo Pasolini, Il Decameron (1971), cui ne seguirono altre due, I racconti di Canterbury 1972 e Il fiore delle mille e una notte 1974) che attirarono tanto pubblico nelle sale, attratto delle scene di nudo e di sesso, all’epoca non usuali nelle nostre produzioni. Da lì una serie di sottoprodotti di minore impegno artistico rispetto alle opere dell’autore romano, che viravano decisamente verso toni più brillanti.
Con riguardo al cd Erossvastika o Nazisploitation, da alcuni considerato il più oltraggioso dei generi italiani, dobbiamo andare indietro nel tempo di diversi decenni, quando alcuni autori del nostro cinema bis si cimentano con un genere che mischiava eros e pathos, verità e finzione, con storie condite di sadismo e sopraffazione ad opera degli aguzzini (e aguzzine) nazisti. Il proliferare dei tanti titoli di questa produzione lo si deve al successo riscosso a metà anni settanta da due pellicole d’autore, Il portiere di notte (1974), diretto da Liliana Cavani che al momento della sua uscita ebbe diversi problemi di censura per la crudezza della storia torbida imperniata sulla relazione sadomasochista fra un ex ufficiale delle SS (Dick Bogarde) che incontra, nell’albergo dove lavora come portiere notturno, una donna ebrea (Charlotte Rampling), vittima dei suoi passati abomini in un campo di concentramento, seguito l’anno successivo da Saloon Kitty, la pellicola dalla genesi più travagliata firmata da Tinto Brass, che racconta dell’omonimo bordello di Berlino dove chi vi lavorava era al servizio della polizia politica che registrava e controllava gli incontri fra le prostitute e i clienti, quest’ultimi appartenenti all’èlite militare e politica della Germania nazista.
Carmelo Franco
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
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