Cinema
Le Giurie internazionali del Concorso Venezia 82
Le Giurie internazionali del Concorso Venezia 82, di Orizzonti e di Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”
Di seguito le Giurie internazionali del Concorso Venezia 82, di Orizzonti e Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (27 agosto – 6 settembre 2025) della Biennale di Venezia, diretta da Alberto Barbera.
Venezia 82
La Giuria del Concorso di Venezia 82 è composta da:
- Alexander Payne, – presidente, regista, sceneggiatore e produttore statunitense. È cresciuto a Omaha, nel Nebraska, e ha studiato storia e letteratura spagnola a Stanford, prima di conseguire un master in regia cinematografica alla UCLA. I suoi film – tutte commedie – sono caratterizzati da una “costruzione elegante, umorismo pungente e belle interpretazioni tragicomiche”. Sono stati nominati per un totale di 24 Oscar, di cui quattro volte per il miglior film e tre volte per il miglior regista. Payne ha vinto due volte il premio per la migliore sceneggiatura non originale – per Sideways – In viaggio con Jack (2004) e Paradiso amaro (2011) – e il suo ultimo film, The Holdovers – Lezioni di vita (2023), ha ottenuto il premio per la migliore attrice non protagonista un anno fa. Appassionato di cinema da sempre e ardente sostenitore della conservazione dei film, fa parte del consiglio di amministrazione della Film Foundation e del Telluride FF. Attualmente sta preparando un nuovo film da girare nelle zone rurali della Danimarca. Il suo sogno è realizzare un western.
- Stéphane Brizé, regista e sceneggiatore francese. Ad oggi ha diretto 11 lungometraggi, tra cui Je ne suis pas là pour être aimé, Mademoiselle Chambon (César 2010 per il miglior adattamento), Quelques heures de printemps e La legge del mercato. Quest’ultimo è stato in concorso a Cannes nel 2015, dove Vincent Lindon ha ricevuto il premio come miglior attore. Per la sua interpretazione, Lindon ha vinto anche il premio César. Il film successivo è Una vita, dal romanzo di Maupassant, in concorso a Venezia nel 2016 e vincitore del Premio Louis Delluc. Con In guerra (2018) partecipa in concorso a Cannes. Un altro mondo (2021) e Le occasioni dell’amore (2023) sono entrambi presentati in concorso a Venezia. Molti suoi film esaminano gli effetti della finanziarizzazione dell’economia sulle persone. Brizé ha appena terminato le riprese del suo nuovo film, Un Bon Petit Soldat, con Vincent Lindon e Alba Rohrwacher.
- Maura Delpero, regista e sceneggiatrice italiana. Si è formata in letteratura a Bologna e Parigi, in drammaturgia a Buenos Aires. I suoi documentari sono stati premiati al Festival di Torino. Con il primo film di finzione Maternal, in Concorso a Locarno, ha vinto più di 30 premi in oltre 100 festival internazionali, ottenendo il Kering Women in Motion Young Talent Award al Festival di Cannes. Con il secondo film Vermiglio ha vinto il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria a Venezia e numerosi altri premi tra cui il Gold Hugo al Chicago IFF. Il film è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2025, entrando nella shortlist per il Miglior film internazionale. È stato inoltre nominato per Best Film e Best Director agli European Film Awards e per Best Film ai Gotham Awards e ai Golden Globes. Maura è la prima donna a vincere il David di Donatello per la miglior regia.
- Cristian Mungiu, scrittore, regista e produttore rumeno. Ha studiato letteratura a Iasi e cinema a Bucarest. Dopo la caduta del comunismo, ha lavorato per la carta stampata, in radio e in TV. Il suo primo film, Occident, presentato alla Quinzaine des cinéastes di Cannes nel 2002, è stato un successo in Romania. I suoi film successivi sono stati presentati a Cannes: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (2007, vincitore della Palma d’Oro), Oltre le colline (2012, premi per la migliore sceneggiatura e la migliore attrice a Cannes), Un padre, una figlia (2016, premio per la migliore regia a Cannes), Animali selvatici (2022). Ha fondato la società di produzione Mobra Films nel 2003, la società di distribuzione Voodoo Films nel 2006 e la ONG Asociatia Cinemascop nel 2010. Queste società hanno prodotto e distribuito un gran numero di film. Ha fondato i festival cinematografici Les Films de Cannes a Bucarest e American Independent Film Festival. Nel 2023 ha pubblicato Tania Ionascu, bunica mea. O biografie basarabeana. Il libro è stato tradotto in francese e in italiano.
- Mohammad Rasoulof, regista, scrittore e produttore iraniano. È uno dei registi indipendenti più importanti del cinema iraniano contemporaneo. I suoi film, noti per il caratteristico linguaggio cinematografico e per l’impegno audace con il quale affrontano le questioni sociali e politiche dell’Iran, hanno ricevuto un ampio consenso internazionale. Ha ricevuto oltre 80 premi internazionali, tra cui l’Orso d’oro a Berlino nel 2020 per Il male non esiste, il Premio Un Certain Regard per il miglior film a Cannes nel 2017 per A Man of Integrity e il Premio Un Certain Regard per il miglior regista nel 2011 per Be omid-e didar. Ciononostante, nessuno dei suoi 8 lungometraggi è stato proiettato in pubblico in Iran e l’autore ha dovuto continuamente affrontare severe restrizioni e pressioni da parte del regime iraniano. Il suo ultimo film, Il seme del fico sacro, è stato presentato a Cannes nel 2024, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria. Il film è stato il candidato ufficiale della Germania per il miglior film internazionale agli Academy Awards ed è stato nominato per l’Oscar.
- Fernanda Torres, attrice, scrittrice e sceneggiatrice brasiliana. Nel 1986 ha vinto la Palma d’Oro come miglior attrice per Eu Sei Que Vou Te Amar di Arnaldo Jabor. Ha lavorato, tra gli altri, con i registi Bruno Barreto, Andrucha Waddington e Walter Salles. Sul palcoscenico è stata Orlando in un adattamento del romanzo di Virginia Woolf e Nina ne Il gabbiano di Anton Chekov. Recita regolarmente in A casa dos Budas Ditosos, tratto dal libro di João Ubaldo Ribeiro. Ha scritto i romanzi Fine e A glória e seu cortejo de horrores. Ha scritto sceneggiature per il cinema e la TV ed è stata anche editorialista del quotidiano «Folha de São Paulo». Nel 2024 Io sono ancora qui di Walter Salles ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Venezia e poi l’Oscar per il miglior film internazionale. Per la sua interpretazione, Torres ha ricevuto una nomination all’Oscar e ha vinto il Golden Globe. Nell’ottobre 2025 parteciperà alle riprese di The Brokers, basato sulla sua sceneggiatura e diretto da Andrucha Waddington.
- Zhao Tao, attrice cinese. Diplomata all’Accademia di danza di Pechino, ha iniziato la sua carriera di attrice con Platform (2000) di Jia Zhang-Ke, presentato a Venezia. Ha lavorato con Jia Zhang-Ke nei film Unknown Pleasures (2002), The World (2004), Still Life (2006, Leone d’Oro a Venezia), Il tocco del peccato (2013), Al di là delle montagne (2015), I figli del Fiume Giallo (2018) e Generazione romantica (2024). Zhao ha vinto il David di Donatello per il suo ruolo in Io sono Li (2012) di Andrea Segre, presentato alle Giornate degli Autori. Ha lavorato anche con il regista Isaac Julien per Ten Thousand Waves (2010). Nel 2018 ha vinto il premio come miglior attrice al Chicago IFF per il suo ruolo in I figli del Fiume Giallo. Nel 2024 ha ricevuto lo Special Tribute Award al Toronto IFF. Tra i suoi lavori come produttrice figurano Useless (2007) e Swimming Out Till the Sea Turns Blue (2020).
La Giuria Venezia 82 assegnerà ai lungometraggi in Concorso – senza possibilità di ex-aequo – i seguenti premi ufficiali: Leone d’Oro per il miglior film, Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, Leone d’Argento – Premio per la migliore regia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, Premio Speciale della Giuria, Premio per la migliore sceneggiatura, Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente.
Orizzonti
La Giuria internazionale della sezione Orizzonti è composta da:
- Julia Ducournau – presidente, regista e sceneggiatrice francese. Si è fatta conoscere con il corto Junior, che ha vinto un premio alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2011. Il suo primo lungometraggio Raw – Una cruda verità è stato presentato alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2016 e ha vinto il Premio FIPRESCI. Il film ha partecipato a molti festival internazionali, inclusi Sundance e Toronto, e ha ricevuto numerosi premi. Nel 2021, il suo secondo film, Titane, è stato presentato a Cannes dove ha vinto la Palma d’Oro. Il film ha ricevuto il plauso della critica, è stato presentato in festival importanti e ha ottenuto molte nomination, incluse quelle per i premi BAFTA e César. Entrambi i film sono stati distribuiti in tutto il mondo. Il suo terzo film, Alpha, è stato recentemente presentato in Concorso a Cannes.
- Yuri Ancarani, regista e videoartista italiano. Ha esordito con il corto Il Capo (2010), presentato a Venezia, seguito da Da Vinci (2012), incluso nel Palazzo Enciclopedico, padiglione internazionale della Biennale d’Arte curata da Massimiliano Gioni. Il suo primo lungo, The Challenge (2016), ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria Ciné+ nella sezione “Cineasti del presente” a Locarno. Nel 2017 il «New York Times» lo ha inserito tra i registi emergenti da seguire. Nel 2021 ha realizzato Atlantide, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti e candidato come Miglior Documentario ai David di Donatello. È stato invitato nei più importanti festival internazionali, tra cui Toronto, Hot Docs, IDFA, SXSW, Cinema du Reel, Full Frame, True/False, Taipei, Rotterdam, Viennale e New Directors/New Films al MoMA. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali, tra cui: Hammer Museum di Los Angeles (2014), Kunsthalle Basel (2018), Castello di Rivoli (2019), Kunstverein Hannover (2022), MAMbo di Bologna (2023) e PAC di Milano (2023), dove ha presentato in anteprima il suo ultimo documentario, Il Popolo delle Donne (2023), anche selezionato alle Giornate degli Autori. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private in tutto il mondo.
- Fernando Enrique Juan Lima, critico cinematografico argentino. È avvocato e dottore in legge e ricopre il ruolo di giudice del contenzioso amministrativo. È stato vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Cinematografia e Arti Audiovisive della Repubblica Argentina (INCAA) dal 2017 al 2018 e presidente del Mar del Plata IFF dal 2020 al 2024. È un critico cinematografico che lavora per la carta stampata («El Amante/Cine», «Otros Cines», «Diario BAE», «Diario Crónica» e «Escribiendo Cine»), la TV (Cinema Mon Amour) e la radio (La Autopista del Sur). Ha fatto parte di giurie di festival a Torino, Pechino, Shanghai, Chicago, Montevideo, Mar del Plata, San Sebastián, Tallinn Black Nights e Lima. Vota per i Golden Globe ed è membro dell’Accademia del Cinema Argentino. È presidente dell’Associazione degli Amici del Museo del Cinema di Buenos Aires.
- Shannon Murphy, regista teatrale, televisiva e cinematografica australiana. Nel doppio ruolo di regista e produttrice esecutiva ha realizzato Dying for Sex di Liz Meriwether, con Michelle Williams e Jenny Slate, per FX, e Dope Girls di Polly Stenham per Bad Wolf e la BBC. Il suo primo film Babyteeth, interpretato da Essie Davis, Ben Mendelsohn e Eliza Scanlan, è stato in concorso a Venezia, dove Toby Wallace ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente. Nel 2021 ha ricevuto una nomination ai BAFTA come miglior regista per Babyteeth e nello stesso anno ha vinto il premio Kering’s Women in Motion a Cannes. Babyteeth è stato nominato come miglior film internazionale ai BIFAS e ha vinto 9 AACTA Awards. Shannon ha diretto 2 episodi di Killing Eve per BBC America/Sid Gentle e un blocco di episodi della serie comedy Dave per Temple Hill/FX.
- RaMell Ross, artista statunitense, regista, scrittore e documentarista liberato. Il suo documentario Hale County This Morning, This Evening ha vinto il Premio speciale della giuria per la visione creativa al Sundance e il Peabody Award. È stato inoltre candidato all’Oscar e all’Emmy Award. I ragazzi della Nickel, da lui diretto, è stato eletto miglior film del 2024 dal «The Atlantic», dal «New York Times», dal «New Yorker» e da IndieWire, ed è stato nominato per la migliore sceneggiatura non originale e per il miglior film agli Academy Awards. RaMell è stato eletto miglior regista del 2024 dai Film Critics Circle di New York e Londra. La sua prima monografia, Spell, Time, Practice, American, Body, pubblicata da MACK, è stata selezionata per l’Aperture Book Prize e il Kraszna-Krausz Photography Book Award, ed inserita nella lista del Deutsche Börse Photography Foundation Prize. Le sue opere sono presenti in varie collezioni permanenti come il Museum of Modern Art, il Victoria and Albert Museum e il Virginia Museum of Fine Arts. È professore associato di arte presso il dipartimento di Arti visive della Brown University.
La Giuria Orizzonti assegnerà – senza possibilità di ex-aequo – i seguenti premi: Premio Orizzonti per il miglior film, Premio Orizzonti per la migliore regia, Premio Speciale della Giuria Orizzonti, Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile, Premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile, Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura, Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”
La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” – Leone del Futuro è composta da:
- Charlotte Wells – presidente, regista scozzese che vive a New York. Il suo primo lungometraggio, Aftersun, interpretato da Paul Mescal e Frankie Corio, è stato presentato in anteprima alla Semaine de la Critique di Cannes. Per la sua interpretazione, Mescal è stato candidato all’Oscar come miglior attore. Wells ha vinto i premi BAFTA, BIFA, DGA, Gotham, Independent Spirit e NBR come migliore opera prima per Aftersun. In precedenza, ha scritto e diretto tre cortometraggi come studentessa del programma a doppio titolo MBA/MFA, presso la NYU.
- Erige Sehiri, regista, produttrice ed ex giornalista franco-tunisina. Nel 2018 ha diretto l’acclamato documentario As-Sekka. Nel 2022 ha scritto, diretto e prodotto il suo primo film, Il frutto della tarda estate, che nel 2021 ha partecipato a Final Cut in Venice, il progetto del Venice Production Bridge. Il film è stato presentato alla Quinzaine des cinéastes di Cannes ed è stato selezionato per rappresentare la Tunisia agli Academy Awards del 2023. Sehiri è una sostenitrice della libertà di espressione e dell’alfabetizzazione mediatica. È cofondatrice della webzine INKYFADA e della ONG tunisina Al KHATT. È membro fondatore del collettivo Rawiyat-Sisters in Film, che sostiene le donne registe del mondo arabo e della diaspora. Promis le ciel, il suo secondo film, è stato presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes.
- Silvio Soldini, regista e sceneggiatore italiano. Esordisce nel lungometraggio con L’aria serena dell’ovest (1990), che lo fa notare come uno dei giovani autori italiani più interessanti. Nel 1993 presenta a Venezia Un’anima divisa in due, Coppa Volpi a Fabrizio Bentivoglio per la migliore interpretazione maschile. Nel 2000 il suo film Pane e tulipani diventa un grande successo di pubblico vincendo 9 David di Donatello. Seguono altri 8 lungometraggi, tra cui Agata e la tempesta (2004), Giorni e nuvole (2007), Il colore nascosto delle cose (2017), presentato a Venezia, e vari documentari tra cui Per altri occhi, Il fiume ha sempre ragione, e Un altro domani. Il suo ultimo film, una produzione internazionale con un cast interamente tedesco, è Le Assaggiatrici, tratto dal romanzo omonimo di Rosella Postorino e distribuito in Italia nel 2025.
La Giuria del Premio Venezia Opera Prima assegnerà senza possibilità di ex aequo, tra tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele), il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, e un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro, che sarà suddiviso in parti uguali tra il regista e il produttore.
Cinema
No Other Choice di Park Chan-Wook
No Other Choice di Park Chan-Wook
C’è un momento preciso della propria vita in cui il lavoro termine di essere distinto nelle sue dimensioni, quella di passione e dedizione e quella di sopravvivenza. Quel sottile muro crolla e i due confini si confondono, amalgamano in una melma che non ha più origine né orizzonte, inglobata da un mondo sempre più legato a logiche economiche e turbocapitalistiche, sia da un punto di vista pratico che su un versante sociale, dove la quantità di lavoro è direttamente proporzionale a quello che ottieni, a quello che la società ti dà.
L’individuo come pezzo di un ingranaggio
Ad un certo punto però c’è una discrepanza, una rottura di questo ciclo minuziosamente composto in decenni di cultura del lavoro, dove il sacrificio e la dedizione messa nel proprio lavoro perdono improvvisamente e maliziosamente il proprio valore intrinseco. L’individuo che si cela dietro a quella mansione, spogliato da essa, si manifesta come un semplice pezzo di un ingranaggio ben oleato che però necessita di adattarsi ai cambiamenti esterni, e sacrificare chi è superfluo. È così che quindi Man-su si ritrova licenziato in tronco dopo 25 anni di carriera nel settore della carta.
La caduta segue un percorso ben preciso, come un domino ordinato in tutte le sue sfaccettature, che qui diventano gli agi di una vita che vengono posti al patibolo: le auto vendute, i cani dati ai suoceri, i corsi annullati, gli abbonamenti disdetti. Tutto ciò che componeva l’esistenza idilliaca di Man-su è perduto, tranne due cose: la sua famiglia e soprattutto la casa. Di fronte ad un evento così drammatico, che butta nel cesso anni di duro lavoro, e la propria dignità che viene calpestata davanti alle difficoltà a trovare una nuova occupazione, cosa si può fare?
Park Chan-wook
Park Chan-wook, regista che non ha bisogno di presentazione diverse dai titoli presenti nella sua filmografia (Oldboy, JSA, Decision To Leave, solo per citarne alcuni), risponde in un modo con un livello di cinismo che solo il cinema coreano può contemplare: uccidere tutti i rivali che cercando di ottenere quel posto di lavoro, che rappresenta l’architrave definitiva di questo No Other Choice, presentato a Venezia lo scorso settembre con il (prevedibile) plauso della critica.
Rispetto al precedente Decision To Leave, che era un thriller esistenziale capace di elevare la formula hitchcockiana a dei livelli toccati pochissime altre volte, No Other Choice sembra voler ribaltare completamente quei toni proponendosi come una sofisticata satira dalla spiccata comicità nera, nera come la pece, in cui talvolta sembra quasi che il film voglia prendersi gioco di sé stesso, degli stravolgimenti dalla solita forma thriller per lasciare spazio a digressioni grottesche, bizzarre e a tratti surreali.
Critica alle disuguaglianze sociali
Dietro ciò c’è una critica alle disuguaglianze sociali e al tema del lavoro, argomenti, va detto, onnipresenti nel cinema coreano e pertanto non particolarmente innovativi, ma ciò non impedisce a No Other Choice di avere tantissimi spunti interessanti, grazie alla profondità narrativa che Park Chan-wook riesce a dare in ogni sua opera, e rendendo il racconto molto più sfaccettato di quello che potrebbe sembrare una semplice opposizione tra ex-lavoratore reinventatosi assassino vs aziende corporative “brutte e cattive”.
Perché una cosa che viene resa subito chiara è che Man-su è proprio l’uomo medio, e in un’accezione più negativa di quanto sembri: la perdita del lavoro fa cadere il fragile castello di carte di un nucleo familiare tutt’altro che idilliaco, che veniva mascherato dalla sovrabbondanza di beni materiali. Man-su è un uomo misero, un padre assente, con un passato turbolento fatto di abusi e alcolismo, e che trovava nel lavoro una sorta di sintesi che lasciava però irrisolto e alle spalle tutto il resto. Quando il castello crolla, entra in crisi anche l’uomo stesso, scevro del suo status.
Al contempo vediamo un lavoro che si manifesta in tutta la sua performatività, con gli individui che vengono definiti soltanto in base alle loro prestazioni, tra curriculum, premi aziendali, referenze, tutto un insieme di dati che potenzialmente potrebbero comunque essere effimeri. E attenzione, questa è una dinamica perpetrata anche da Man-su nello studiare i propri avversari da eliminare: analizza le loro carriere, sottolinea dati e ne enfatizza altri, gli dà un voto, e si classifica tra di loro, come in una scala, tra chi è più portato e chi lo è “meno”.
La sceneggiatura
La sceneggiatura però si dimostra intelligente anche nel costruire tali avversari come persone non molto diverse da Man-su, gente che come lui ha perso il proprio posto, uomini imperfetti e con delle debolezze evidenti, ma che a differenza di Man-su cercando di rialzarsi e di riadattarsi nell’affrontare un mondo che gli rema contro, mentre Man-su opta per un’opzione drastica, immorale, ma più “immediata” nel riottenere ciò che lui ritiene che gli spetti. Fondamentale anche il ruolo della moglie Mi-ri, in un gioco di fiducia-sfiducia che riflette bene i sottili fili su cui si basano i rapporti umani.
Questo fattore porta ad una convergenza identificabile nel mantra che dà il titolo al film: “Non c’è altra scelta”. Nel rispondere se è davvero così possiamo dividerci tra le due parti: da un lato l’azienda per il quale non c’è altra scelta se non licenziare, non c’è altra via se non quella dell’evoluzione della struttura lavorativa che prevede quindi un cambio nell’asset generale dei dipendenti, e che non dà nemmeno il tempo di valutare la fattibilità di soluzioni alternative o di compromesso. In altre parole, spietato.
La scelta di Man-su
Ma c’è anche la scelta di Man-su. Ritenendosi indissolubilmente legato a quell’impiego nel settore della carta, Man-su rinnega la propria identità e moralità in quanto uomo pur di ottenere quel posto, perché è come se lui non esistesse al di fuori del proprio lavoro, in una circolarità manifestata molto intelligentemente anche dalla sua passione per le piante, la materia prima da cui si estrae la carta. Man-su cura la sua serra, cura le piante nella sua sfera privata, e in quella pubblica lavora la carta con un’abilità estrema, che da fuori sembra quasi inutile.
Non è un caso che sia la carta l’oggetto del lavoro dei nostri protagonisti. La carta è il simbolo del lavoro che viene minimizzato e ignorato nel suo valore intrinseco, in quanto oggetto talmente diffuso e talmente versatile nelle sue applicazioni che semplicemente passa inosservato nel contesto della vita di tutti i giorni. Nessuno pensa al processo che da un albero porta a creare fazzoletti, assorbenti, cartoncini, fogli, lettere e chi ne ha più ne metta.
Una visione che chiaramente viene amplificata dalla costante presenza della tecnologia nelle nostre vite.
Nonostante il tono sia molto particolare e non sia sempre super a fuoco, è innegabile che ci sono delle riflessioni estremamente affascinanti in No Other Choice, che si avvale di un protagonista in grandissima parte come Lee Byung-hun, mentre Park Chan-wook continua ad avere una delle migliori mani di tutto il cinema attuale, capace di una regia dinamica e creativa nelle inquadrature a mettere in scena i fattori psicologici dei protagonisti, insieme a delle transizioni curatissime (altro elemento hitchcockiano) dove i fotogrammi si sovrappongono gli uni con le altre creando degli effetti stranianti.
Forse non il capolavoro che tutti descrivono, ma capace di grandissime critiche alla società moderna, No Other Choice non cerca di dissacrare il dramma del mondo del lavoro, ma guarda ad esso con una lente di assurdità che altro non fa che amplificare ed estremizzare delle dinamiche che sono più reali che mai nella nostra contemporaneità, grazie ad una scrittura intelligente e una mano sempre sapiente.
Giovanni La Gattuta
Cinema
Un semplice incidente
Essere un regista o un qualsivoglia artista che rappresenti uno Stato soggiogato da un regime o una dittatura porta con sé molte responsabilità, la prima delle quali è sicuramente quella di denunciare le condizioni di oppressione di determinate fasce della popolazione, attaccando l’operato delle istituzioni politiche esponendole all’opinione pubblica, anche e soprattutto internazionale. È evidente quindi che tali attività possono “innervosire” i governi al centro di queste pellicole, e chi le realizza potrebbe diventare un soggetto in pericolo poiché ritenuto a sua volta pericoloso. è uno di questi.
Alfiere della Nouvelle vague iraniana degli anni settanta e assistente di un altro grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, negli ultimi decenni (dagli anni novanta in poi circa) il lavoro di Panahi ha ricevuto un enorme plauso internazionale, diventando uno dei pochissimi registi ad aver vinto il primo premio dei tre maggiori festival cinematografici internazionali: Leono d’Oro a Venezia per Lo specchio (2000), Orso d’oro a Berlino per Taxi Teheran (2015) e infine la Palma d’oro al Festival di Cannes 2025 proprio con Un semplice incidente.
Una filmografia da clandestino
A fare da contraltare agli elogi internazionali, c’è la costante conflittualità con il regime iraniano per i contenuti di profonda denuncia sociale delle sue pellicole, con numerose censure negli anni che sono culminate nel 2010 con l’arresto e la condanna di Panahi per presunta attività di protesta contro il governo, sentenza che pone tra le altre cose il divieto di realizzare film, rilasciare interviste coi media ma soprattutto gli vieta di lasciare il Paese. Da quel momento l’attività di Panahi si svolge in totale clandestinità, senza impedirgli ma addirittura amplificando la forza del suo cinema, tant’è che quest’anno a Cannes si è presentato dopo essere fuggito dall’Iran con mezzi di fortuna.
Rischiare la vita
Già solo questo contesto dovrebbe farci riflettere sul coraggio necessario a rischiare la propria vita personale e quella dei propri cari per poter continuare a svolgere la funzione politica e sociale della propria arte. Spesso ci diciamo che il lavoro di attori e registi è un privilegio, rispetto a chi svolge compiti diametralmente più importanti e rischiosi nel mondo, ed è vero. Ma ciò non deve farci dimenticare quella funzione politica e sociale di cui molto cinema è portatore fondamentale, per esporre a livello internazionale le situazioni drammatiche di certi territori, aumentare la consapevolezza e stimolare dibattiti e confronti.
E questo va specialmente sottolineato perché noi, inteso come Occidente, non dobbiamo voltare le spalle verso quello che accade nel Medio Oriente, soprattutto considerando che i nostri capi di governi, attuali e del secolo scorso, sono stati spesso complici se non addirittura fautori dei regimi dittatoriali presenti in alcuni stati del Medio Oriente, in cambia di risorse e vantaggi economici. Ma questa è un’altra storia, seppur fondamentale per avere un contesto adatto di ciò che andiamo a vedere.
Un incontro destabilizzante
La pellicola parte da uno spunto semplice ma totalizzante: un uomo, Vahid, incontra casualmente colui che anni addietro l’aveva torturato per mesi in una prigione per chi si ribellava al regime, rovinandogli la vita e segnandola indelebilmente anche sul suo corpo. Alla vista di costui, mette in atto l’azione più impulsivamente estrema possibile: lo rapisce con l’intento di ucciderlo. Ma quando è sull’orlo di finire ciò che ha iniziato, ha un dubbio. Non sa se è veramente lui quello che sta cercando, anche perché durante la sua detenzione è sempre stato bendato, quindi non sa che volto aveva. Ciò che riconosce, come un rumore ossessivo e ripetuto, è il cigolio della sua protesi alla gamba. Ma non basta.
Per espiare questo dubbio Vahid viene condotta da Shiva, una ex fotoreporter anch’essa prigioniera del torturatore anni prima. A sua volta con lei c’è Gholi, giovane ragazza in procinto di sposarsi col compagno, e anch’essa vittima delle sevizie del torturatore. Insieme ad un’ultima vittima, Amid, cercheranno di scoprire la verità e decidere cosa fare di quell’uomo che non hanno mai visto in volto ma che sembrano porter riconoscere da un miglio, quanto è profonda la ferita che ha lasciato dentro di loro.
L’analisi morale e sociale
L’opera di Panahi lavora ad un livello molto più profondo e stratificato rispetto alla semplice vendetta: sarebbe stato troppo facile limitarsi a quello, ma il regista ci tiene a costruire un racconto innanzitutto collettivo, che unisce persone legate tutte tramite un filo spinato a questo torturatore, ma che vivono questo trauma in maniere totalmente differenti tra loro, seppur nessuno lo abbia effettivamente elaborato. Ma ciò non impedisce loro di riflettere sulle implicazioni morali che potrebbe avere quello che è stato fatto e stanno per fare. C’è chi come Hamid pensa che arrivati al punto di rapire una persona non si possa più parlare di etica e di morale, ma è davvero così?
La cosa affascinante di Un semplice incidente è il fatto che il racconto si allarga, devia da quella che è la direzione più plausibile dando più spazio al confronto, alla narrazione di un trauma che affligge un gruppo di persone, che altro non è che un campione, quasi statistico: per come esistono Vahid, Shiva, Golrokh e Hamid legati a Eghbal, ci saranno altrettanti civili iraniani legati ad altrettanti torturatori sparsi in tutto il Paese, imprigionati, torturati se non addirittura uccisi per aver semplicemente protestato per i loro diritti (Vahid era un operaio che chiedeva un salario equo, “banalmente”).
Prove tecnico-etiche di redenzione
Ma proprio qui si inserisce un altro elemento fondamentale e che approfondisce ancora di più l’analisi di Panahi: è più colpevole un singolo torturatore o l’intero sistema oppressivo che ha reso quella persona quello che è? Siamo sicuri che la nostra ira debba essere indirizzata necessariamente su un volto e un corpo che forse è solo il pezzo di un ingranaggio più grande? Quella persona è altro oltre le sue azioni? Panahi non giustifica nulla, ma non si piega neanche a sentenziare. Non è un giudice, ma ci mostra uno spaccato pieno di denuncia ma che apre a nuove possibilità, all’opportunità di riflettere, più che avere speranza.
La regia di Panahi
Perché sarebbe troppo buonista riporre delle speranze, ma ritirarsi nella negatività non manderà un messaggio così potente, sarà soltanto dolore. Un semplice incidente si muove quindi in una zona grigia, tra elementi neri e sprazzi di luce, inserendo anche dei momenti sinceramente divertenti che in realtà esaltano in maniera caustica e satirica un paese estremamente corrotto, ma in cui si deve partire dalla riflessione, dal confronto che probabilmente divide, come divide i nostri protagonisti – e come biasimarli – ma che è fondamentale in quanto motore del cambiamento.
La regia di Panahi è semplice ma capace di inquadrature di grande effetto, preferendo l’enfasi sui protagonisti che sul torturatore, a cui viene dato spazio in momenti brevi ma intensissimi. La fotografia si muove tra le affollate strade dell’Iran e i deserti sconfinati, mentre il finale del film, raggelante per messa in scena, gioca proprio sul bilanciamento etico-morale di cui parlavamo prima: il viscerale desiderio di vendetta e sopraffazione contro il dolore che si trasforma in una nuova consapevolezza.
Conclusioni
Un semplice incidente è una grandissima visione e un ulteriore aggiunta alla filmografia di Panahi e alla sua attività artistica, politica e sociale, che meritatamente si è presa la Palma d’Oro a Cannes. Un film dal linguaggio universale, che si fa forza tramite il racconto della condizione umana prima ancora che politica, sul trauma, sul dolore e su cosa si può fare con esso.
Giovanni La Gattuta
Cinema
Cala il sipario sulla 3^stagione di “Un Professore”
Si è chiusa con un successo travolgente la terza stagione di “Un Professore”, la serie che ha saputo riportare i grandi dilemmi della filosofia greca e moderna nel caos quotidiano di un liceo romano. Tra lacrime, colpi di scena e l’immancabile ironia di Dante Balestra, l’ultimo episodio ha sigillato un percorso di crescita che ha tenuto incollati allo schermo milioni di telespettatori.
Un finale tra etica e sentimento
Il fulcro dell’ultima puntata è stato, ancora una volta, il difficile equilibrio tra scelte razionali e impulsi del cuore. Dante Balestra (Alessandro Gassmann) ha dovuto affrontare una delle sue sfide più grandi, non solo in cattedra ma nella vita privata. La sua filosofia del “dubbio come motore del mondo” si è scontrata con la necessità di prendere posizioni definitive riguardo al suo legame con Anita (Claudia Pandolfi) e al suo ruolo di padre.
Simone e Manuel: l’evoluzione di un legame
Il pubblico ha seguito col fiato sospeso l’evoluzione del rapporto tra Simone e Manuel. La loro dinamica, che fin dalla prima stagione ha rappresentato il cuore emotivo della serie per le generazioni più giovani, ha trovato in questo finale una risoluzione matura. La sceneggiatura ha evitato facili scorciatoie, preferendo mostrare la complessità di un affetto che supera le definizioni etichettate, celebrando l’accettazione di sé e dell’altro.
I nuovi “filosofi” della 6ª B
Non sono mancati i momenti dedicati agli studenti. Ogni personaggio ha trovato una piccola “catarsi”:
- Viola ha finalmente abbattuto i muri del suo isolamento.
- Mimmo ha dovuto fare i conti con il proprio passato, offrendo uno spunto di riflessione sociale sulla redenzione e sulle seconde possibilità.
- Rayan e gli altri hanno dimostrato che le lezioni di Dante non sono state solo teoria, ma strumenti per interpretare la realtà.
Perché “Un Professore” continua a convincere? La risposta risiede nella capacità di rendere Socrate, Kant o Nietzsche compagni di banco. La serie è riuscita a nobilitare il genere “teen drama” inserendolo in una cornice intellettuale mai pedante, dove la scuola non è solo un edificio, ma un laboratorio di umanità.
Cosa ci riserva il futuro?
Sebbene il finale abbia chiuso molti cerchi, restano aperti alcuni spiragli che fanno già sognare i fan per una quarta stagione. La Rai non ha ancora rilasciato conferme ufficiali, ma i dati d’ascolto e l’impatto sui social suggeriscono che il viaggio di Dante Balestra sia tutt’altro che concluso.
Per ora, ci resta l’immagine di una classe che ha imparato a pensare con la propria testa, consapevole che, come direbbe Dante, “la filosofia non serve a trovare le risposte, ma a farsi le domande giuste”.
Guarda l’intervista al regista Andrea Rebuzzi
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