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Cinema

Le Giurie internazionali del Concorso Venezia 82

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Le Giurie internazionali del Concorso Venezia 82, di Orizzonti e di Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”

Di seguito le Giurie internazionali del Concorso Venezia 82, di Orizzonti e Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (27 agosto – 6 settembre 2025) della Biennale di Venezia, diretta da Alberto Barbera.

Venezia 82

La Giuria del Concorso di Venezia 82 è composta da:

  • Alexander Payne, – presidente, regista, sceneggiatore e produttore statunitense. È cresciuto a Omaha, nel Nebraska, e ha studiato storia e letteratura spagnola a Stanford, prima di conseguire un master in regia cinematografica alla UCLA. I suoi film – tutte commedie – sono caratterizzati da una “costruzione elegante, umorismo pungente e belle interpretazioni tragicomiche”. Sono stati nominati per un totale di 24 Oscar, di cui quattro volte per il miglior film e tre volte per il miglior regista. Payne ha vinto due volte il premio per la migliore sceneggiatura non originale – per Sideways – In viaggio con Jack (2004) e Paradiso amaro (2011) – e il suo ultimo film, The Holdovers – Lezioni di vita (2023), ha ottenuto il premio per la migliore attrice non protagonista un anno fa. Appassionato di cinema da sempre e ardente sostenitore della conservazione dei film, fa parte del consiglio di amministrazione della Film Foundation e del Telluride FF. Attualmente sta preparando un nuovo film da girare nelle zone rurali della Danimarca. Il suo sogno è realizzare un western.
  • Stéphane Brizé, regista e sceneggiatore francese. Ad oggi ha diretto 11 lungometraggi, tra cui Je ne suis pas là pour être aimé, Mademoiselle Chambon (César 2010 per il miglior adattamento), Quelques heures de printemps e La legge del mercato. Quest’ultimo è stato in concorso a Cannes nel 2015, dove Vincent Lindon ha ricevuto il premio come miglior attore. Per la sua interpretazione, Lindon ha vinto anche il premio César. Il film successivo è Una vita, dal romanzo di Maupassant, in concorso a Venezia nel 2016 e vincitore del Premio Louis Delluc. Con In guerra (2018) partecipa in concorso a Cannes. Un altro mondo (2021) e Le occasioni dell’amore (2023) sono entrambi presentati in concorso a Venezia. Molti suoi film esaminano gli effetti della finanziarizzazione dell’economia sulle persone. Brizé ha appena terminato le riprese del suo nuovo film, Un Bon Petit Soldat, con Vincent Lindon e Alba Rohrwacher.
  • Maura Delpero, regista e sceneggiatrice italiana. Si è formata in letteratura a Bologna e Parigi, in drammaturgia a Buenos Aires. I suoi documentari sono stati premiati al Festival di Torino. Con il primo film di finzione Maternal, in Concorso a Locarno, ha vinto più di 30 premi in oltre 100 festival internazionali, ottenendo il Kering Women in Motion Young Talent Award al Festival di Cannes. Con il secondo film Vermiglio ha vinto il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria a Venezia e numerosi altri premi tra cui il Gold Hugo al Chicago IFF. Il film è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2025, entrando nella shortlist per il Miglior film internazionale. È stato inoltre nominato per Best Film e Best Director agli European Film Awards e per Best Film ai Gotham Awards e ai Golden Globes. Maura è la prima donna a vincere il David di Donatello per la miglior regia.
  • Cristian Mungiu, scrittore, regista e produttore rumeno. Ha studiato letteratura a Iasi e cinema a Bucarest. Dopo la caduta del comunismo, ha lavorato per la carta stampata, in radio e in TV. Il suo primo film, Occident, presentato alla Quinzaine des cinéastes di Cannes nel 2002, è stato un successo in Romania. I suoi film successivi sono stati presentati a Cannes: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (2007, vincitore della Palma d’Oro), Oltre le colline (2012, premi per la migliore sceneggiatura e la migliore attrice a Cannes), Un padre, una figlia (2016, premio per la migliore regia a Cannes), Animali selvatici (2022). Ha fondato la società di produzione Mobra Films nel 2003, la società di distribuzione Voodoo Films nel 2006 e la ONG Asociatia Cinemascop nel 2010. Queste società hanno prodotto e distribuito un gran numero di film. Ha fondato i festival cinematografici Les Films de Cannes a Bucarest e American Independent Film Festival. Nel 2023 ha pubblicato Tania Ionascu, bunica mea. O biografie basarabeana. Il libro è stato tradotto in francese e in italiano.
  • Mohammad Rasoulof, regista, scrittore e produttore iraniano. È uno dei registi indipendenti più importanti del cinema iraniano contemporaneo. I suoi film, noti per il caratteristico linguaggio cinematografico e per l’impegno audace con il quale affrontano le questioni sociali e politiche dell’Iran, hanno ricevuto un ampio consenso internazionale. Ha ricevuto oltre 80 premi internazionali, tra cui l’Orso d’oro a Berlino nel 2020 per Il male non esiste, il Premio Un Certain Regard per il miglior film a Cannes nel 2017 per A Man of Integrity e il Premio Un Certain Regard per il miglior regista nel 2011 per Be omid-e didar. Ciononostante, nessuno dei suoi 8 lungometraggi è stato proiettato in pubblico in Iran e l’autore ha dovuto continuamente affrontare severe restrizioni e pressioni da parte del regime iraniano. Il suo ultimo film, Il seme del fico sacro, è stato presentato a Cannes nel 2024, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria. Il film è stato il candidato ufficiale della Germania per il miglior film internazionale agli Academy Awards ed è stato nominato per l’Oscar.
  • Fernanda Torres, attrice, scrittrice e sceneggiatrice brasiliana. Nel 1986 ha vinto la Palma d’Oro come miglior attrice per Eu Sei Que Vou Te Amar di Arnaldo Jabor. Ha lavorato, tra gli altri, con i registi Bruno Barreto, Andrucha Waddington e Walter Salles. Sul palcoscenico è stata Orlando in un adattamento del romanzo di Virginia Woolf e Nina ne Il gabbiano di Anton Chekov. Recita regolarmente in A casa dos Budas Ditosos, tratto dal libro di João Ubaldo Ribeiro. Ha scritto i romanzi Fine e A glória e seu cortejo de horrores. Ha scritto sceneggiature per il cinema e la TV ed è stata anche editorialista del quotidiano «Folha de São Paulo». Nel 2024 Io sono ancora qui di Walter Salles ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Venezia e poi l’Oscar per il miglior film internazionale. Per la sua interpretazione, Torres ha ricevuto una nomination all’Oscar e ha vinto il Golden Globe. Nell’ottobre 2025 parteciperà alle riprese di The Brokers, basato sulla sua sceneggiatura e diretto da Andrucha Waddington.
  • Zhao Tao, attrice cinese. Diplomata all’Accademia di danza di Pechino, ha iniziato la sua carriera di attrice con Platform (2000) di Jia Zhang-Ke, presentato a Venezia. Ha lavorato con Jia Zhang-Ke nei film Unknown Pleasures (2002), The World (2004), Still Life (2006, Leone d’Oro a Venezia), Il tocco del peccato (2013), Al di là delle montagne (2015), I figli del Fiume Giallo (2018) e Generazione romantica (2024). Zhao ha vinto il David di Donatello per il suo ruolo in Io sono Li (2012) di Andrea Segre, presentato alle Giornate degli Autori. Ha lavorato anche con il regista Isaac Julien per Ten Thousand Waves (2010). Nel 2018 ha vinto il premio come miglior attrice al Chicago IFF per il suo ruolo in I figli del Fiume Giallo. Nel 2024 ha ricevuto lo Special Tribute Award al Toronto IFF. Tra i suoi lavori come produttrice figurano Useless (2007) e Swimming Out Till the Sea Turns Blue (2020).

La Giuria Venezia 82 assegnerà ai lungometraggi in Concorso – senza possibilità di ex-aequo – i seguenti premi ufficiali: Leone d’Oro per il miglior film, Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, Leone d’Argento – Premio per la migliore regia, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, Premio Speciale della Giuria, Premio per la migliore sceneggiatura, Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente.

Orizzonti

La Giuria internazionale della sezione Orizzonti è composta da:

  • Julia Ducournau – presidente, regista e sceneggiatrice francese. Si è fatta conoscere con il corto Junior, che ha vinto un premio alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2011. Il suo primo lungometraggio Raw – Una cruda verità è stato presentato alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2016 e ha vinto il Premio FIPRESCI. Il film ha partecipato a molti festival internazionali, inclusi Sundance e Toronto, e ha ricevuto numerosi premi. Nel 2021, il suo secondo film, Titane, è stato presentato a Cannes dove ha vinto la Palma d’Oro. Il film ha ricevuto il plauso della critica, è stato presentato in festival importanti e ha ottenuto molte nomination, incluse quelle per i premi BAFTA e César. Entrambi i film sono stati distribuiti in tutto il mondo. Il suo terzo film, Alpha, è stato recentemente presentato in Concorso a Cannes.
  • Yuri Ancarani, regista e videoartista italiano. Ha esordito con il corto Il Capo (2010), presentato a Venezia, seguito da Da Vinci (2012), incluso nel Palazzo Enciclopedico, padiglione internazionale della Biennale d’Arte curata da Massimiliano Gioni. Il suo primo lungo, The Challenge (2016), ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria Ciné+ nella sezione “Cineasti del presente” a Locarno. Nel 2017 il «New York Times» lo ha inserito tra i registi emergenti da seguire. Nel 2021 ha realizzato Atlantide, presentato a Venezia nella sezione Orizzonti e candidato come Miglior Documentario ai David di Donatello. È stato invitato nei più importanti festival internazionali, tra cui Toronto, Hot Docs, IDFA, SXSW, Cinema du Reel, Full Frame, True/False, Taipei, Rotterdam, Viennale e New Directors/New Films al MoMA. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali, tra cui: Hammer Museum di Los Angeles (2014), Kunsthalle Basel (2018), Castello di Rivoli (2019), Kunstverein Hannover (2022), MAMbo di Bologna (2023) e PAC di Milano (2023), dove ha presentato in anteprima il suo ultimo documentario, Il Popolo delle Donne (2023), anche selezionato alle Giornate degli Autori. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private in tutto il mondo.
  • Fernando Enrique Juan Lima, critico cinematografico argentino. È avvocato e dottore in legge e ricopre il ruolo di giudice del contenzioso amministrativo. È stato vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Cinematografia e Arti Audiovisive della Repubblica Argentina (INCAA) dal 2017 al 2018 e presidente del Mar del Plata IFF dal 2020 al 2024. È un critico cinematografico che lavora per la carta stampata («El Amante/Cine», «Otros Cines», «Diario BAE», «Diario Crónica» e «Escribiendo Cine»), la TV (Cinema Mon Amour) e la radio (La Autopista del Sur). Ha fatto parte di giurie di festival a Torino, Pechino, Shanghai, Chicago, Montevideo, Mar del Plata, San Sebastián, Tallinn Black Nights e Lima. Vota per i Golden Globe ed è membro dell’Accademia del Cinema Argentino. È presidente dell’Associazione degli Amici del Museo del Cinema di Buenos Aires.
  • Shannon Murphy, regista teatrale, televisiva e cinematografica australiana. Nel doppio ruolo di regista e produttrice esecutiva ha realizzato Dying for Sex di Liz Meriwether, con Michelle Williams e Jenny Slate, per FX, e Dope Girls di Polly Stenham per Bad Wolf e la BBC. Il suo primo film Babyteeth, interpretato da Essie Davis, Ben Mendelsohn e Eliza Scanlan, è stato in concorso a Venezia, dove Toby Wallace ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente. Nel 2021 ha ricevuto una nomination ai BAFTA come miglior regista per Babyteeth e nello stesso anno ha vinto il premio Kering’s Women in Motion a Cannes. Babyteeth è stato nominato come miglior film internazionale ai BIFAS e ha vinto 9 AACTA Awards. Shannon ha diretto 2 episodi di Killing Eve per BBC America/Sid Gentle e un blocco di episodi della serie comedy Dave per Temple Hill/FX.
  • RaMell Ross, artista statunitense, regista, scrittore e documentarista liberato. Il suo documentario Hale County This Morning, This Evening ha vinto il Premio speciale della giuria per la visione creativa al Sundance e il Peabody Award. È stato inoltre candidato all’Oscar e all’Emmy Award. I ragazzi della Nickel, da lui diretto, è stato eletto miglior film del 2024 dal «The Atlantic», dal «New York Times», dal «New Yorker» e da IndieWire, ed è stato nominato per la migliore sceneggiatura non originale e per il miglior film agli Academy Awards. RaMell è stato eletto miglior regista del 2024 dai Film Critics Circle di New York e Londra. La sua prima monografia, Spell, Time, Practice, American, Body, pubblicata da MACK, è stata selezionata per l’Aperture Book Prize e il Kraszna-Krausz Photography Book Award, ed inserita nella lista del Deutsche Börse Photography Foundation Prize. Le sue opere sono presenti in varie collezioni permanenti come il Museum of Modern Art, il Victoria and Albert Museum e il Virginia Museum of Fine Arts. È professore associato di arte presso il dipartimento di Arti visive della Brown University.

 

La Giuria Orizzonti assegnerà – senza possibilità di ex-aequo – i seguenti premi: Premio Orizzonti per il miglior film, Premio Orizzonti per la migliore regia, Premio Speciale della Giuria Orizzonti, Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile, Premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile, Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura, Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio.

Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”

La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” – Leone del Futuro è composta da:

  • Charlotte Wells – presidente, regista scozzese che vive a New York. Il suo primo lungometraggio, Aftersun, interpretato da Paul Mescal e Frankie Corio, è stato presentato in anteprima alla Semaine de la Critique di Cannes. Per la sua interpretazione, Mescal è stato candidato all’Oscar come miglior attore. Wells ha vinto i premi BAFTA, BIFA, DGA, Gotham, Independent Spirit e NBR come migliore opera prima per Aftersun. In precedenza, ha scritto e diretto tre cortometraggi come studentessa del programma a doppio titolo MBA/MFA, presso la NYU.
  • Erige Sehiri, regista, produttrice ed ex giornalista franco-tunisina. Nel 2018 ha diretto l’acclamato documentario As-Sekka. Nel 2022 ha scritto, diretto e prodotto il suo primo film, Il frutto della tarda estate, che nel 2021 ha partecipato a Final Cut in Venice, il progetto del Venice Production Bridge. Il film è stato presentato alla Quinzaine des cinéastes di Cannes ed è stato selezionato per rappresentare la Tunisia agli Academy Awards del 2023. Sehiri è una sostenitrice della libertà di espressione e dell’alfabetizzazione mediatica. È cofondatrice della webzine INKYFADA e della ONG tunisina Al KHATT. È membro fondatore del collettivo Rawiyat-Sisters in Film, che sostiene le donne registe del mondo arabo e della diaspora. Promis le ciel, il suo secondo film, è stato presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes.
  • Silvio Soldini, regista e sceneggiatore italiano. Esordisce nel lungometraggio con L’aria serena dell’ovest (1990), che lo fa notare come uno dei giovani autori italiani più interessanti. Nel 1993 presenta a Venezia Un’anima divisa in due, Coppa Volpi a Fabrizio Bentivoglio per la migliore interpretazione maschile. Nel 2000 il suo film Pane e tulipani diventa un grande successo di pubblico vincendo 9 David di Donatello. Seguono altri 8 lungometraggi, tra cui Agata e la tempesta (2004), Giorni e nuvole (2007), Il colore nascosto delle cose (2017), presentato a Venezia, e vari documentari tra cui Per altri occhi, Il fiume ha sempre ragione, e Un altro domani. Il suo ultimo film, una produzione internazionale con un cast interamente tedesco, è Le Assaggiatrici, tratto dal romanzo omonimo di Rosella Postorino e distribuito in Italia nel 2025.

La Giuria del Premio Venezia Opera Prima assegnerà senza possibilità di ex aequo, tra tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele), il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, e un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro, che sarà suddiviso in parti uguali tra il regista e il produttore.

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Cinema

Testa o croce? Il film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis

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E venne il giorno in cui il “western all’italiana” smise di essere un’imitazione parodica o cinica per farsi, finalmente, western italiano. Questo passaggio avviene nel 2025, tra le paludi pontine e la polvere della Maremma in Testa o croce?, l’ultima opera di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis. I registi, fedeli alla loro poetica che mescola documento e leggenda, calano i personaggi nell’Italia di fine Ottocento, prendendo le mosse da un evento storico che si mischia con la leggenda: la tappa romana della tournée di Buffalo Bill.

Qui, il West non è più la terra di frontiera d’oltre l’oceano, ma uno spettacolo messo in scena che prende il volto di John C. Reilly, incarnazione di un selvaggio West ormai passato di moda. Secondo la tradizione, i cowboy americani furono sfidati dai butteri locali in una gara di domatura di cavalli, e alla fine, si racconta, ebbero la meglio sui più blasonati cowboy.

La storia

Su questo innesto storico, il film costruisce un racconto romanzato d’amore e sangue. La fuga del giovane buttero Santino con una sposa francese infelice e ribelle (Nadia Tereszkiewicz) non è solo una cavalcata verso la libertà, ma un radicale cambio di prospettiva geografica: la verticalità epica dei canyon fordiani cede il passo all’orizzontalità malinconica e arcaica del paesaggio laziale e toscano, dove i protagonisti siamo noi e la nostra storia.

Santino, interpretato da un magnetico Alessandro Borghi, ne è il protagonista maschile e porta su di sé un’eredità pesante. Con il cappello calcato e gli occhi di un azzurro intenso, spesso ripresi in primo piano, rimanda inevitabilmente a Terence Hill e alle icone solitarie dello spaghetti western. Ma l’analogia si ferma alla maschera. Il buttero fuggitivo non possiede il cinismo spietato o il distacco ironico dei pistoleri di un tempo; è un uomo radicato in un’Italia violenta e ancestrale, in cui la brutalità diventa un rito di passaggio e la frontiera rappresenta un paesaggio puramente interiore. Borghi non cita il passato: è il fantasma di quel cinema che lo attraversa per portarlo verso un’indagine più radicata delle nostre radici.

Buffalo Bill

A fare da ponte ideale fra queste due realtà così diverse, c’è Buffalo Bill con la sua carica leggendaria che insegue gli amanti, e altre schegge di un immaginario western che irrompono all’improvviso: un treno preso in ostaggio dai banditi, una carneficina da parte dei soldati e le facce violente e feroci dei cacciatori di taglie.   

Tuttavia, il plot asciutto e brutale è venato anche da suggestioni magiche che armonizzano le due componenti antropologiche, rendendole unica metafora del raggiungimento della civiltà attraverso la barbarie.

I dannati di Roberto Minervini

In questo senso, Testa o croce? non è un caso isolato, ma il tassello di un mosaico più ampio che sembra voler chiudere un cerchio nel nostro cinema. Lo dimostra una pellicola uscita l’anno prima, I dannati di Roberto Minervini. Seppur ambientato nel cuore della Guerra di Secessione, il film di Minervini condivide con quello di De Righi e Zoppis la medesima urgenza: smontare la retorica bellica e il mito dell’eroe per osservare l’uomo nel fango della realtà.

Entrambi i film segnano forse il ritorno definitivo del western in Italia, ma in una veste inedita. Non più genere di consumo, ma territorio d’autore; non più fuga nell’esotismo, ma scavo brutale nella nostra identità. Sarà il tempo a dirlo, ma oggi la polvere della Maremma sembra avere lo stesso peso specifico della Storia.

Carmelo Franco

 

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Cinema

Déjà-vu in sala: plagio o citazione cinefila?

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Quante volte ci è capitato di avere la sensazione di aver già visto una scena durante la visione di un film per noi inedito? Per coloro che ancora pensano si sia trattato di un semplice déjà-vu, va detto che molto spesso non si è trattato di una percezione illusoria: la storia del cinema è piena di registi che “rubano” sequenze cult girate da altri, facendole proprie e riadattandole a un diverso intreccio, in un’opera che alla fine magari riscuote anche più successo.

Quentin Tarantino

Uno degli esempi più eclatanti ci perviene da Quentin Tarantino, il quale al suo secondo film ottiene un successo planetario; eppure, proprio in Pulp Fiction, vi è un’intera sequenza che sembra la copia carbone di un’altra girata da Fernando Di Leo (uno dei registi più amati dal cineasta del Tennessee) molti anni prima. La pellicola in questione è La mala ordina, dove i due personaggi interpretati da Henry Silva e Woody Strode percorrono un corridoio, seguiti in piano sequenza, fino a giungere all’appuntamento.

Mutatis mutandis, cambiano gli attori (John Travolta e Samuel L. Jackson in luogo di Silva e Strode) e i loro personaggi, ma non il succedersi dell’azione: pure nel film di Tarantino una coppia di malavitosi percorre un corridoio, seguiti dalla macchina da presa, finché non bussano a una porta che infine si apre e li accoglie all’interno. Che Tarantino abbia voluto omaggiare il suo predecessore italiano, o che si sia trattato di un riflesso pavloviano da parte di un cultore del nostro cinema di genere, poco importa: entrambe le scene ci appaiono degne di nota e funzionali al contesto.

Brian De Palma

Ancora un acclamato regista americano è al centro di un altro “plagio d’autore”, che ha le sembianze eleganti di Brian De Palma. In The Untouchables – Gli intoccabili (1987), gli spettatori rimangono col fiato sospeso quando una carrozzina con un bambino piangente rovina lungo una scalinata durante una sparatoria. Qui De Palma ha dimostrato tutta la sua maestria nel mettere in immagini le proprie ossessioni cinefile, certamente debitrici di quella sequenza di culto girata da Sergej M. Ėjzenštejn a inizio Novecento nel suo capolavoro, La corazzata Potëmkin, in cui i soldati cosacchi irrompono sulla scalinata di Odessa facendo strage della folla inerme.

Luigi Comencini

Ritorniamo nei confini italiani per citare due pellicole appartenenti alla nostra commedia all’italiana, ma l’autore è un solo regista: Luigi Comencini. Nel 1958 Comencini dirige Mogli pericolose con un cast di tutto rispetto, in cui spicca una sequenza ambientata all’interno di un ascensore: qui sono Franco Fabrizi e Sylva Koscina a rimanere bloccati, trasformando lo spazio angusto in un palcoscenico di imbarazzi e sottili tensioni seduttive.

Quasi vent’anni dopo, il regista riprende quel medesimo schema narrativo per l’episodio L’ascensore all’interno del film Quelle strane occasioni (1976). Questa volta sono Alberto Sordi (nei panni di un monsignore) e Stefania Sandrelli a restare prigionieri della cabina proprio il giorno di Ferragosto. Chi ha visto entrambe le pellicole non può non notare come Comencini ricalchi la coreografia dei movimenti e la gestione dei silenzi, trasportando un’idea nata nel bianco e nero degli anni Cinquanta nella più smaliziata e cinica atmosfera degli anni Settanta. In questo caso, il “furto” avviene in famiglia: è un’auto-citazione consapevole dove il regista non solo riutilizza un’intuizione tecnica vincente, ma la evolve, trasformando un momento di commedia brillante in un ritratto graffiante dei vizi e delle ipocrisie dell’italiano medio.

William Friedkin

Rimanendo nell’ambito dei piccoli plagi d’autore, è impossibile non citare il debito che un colosso del cinema horror come William Friedkin deve al maestro del brivido italiano Mario Bava. In L’esorcista (1973), una delle inquadrature più famose della storia del cinema è l’arrivo di Padre Merrin davanti alla casa di Regan: l’uomo di profilo, la valigetta in mano, la luce spettrale di un lampione che taglia l’oscurità.

Questa immagine, diventata persino la locandina del film, è la copia speculare di una scena presente ne Operazione paura (1966) di Bava. Friedkin estrapola quell’estetica pittorica da un piccolo film gotico italiano per inserirla in un contesto demoniaco urbano, trasformando un’intuizione visiva altrui nel simbolo stesso del male che bussa alla porta. Anche qui, il “furto” di una sola, potente inquadratura contribuisce a creare un’atmosfera che lo spettatore sente di aver già vissuto, pur trovandosi di fronte a una storia completamente differente.

Steven Spielberg

Per chiudere questo cerchio di “memorie visive”, vale la pena menzionare come anche i più grandi successi popolari non siano immuni da questa pratica. In I predatori dell’arca perduta (1981), Steven Spielberg inserisce un’inquadratura che è un calco preciso di una scena di Ombre rosse (1939) di John Ford. Si tratta del momento in cui il personaggio di Indiana Jones, durante l’inseguimento al camion dei nazisti, passa sotto il veicolo in corsa per poi riemergere da dietro.

Spielberg non sta girando un western, eppure “ruba” quel frammento d’azione acrobatica — eseguito originariamente dallo stuntman Yakima Canutt nel capolavoro di Ford — per iniettare nel suo cinema d’avventura la stessa scarica di adrenalina del cinema classico. Ancora una volta, una singola sequenza estrapolata dal suo contesto originale e riadattata a un nuovo intreccio dimostra che il cinema, più che un’arte dell’invenzione assoluta, è fatta anche di una incessante conversazione privata tra autori che, pur non essendosi mai incontrati, sembrano parlarsi, passandosi il testimone attraverso le epoche.

Carmelo Franco

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Cinema

Agnus Dei di Massimiliano Camaiti

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Dopo il debutto all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e un percorso nei principali festival internazionali, #AgnusDei di Massimiliano Camaiti arriva nelle sale italiane dal 20 aprile, distribuito da #kineadistribuzioni di Dario Cangemi. Presentato nella sezione Biennale College Cinema, Agnus Dei ha ottenuto il Premio Michel Mitrani come migliore opera prima al FIPADOC di Biarritz ed è stato premiato come miglior documentario dell’anno dall’Associazione Documentaristi Italiani. Nel silenzio raccolto del Monastero di Santa Cecilia a Roma, il film segue il legame delicato tra le monache e due agnelli appena nati, affidati alle loro cure grazie ad una tradizione cattolica millenaria. Nei gesti quotidiani dell’accudimento si dischiude una forma di maternità inattesa, fatta di presenza, dedizione e ascolto, che attraversa e ridefinisce il senso stesso della vocazione. 

Il film verrà presentato a Palermo, al cinema Rouge et Noire, lunedi 4 maggio 2026 alle 19.00.

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