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Gli Orologi del Diavolo: la serie ispirata al Donnie Brasco italiano

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Terzo appuntamento con “Gli orologi del diavolo”, la serie tv interpretata da Giuseppe Fiorello, Claudia Pandolfi e Nicole Grimaudo, in onda su Rai1 lunedì 16 novembre alle 21.25. Una storia di grande impatto emotivo tratta da una vicenda realmente accaduta e liberamente ispirata all’omonimo libro scritto da Gianfranco Franciosi e Federico Ruffo.

Nel primo dei due episodi di stasera, durante il Natale, Aurelio si reca in visita a Marco portandogli come regalo un costoso orologio. Il meccanico lo scaccia in malo modo, ma Aurelio lo avverte: non potrà liberarsi di lui. La polizia italiana lo spinge a continuare la missione ma Marco, che ormai può contare solo su sua figlia, si rifiuta. Si adopera allora per rimettere su il cantiere insieme a i suoi operai ed incontra Messia, una vecchia conoscenza con la quale sembra nascere qualcosa, ma in quel frangente scopre che suo padre, malato di cancro terminale, riceve le pressioni di un camorrista alleato di Aurelio. Così decide di liberarsi dalla morsa del boss, ad ogni costo.

Nel secondo episodio, Marco, che è stato catturato, riesce a imbonire Aurelio che gli concede il suo perdono e lo porta a conoscere la moglie e il figlio che vivono nascosti in una piccola isola al largo della Spagna. Aurelio gli chiede di accompagnarlo in un nuovo carico. L’ultimo, che permetterà a entrambi di ritirarsi. Marco accetta. Mentre esplode l’amore con Messia, il meccanico prepara una barca capace di affrontare l’oceano perché, stavolta, lo scambio di droga avverrà in mare aperto. Mentre suo padre si aggrava, Marco è costretto a partire non prima di aver confessato a Jacopo, suo fratello, e ad Messia la verità, ma non a sua figlia che lo guarda andar via con il cuore a pezzi.

Impossibile dunque perdersi questo terzo appuntamento de “Gli Orologi del Diavolo”, ispirato alla storia di Gianfranco Franciosi, diventato il Donnie Brasco italiano. Ricordo di aver incontrato Gianfranco in occasione dell’ottava edizione del “Golfo Sotto Le Stelle”, il 6 luglio 2018, nella magnifica cornice del Parco di Falconara in località Lerici. Ero curioso di incontrare colui che ha donato, per 4 anni, la sua vita allo Stato e chiedergli se, a distanza di anni, a seguito delle pene che ha patito, lo avrebbe rifatto.

 

È un combattente vero Gianfranco Franciosi, e mi ha risposto di si: è un uomo tutto d’un pezzo, uno che crede profondamente nel valore dell’onestà, e che nutre un profondo senso di giustizia.

Gianfranco, lo ricordiamo per chi ancora non lo conoscesse, è un “Testimone di Giustizia”. È un meccanico navale di professione, costruisce barche, specializzato nella costruzione di offshore (motoscafi veloci). Lo Stato lo reclutò come infiltrato tra i narcos per quattro anni. Una storia che ha ispirato anche un videogioco uscito qualche tempo fa (“Tom Clancy’s Ghost Recon Wildlands”).

Una vicenda assurda, inquietante, e grottesca al tempo stesso, per come oggi vive e per come lo Stato si è dimenticato di lui.

Gianfranco realizza barche, sa pilotare motoscafi, ha una sua azienda a Bocca di Magra, La Spezia, ha 23 anni quando viene avvicinato da tale Tortellino. Gli si presenta come il titolare di una ditta di diving e per due anni ordina alcuni gommoni. Sembra tutto nella norma. Finché un giorno Gianfranco lo vede al telegiornale: Tortellino è stato assassinato a Roma in un regolamento di conti. Scopre così che era uno della Banda della Magliana.

Chiama un amico poliziotto – Fabrizio Ferracane nella fiction – che lo rassicura: non ha fatto niente di male nel vendere i suoi mezzi.

L’incontro singolare con tale Tortellino pare il primo e l’ultimo. Invece, due anni più tardi, trova in cantiere due tizi, che dicono di essere vecchi amici di Tortellino. Uno si chiama Raffaele, camorrista appartenente al clan Di Lauro. L’altro è lo spagnolo Elías Piñeiro Fernandez, un boss del narcotraffico.

Anche loro vogliono gommoni, ma sono più espliciti sull’uso che ne faranno, tanto che chiedono dei gavoni per occultare la droga e dei serbatoi maggiorati.

Gianfranco si reca alla polizia e racconta tutto: “Mi dissero di accettare, perché così dalla fattura avrebbero scoperto quale fosse la società di copertura che utilizzavano”. Succede di più. Siccome le autorità ormai sanno tutto, gli scafisti vengono arrestati. Anche stavolta potrebbe finire qui, Gianfranco potrebbe tornare alla sua vita, a costruire barche. Solo che Elìas Pineiro Fernandez, il boss, non si arrende.

Pensa che i suoi fossero degli sprovveduti. E, avendo preso in simpatia Gianfranco, gli chiede di insegnargli a guidare sul mare. Gianfranco è tornato alla polizia e “mi spinsero di nuovo ad accettare. Ecco, fu allora che tutto cominciò”. La sua vita viene rivoltata come un calzino. Gianfranco diventa il primo civile infiltrato nel mondo dei narcos.

Si proprio loro, i protagonisti delle innumerevoli serie trasmesse su netflix, gente che vende morte. E che ci ha fatto anche un culto: “la santa muerte“.

Per quattro anni ha vissuto fianco a fianco con Elìas Pineiro Fernandez: «Sono stato in tutti i Paesi dell’America Latina, dalla Bolivia alla Colombia, dal Messico a Panama». L’obiettivo è sempre lo stesso: cocaina. Tonnellate di cocaina. Nelle serie tv lo scambio della merce e dei soldi, tra chi acquista e chi vende, avviene quasi sempre di persona; qui no. I soldi viaggiano sui conti correnti e la droga in parte via cielo, in parte via mare. Usavano dei piccoli aerei privati, tipo Piper, per portarla fuori dal paese, sino a metà percorso; sino al punto in cui scaricavano la droga in mare, dove li attendeva Gianfranco, sorvegliato minuto per minuto.

Gianfranco con i narcos maneggia potere e soldi e non avrebbe mai immaginato quanto denaro si riesca a muovere con la cocaina. Tanto, troppo, da riempirvi interi appartamenti. Ma mai ha dubitato di fuggire coi narcos e cambiare vita. Quanti lo avrebbero fatto? Quanti avrebbero avvertito il suo stesso senso del dovere.

Il boss conosce la sua intera famiglia, la sua prima moglie (interpretata da Nicole Grimaudo nella fiction di Alessandro Angelini) e i suoi figli. Un giorno gli regala un Rolex, come fa con tutti i suoi affiliati. E gli sussurra: «Te ne regalerò uno anche il giorno in cui ti ucciderò». Ecco da dove ha origine “Gli Orologi del Diavolo” il nome della fiction e del libro di Federico Ruffo. Gianfranco lo ha tatuato anche sul braccio destro. Non oso immaginare quanto coraggio occorra per fare quello che Gianfranco ha fatto, tenendo a mente di essere un infiltrato.

Durante un’operazione di polizia finisce anche lui in una retata e viene spedito al carcere di Toulon-la-Farlède, in Francia. Gianfranco ha spiegato subito alle autorità quale fosse il suo ruolo. E ha chiesto di chiamare un responsabile in Italia che avrebbe potuto dire chi effettivamente Gianfranco fosse. Ma quando fecero quella chiamata, si sentirono rispondere che la persona che aveva indicato non esisteva.

“Lo Stato mi aveva abbandonato. Ma anche l’organizzazione. Ero stato tradito da tutti”. Gianfranco resta in carcere quasi otto mesi.; un’eternità. Quando esce dal carcere, Gianni era infuriato soprattutto con Elìas, il boss che lo aveva prima utilizzato e poi gettato via. La Francia gli aveva vietato l’ingresso su tutto il territorio nazionale, pena l’arresto.

Gianfranco comincia a cercare il boss. Solo e disarmato lo trova in un locale in Spagna e gli sputa in faccia per come lo aveva abbandonato. Elias ne apprezza il coraggio e per questo il lavoro sotto copertura riprende. Gianfranco addosso ha cimici e videocamere e fa portare a termine l’operazione Albatros, che l’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso definirà «il maggiore sequestro nella storia della lotta al narcotraffico ai danni della più imponente e pericolosa organizzazione di importatori di droga d’Europa»: 9 tonnellate di coca purissima.

L’operazione Albatros porta i suoi frutti. E finalmente arrestano tutti. O quasi. «Elìas un giorno mi disse, guardando uno dei miei figli: io ti posso rendere ricco e potente, ma se mi tradisci ti toglierò personalmente ciò che hai di più caro». Per il giornale “Time” Gianfranco è il Donnie Brasco italiano, con la differenza che Joe Pistone, l’uomo che si infiltrò nella mafia di New York come Donnie Brasco, era un agente dell’Fbi. Gianfranco è un civile e coperture non ne ha.

E anche se lui, un civile, ha portato al più grosso colpo italiano contro il narcotraffico, scopre presto che, svolto il suo compito, è rimasto solo.

Scopre che Equitalia, quando è entrato nel programma di protezione e la sua ditta ha dovuto spostare i dipendenti in altre aziende, ha continuato a mettergli fuori i contributi, l’iva e altro: tutte cose di cui si sarebbe dovuto occupare lo Stato. Così ecco oltre 60mila euro di tasse. Hanno messo pure il fermo amministrativo alla sua macchina blindata.

Ma l’ansia resta, dato che la vita non è un film. Elìas è uscito di prigione qualche anno fa. «Nessuno qui me l’aveva detto. L’ho saputo da una mail scrittami da un uomo della polizia spagnola. Ed è uscito per una questione formale: tutte le registrazioni audio-video che avevo fatto all’estero sono state considerate inutilizzabili» Tutto insomma, come quando cominciò. Anche se ora, il boss sa chi è davvero Gianfranco.

 

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Cinema

Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi

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Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.

Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.

Il pubblico

sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.

Michael

Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.

Obsession

Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.

La grazia

Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.

Cena di classe

Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.

Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.

Cosa aspettarsi?

Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.

Andrea Arnone

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Cinema

“Avemmaria”

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“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.

La storia

Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni

. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.

Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi

Guarda l’intervista

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Cinema

Re per una notte

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Breve storia dei registi che hanno firmato un solo grande film

Ci sono registi di cui è difficile scegliere quale sia il miglior film. Chi di noi è in grado di stabilire con certezza quale sia il capolavoro assoluto di Martin Scorsese, di Michael Mann, di Francis Ford Coppola o di John Ford, restando in ambito hollywoodiano? La lista di autori che hanno firmato una sequela di pellicole di culto è ancora lunga. Di contro, per altri loro colleghi la scelta appare più semplice, alle volte obbligata. Nella settima arte vi sono delle pellicole che hanno fatto la storia, eppure chi le ha dirette non ha saputo replicare quello stato di grazia che gli ha permesso di girare il “film della vita”; ed è su alcune di queste opere e sui loro autori che vogliamo focalizzare la nostra attenzione.

Highlander – L’ultimo immortale

Questo nostro viaggio in celluloide, che non vuole essere esaustivo ma solo esplicativo del tema di cui trattiamo, non può non iniziare dagli anni ottanta, con un film di cui in questi giorni ricorre l’anniversario dei quarant’anni dalla sua uscita in sala: Highlander – L’ultimo immortale (1986) di Russell Mulcahy, che possiede tutti gli ingredienti per un successo annunciato. Intanto l’intreccio, che si dipana avanti e indietro nel tempo e narra di una stirpe di guerrieri immortali che si sfidano fra loro, finché “ne rimarrà solo uno”. La storia, scritta dallo sceneggiatore Gregory C. Widen — autore poi di altri script, ma nessuno così ispirato — innesta uno spunto fantastico in una struttura narrativa a tema medievale e vede nel ruolo principale un Christopher Lambert nel momento migliore della sua carriera, supportato da un cast all’altezza in cui primeggia Sean Connery, scozzese di nascita proprio come il protagonista del film.

Infine, anche la colonna sonora curata dai Queen ha contribuito a far accrescere la fama di quest’opera, all’inizio accolta timidamente dal pubblico e poi assurta al ruolo di cult assoluto. Non resta che dire del regista, che veniva dall’Australia dove era celebre come autore di video musicali e dove, prima di sbarcare in America, aveva girato un folk-horror di discreta fattura dal titolo Razorback – Oltre l’urlo del demonio (1984). Tuttavia, dopo gli onori del suo esordio a stelle e strisce, Mulcahy ha continuato a frequentare i set di Hollywood girando alcuni lungometraggi, nessuno dei quali merita davvero di essere ricordato; tra questi, figura anche il primo dei quattro sequel del suo film più famoso, ognuno dei quali di livello chiaramente inferiore all’originale.

The Hitcher – La lunga strada della paura

Rimaniamo nell’anno di grazia 1986 per parlare di un’altra pellicola americana, tesa e avvincente, anch’essa rimasta nel nostro immaginario cinefilo: The Hitcher – La lunga strada della paura. La storia del serial killer psicopatico che semina morte lungo le assolate strade degli States — splendidamente interpretato da un feroce Rutger Hauer — che prende di mira un giovane automobilista solitario trascinandolo in un incubo senza fine, la ricordano tutti. La stessa cosa non si può dire del regista che l’ha diretta. Robert Harmon è il nome dell’autore statunitense che, a metà degli anni ottanta, ha diretto il film della sua vita proprio al suo esordio sul grande schermo, non sapendosi poi ripetere con le pellicole a venire, nessuna delle quali ha riscosso successo. Gran merito dell’accoglienza entusiastica di The Hitcher la si deve in realtà alla sceneggiatura di ferro scritta da Eric Red, nome di punta fra gli scrittori del cinema americano e autore di altri acclamati lungometraggi, fra cui Il buio si avvicina (Near Dark), film del 1987 diretto da Kathryn Bigelow.

La cosa da un altro mondo

Facciamo un repentino salto indietro nel tempo per parlare di un capolavoro assoluto della fantascienza di scuola americana: La cosa da un altro mondo (1951). Di questo film si è detto e scritto già tanto; vale la pena allora ricordare come esso risentisse del clima da Guerra Fredda che attanagliava il mondo intero. Molti videro nel plot un’evidente metafora narrativa per mettere in scena ed esorcizzare la paura di un attacco nucleare o di un’infiltrazione da parte dei sovietici. La trama vede infatti piombare in una base artica un’improvvisa minaccia aliena capace di assumere sembianze umane, a cui si oppongono i malcapitati membri della spedizione. Osannata da molti e omaggiata decenni dopo da un remake altrettanto efficace diretto dal maestro John Carpenter (La cosa, 1982), la pellicola riporta nei crediti, alla voce regia, il nome dello statunitense Christian Nyby, allora sconosciuto al grande pubblico e con all’attivo principalmente serie televisive. Scorrendo i titoli troviamo però, fra i produttori, un nome assai noto: quello di Howard Hawks, autore di innumerevoli film memorabili. In definitiva, la combinazione tra un regista esordiente, un produttore che era in realtà un gigante della regia e un risultato artistico eccelso, spinse i critici ad affermare che il vero autore “occulto” fosse proprio Hawks. Tuttavia, a tale ricostruzione Nyby si è sempre opposto fermamente, dichiarando che, sebbene il grande produttore lo avesse ispirato nelle scelte stilistiche, il girato era esclusivamente farina del suo sacco.

Il pianeta proibito

Qualche anno dopo, irrompe come un UFO nel panorama mainstream del cinema di fantascienza Il pianeta proibito (1956) diretta dallo statunitense Fred McLeod Wilcox. La portata innovativa di questo Sci-Fi è dirompente: tratto molto liberamente da La tempesta di Shakespeare, si avvale di effetti speciali all’avanguardia che conferiscono all’opera un effetto straniante per gli standard dell’epoca, armonizzandosi perfettamente ad un intreccio metafisico che spiazza critica e pubblico. Un film che non ti aspetti da parte di un regista che fino ad allora si era mantenuto sul piano di una medietà artistica, con un esordio destinato ad un pubblico adolescenziale (Torna a casa, Lassie! 1943 e Il coraggio di Lassie 1946) ed altri b-movie che hanno caratterizzato, senza troppi guizzi, tutta la sua carriera.     

Immagine generata da IA

The Wicker man

Spostandoci nel Regno Unito, troviamo un caso di “folgorazione isolata” ancora più emblematico: quello di Robin Hardy. Nel 1973, Hardy dirige The Wicker Man, un’opera disturbante e magnetica che scardina i canoni dell’horror tradizionale, sostituendo i castelli gotici con i prati soleggiati di un’isola scozzese e i mostri classici con un paganesimo ancestrale. Il film è diventato un pilastro della cultura cinematografica, ma Hardy non è mai riuscito a dare un seguito degno di nota a quella visione. La sua carriera si è praticamente arenata, trasformandolo nell’autore di un unico, immenso capolavoro che continua a influenzare il cinema moderno, in particolare i suoi epigoni del genere folk horror (si pensi al recente Midsommar di Ari Aster).

Il fenomeno del successo che “divora” l’autore non risparmia nemmeno le epoche più recenti. È il caso di Richard Kelly, che all’alba del nuovo millennio ha sconvolto il panorama indipendente con Donnie Darko (2001). Un’opera complessa, stratificata, capace di mescolare viaggi nel tempo, angosce adolescenziali e una colonna sonora indimenticabile. Kelly sembrava destinato a diventare il nuovo messia del cinema sci-fi intellettuale, ma la sua stella si è offuscata rapidamente. I lavori successivi, pur ambiziosi, si sono persi in un eccesso di ermetismo, lasciando Donnie Darko come un’isola felice e irraggiungibile in una filmografia altrimenti claudicante.

Pet Sematary – Cimitero vivente

Infine, vale la pena citare un’altra figura che, come Mulcahy, ha trovato il proprio momento di gloria partendo dal linguaggio visivo dei videoclip: Mary Lambert. Sebbene il suo nome resti legato indissolubilmente alla regia dei video più celebri di Madonna, nel 1989 ha firmato quello che è unanimemente considerato uno dei migliori adattamenti kinghiani: Pet Sematary – Cimitero vivente. Con un’atmosfera funerea e un ritmo implacabile, la Lambert è riuscita a trasporre sullo schermo il terrore della perdita tipico del romanzo. Eppure, nonostante il grande successo commerciale, la regista è rimasta intrappolata nel circuito delle produzioni minori e dei sequel direct-to-video, non ritrovando mai più quell’alchimia perfetta tra visione d’autore e consenso popolare.

Questa carrellata fra le pieghe dei generi e delle epoche potrebbe continuare, citando altri autori che non hanno replicato il successo dei loro film più memorabili per ragioni diverse. In alcuni casi legate alle rigide logiche dello star system americano: l’esempio più eclatante è quello di Michael Cimino che, nel 1978, dopo un discreto esordio da regista (Una calibro 20 per lo specialista 1974) firma l’immenso Il Cacciatore, rimanendo poi imbrigliato nel flop colossale de I cancelli del cielo e non trovando più finanziamenti all’altezza del suo estro creativo, sebbene sia stato autore di altre efficaci pellicole. In altri casi, per scelta dello stesso cineasta, come capitato all’attore inglese Charles Laughton: interprete hollywoodiano di prima grandezza, passò una sola volta dietro la macchina da presa per dirigere un capolavoro assoluto, La morte corre sul fiume (1955), un esordio folgorante che non volle mai più ripetere.

Tuttavia, l’essenza che traspare da queste storie è che il genio cinematografico può risiedere anche in una sola opera, se essa è talmente grande da rimanere per sempre nella memoria collettiva degli spettatori.

Carmelo Franco

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