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Editoriali

”Inferno” in famiglia

Ivan Scinardo

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Non si può sempre dire ai vicini, ”sono inciampata, ho sbattuto in qualche angolo di porta o mi sono ferita accidentalmente”. Le tragedie psicologiche avvengono in famiglia e la donna è l’oggetto del maltrattamento; ma ciò che è più incredibile è proprio il suo partner, nel 65 per cento dei casi,ad usarle violenza. L’ultimo rapporto sulla sicurezza messo a punto dal Viminale non lascia molti margini di riflessione. Nel 2006 hanno subito violenza ben 1milione e 150.000 donne. Pensate una su tre in Italia nell’arco della sua vita ha subito violenze, per l’esattezza 6 milioni 743.000, di cui 5 milioni di violenze sessuali. Il marito, secondo il rapporto, è il carnefice nel 68,3% dei casi per le violenze sessuali e per il 69, 7% per gli stupri. Leggendo questo bollettino di guerra, noi che siamo profondi assertori dei valori della famiglia, ci viene subito da pensare che, proprio nella famiglia, si annidano i pericoli maggiori per la salute e l’integrità psico – fisica della donna. Ciò che sbalordisce maggiormente e come, analisti di alto rango, esperti ed equipe pluridisciplinari dei diversi ministeri, non hanno ancora immaginato una campagna promozionale a tutela delle moglie e delle donne che convivono. Scorrendo ancora il rapporto del Ministero degli Interni, salta agli occhi un altro dato, questa volta positivo, che riguarda il numero degli omicidi. Nel 1991 avvenivano 3 omicidi su 100.000 abitanti mentre nel 2006 il rapporto è 1 su 100.000 abitanti. E se da un lato ci propinano informazioni sulla criminalità organizzata, che le città diventano violente, che bisogna stare attenti agli stranieri, chi ci dice che in ogni istante della nostra giornata non si consuma una violenza fra le mura domestiche che probabilmente non si saprà mai e verrà coperta dal muro dell’omertà? Credo che una delle responsabilità maggiori derivi dai mass media. Non passa ora della giornata che non si vedono scene di sangue, violenze, morti ammazzati, cadaveri stesi sui letti dell’obitorio. La percezione di vivere un film dell’orrore sembra trasferirsi nella vita reale. Tutti però vogliono che regni la legge e l’ordine, che vengano effettuati più controlli, soprattutto agi extracomunitari, alimentando in qualche modo uno stato di tensione nell’opinione pubblica. Sarebbe interessante capire quante di queste tensioni vengono ”scaricate” a casa, possibilmente disprezzando e umiliando la moglie o la convivente. Chissà se qualcuno, nella cosiddetta cabina di regia, possa fermare il ”ciak” di questo ”reality”

Editoriali

La famiglia pilastro indistruttibile, lo dice il prof. Favole

Ivan Scinardo

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Mi ha molto colpito nei giorni scorsi un’intervista a cura del professor Adriano Favole, docente di Antropologia culturale, Cultura e potere all’Università di Torino, pubblicata nei giorni scorsi sul quotidiano Avvenire. A parlare è una delle più illustri antropologhe del nostro tempo, la francese Martine Segalen. La versione integrale è stata pubblicata sula rivista “Dialoghi sull’uomo”, il quotidiano cattolico ne ha pubblicato ampi stralci considerata la grande valenza culturale. Al centro la famiglia, secondo la Segalen, “bistrattata, attaccata, “imitata” e condannata alla sparizione ormai da oltre 30 anni, è invece l’unico verso pilastro della società anche nell’epoca della pandemia e della crisi delle comunità”. La studiosa spiega come “questi ultimi due anni hanno sicuramente cambiato le abitudini e anche le fatiche della vita familiare, ma non hanno cancellato l’essenza stessa dell’utilità sociale e umana che riveste la famiglia”. “Mi sembra quindi che vi sia stata, da parte dei media, una sorta di riscoperta – dico riscoperta perché è qualcosa che già esisteva – del fatto che la famiglia – un’istituzione in costante mutazione”, spiega Segalen. I problemi restano, dalla crisi della natalità alla crisi dei matrimoni, tanto quelli religiosi quanto quelli civili: eppure, nonostante tutte queste difficoltà che l’Occidente tristemente riscopre anche dopo la pandemia, «questa famiglia in quanto istituzione costantemente rinnovata, è davvero – sarà anche sciocco usare questo termine mah… – un pilastro della società: se non ci fosse la famiglia, sarebbe ancora più grave, a mio parere». Interessante infine il passaggio sui giovani, con l’antropologa francese che riflette sulle enorme differenze sociali acuite dall’epoca del Covid-19: “Io effettivamente nutro una grande fiducia in questa generazione, e penso che senza di loro e senza la loro energia non ce la caveremo, spiega Segalen, aggiungendo «è proprio da questi giovani che possiamo aspettarci una resurrezione, e hanno tanto più merito, dopo questa pandemia interminabile che ha fatto loro subire la didattica a distanza davanti al computer, e ancora, quando non avevano una famiglia che li sostenesse, delle condizioni molto difficili». Una politica che però fa della famiglia e dei giovani un elemento non centrale, è definita «disperante» dalla antropologa, con esplicito riferimento alle mancate riforme del suo govern

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Editoriali

Bulli si diventa! Un interessante titolo di libro

Ivan Scinardo

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E’ il titolo di un libro scritto da due esperti, il professor Gaetano Mollo e Roberto De Vivo. Frutto di due anni di sperimentazione negli istituti scolastici, i due autori affermano che il bullismo è presente tra i giovani perché non passa il concetto di inclusività, di cooperazione, di aiuto e amicizia. I ragazzi percepiscono cosa è normale nei rapporti tra simili, ma agiscono al contrario. Il bullismo e il cyberbullismo ancor di più, sono fenomeni che risentono fortemente dei tempi in cui viviamo: egoismo, narcisismo, mancanza di empatia, assenza di amicizia. “Sono tre i cerchi all’interno dei quali possiamo classificare i comportamenti bullizzanti, afferma il professor Gaetano Mollo, ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università di Perugia: Sociologico, quello in cui viviamo una realtà violenta, piena di indifferenza e solitudine, una realtà isolante che la scuola rafforza con i banchi singoli. Uno spazio sociale in cui l’aggressività che nasce dal mancato riconoscimento personale viene scaricata sugli altri. Si diventa bulli per alleggerire l’aggressività che i ragazzi non riescono a trasportare nello sport. Comportamenti aggressivi per raccogliere attorno a sé dei seguaci, perché il bullo si sente protagonista in questo modo e il sadismo diventa un modo per emergere nella vita quotidiana. Si diventa bulli per concause e mancanze personali e strutturali. Gli altri due cerchi sono quello psicologico, afferente alle carenze educative, al bisogno di sentirsi importanti, all’assoluta mancanza di rispetto per sé e gli altri; e quello pedagogico: la famiglia non segue il giovane o produce comportamenti devianti, la scuola non insegna a superare le distanze e a cooperare, il quartiere è un ambiente ostile, che spinge all’isolamento”.

tidiana per tanti giovani: il 68% di essi dichiara di aver assistito ad episodi di bullismo, o cyberbullismo, mentre il 61% ne è stato vittima. Secondo i rilevamenti Istat ragazzi e ragazze esprimono sofferenza per episodi di violenza psicologica subita da parte di coetanei (42,23%) e in particolare il 44,57% delle ragazze segnala il forte disagio provato dal ricevere commenti non graditi di carattere sessuale online.  Le statistiche confermano anche che il cyberbullismo colpisce di più le ragazze, tanto che il 12,4% delle giovani ha ammesso di esserne state vittima, rispetto al 10,4% dei ragazzi. L’Università di Perugia ha pubblicato i risultati di una ricerca; Roberto De Vivo, dottore in filosofia e pedagogista, afferma che manca l’educazione fra i giovani, non c’è empatia, non si scoprono gli elementi fondamentali di una relazione tra pari e, infine, mancano i valori. I ragazzi messi di fronte a parole significative relative all’inclusività, alla violenza, al bullismo, all’amicizia, esprimono bene il concetto dietro la parola, ma quando si tratta di metterle in connessione con le azioni si nota uno scollamento: a parole nessuno è bullo, ma nei fatti le cose non vanno nella stessa direzione”.

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Editoriali

L’isolamento dei giovani, preoccupanti i dati sulla pandemia

Ivan Scinardo

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Lo scorso anno, in piena la pandemia, l’Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari A.I.C.C.eF ha instituito la prima Giornata Nazionale della Consulenza Familiare. Il senso della giornata, che si è svolta pochi giorni fa, il 22 maggio, è stato quello di divulgare la conoscenza della consulenza familiare e al contempo evidenziare il valore della professione del Consulente Familiare, nonchè il benessere che essa produce. Gli esperti si sono prefissati la volontà di accompagnare il singolo, la coppia o l’intero nucleo familiare a superare il momento di disagio legato alla pandemia, in primis la fatica dell’isolamento e le difficoltà del vivere costantemente all’interno di quattro mura con le stesse persone. Secondo gli esperti questa situazione ha sviluppato uno stato di ansia continua e costante che spesso è sfociata in problemi personali ma anche familiari. Sono queste le problematiche più rilevanti per chi, in questi mesi, ha sofferto di patologie legate alla pandemia da Covid-19. Sono patologie della mente più che del corpo.  Non solo i giovani hanno sofferto l’assenza di spazi e di libertà ma anche molte coppie, alcune hanno ritrovato una stabilità perduta, altre invece no e si sono separate. Ci sono state molte famiglie che hanno subìto la pressione dello stare chiusi in casa, per tutto il periodo del lockdown e che proprio adesso stanno patendo anche le conseguenze del “long Covid”, ossia la permanenza nello stato di difficoltà legata alle regole imposte per evitare i contagi da Coronavirus. “Le famiglie si sono dovute riadattare e hanno dimostrato uno spirito di resilienza durante questo lungo anno di pandemia – ha affermato una delle esperte dell’associazione, Ivana De Leonardis – ci sono state famiglie che hanno sofferto tanto durante il momento della pandemia per la difficoltà a convivere in spazi stretti. Si tratta di momenti che possono portare a situazioni di difficoltà e conflittualità soprattutto se si è di fronte a situazioni che di partenza non erano appaganti e serene”. Si spera che con l’allentamento delle misure restrittive sanitarie, molti giovani possa ritrovare quel giusto riequilibrio psichico che il covid ha messo seriamente in crisi.

 

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