Cinema
L’abbaglio e le sorprese del film di Andò
Immaginiamo di trovarci al cinema e di vedere uno dei tanti film interpretati dalle coppie di comici (o attori brillanti) che hanno popolato i nostri sogni di spettatori appassionati e con i quali siamo cresciuti e, improvvisamente, di assistere ad un ribaltamento dei ruoli su cui si basa(va)no le dinamiche finzionali di ognuno di loro. Che effetto straniante sarebbe stato per noi spettatori guardare Terence Hill che mena i malcapitati di turno mentre il compare Bud Spencer se ne sta in disparte ad osservare divertito o vedere Ciccio Ingrassia che si esibisce in un campionario di smorfie e movenze da burattino con Franco Franchi che seraficamente lo scruta cercando di riportarlo all’ordine oppure ancora scorgere Stanlio che guarda in direzione della macchina da presa, quasi a volere condividere con noi spettatori il disappunto per le performance buffe e scomposte di suo compare Ollio.
A meno di non possedere una DeLorean DMC-12 di cinefila memoria, modificata dal “Doc” di turno, con la quale registi e sceneggiatori potrebbero tornare indietro nel tempo a riscrivere i copioni ed a girare delle pellicole azzardando improbabili ribaltamenti di ruoli in capo alle coppie comiche del nostro cinema, che nessuno allora ha mai osato mettere in scena, lo scenario ipotizzato appare solo come un gioco cinefilo di inizio estate, fuori dalla realtà e ormai dal tempo.
Del resto, si potrebbe osservare, perché mai modificare quella alchimia attoriale tanto faticosamente costruita, scena dopo scena e che ha fatto breccia nel pubblico, strappando quelle risate tanto agognate, ricercate e finalmente ottenute da parte di chi recitava in coppia.
Questa è la regola, garanzia di successo per tutte le coppie comiche, ed è sempre stato così, finché inaspettatamente ci si imbatte in una pellicola che vede nei due lati opposti della mdp tre palermitani, Roberto Andò nel ruolo di regista e Salvo Ficarra e Valentino Picone in quello di protagonisti, con Toni Servillo che recita con loro, dal titolo L’abbaglio (2025).
Qualche anno prima le traiettorie artistiche tanto diverse del regista e dei due comici suoi compaesani si erano già incontrate sul set di La stranezza (2022), un’altra storia in costume, ambientata agli inizi del novecento quando Luigi Pirandello (Toni Servillo) fa ritorno nella sua nativa Girgenti in occasione del compleanno dell’amico e collega Giovanni Verga e lì si imbatte in una coppia di teatranti dilettanti (Ficarra e Picone), ma di professione becchini, incaricati dallo scrittore di organizzare il funerale della sua vecchia balia.
Certamente suggestiva appariva allora l’assonanza fra quest’ultimo film diretto da Roberto Andò ed interpretato da Ficarra e Picone, con un’altra pellicola, i cui protagonisti sono un altro duo di guitti palermitani, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, i quali circa quarant’anni prima, avevano recitato nell’episodio La giara, del film Kaos (1984), diretto dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani e tratto da alcune novelle dello scrittore agrigentino, due pellicole in cui entrambe le coppie di comici palermitani hanno avuto la loro svolta più autoriale nel nome di Pirandello, loro conterraneo illustre.
Ed in effetti, la cifra stilistica di entrambe le coppie comiche palermitane si basa su una perfetta interazione di caratteri opposti e speculari, in cui il talento da guitto del comico puro (Franchi allora, come Ficarra adesso) si confronta e modella grazie al più sobrio ed “anonimo” partner. In definitiva, potremmo ritenere che la brillante alchimia di Ficarra e Picone risulta allo stesso tempo naturale evoluzione e nemesi di quella comicità di matrice genuinamente popolare di cui Franco e Ciccio sono stati icone autorevoli.
Nondimeno, tre anni dopo attori e regista, incoraggiati dal successo riscosso dalla pellicola precedente e dalla ottima intesa raggiunta sul set, decidono di realizzare un altro film insieme, che è appunto L’abbaglio, con il quale i due comici palermitani compiono un ulteriore passo in avanti nelle loro carriere.
Il film è ancora un affresco in costume ambientato questa volta nella Sicilia borbonica durante lo sbarco dei mille con a capo Giuseppe Garibaldi (Tommaso Ragno), il quale affida le sorti dell’impresa che cambierà il destino di tutti noi al suo luogotenente siciliano, il Tenente Colonnello Vincenzo Orsini (Toni Servillo). Fin qui la storia ufficiale, che si ibrida con una variante narrativa che non trova riscontro nei libri di storia, rappresentata dalle vicende di due avventurieri palermitani, i quali si arruolano, sembra motivati dall’intento comune di liberare la Sicilia dagli invasori Borboni, ma che in realtà hanno solo lo scopo di far ritorno nella loro terra natia per motivi diversi, tanto che una volta sbarcati, disertano subito e si rendono irreperibili ai loro superiori.
Un’opera certamente riuscita questa del regista e scrittore palermitano, in cui le vicende private dei due protagonisti si incrociano e si amalgamano alla perfezione con l’ottima descrizione storica degli avvenimenti, narrati con grande dispiego di mezzi. Attraverso l’impiego di efficaci scenografie e location azzeccate, il regista si dimostra abile, tanto nelle scene di massa delle battaglie, quanto nel mettere in scena le disavventure picaresche dei due disertori ed è evidente come l’autore abbia voluto omaggiare (o prendere spunto da) il cult di Monicelli dal titolo La grande guerra (1959), riproponendo la parabola di due perdigiorno (allora il romano Sordi e il milanese Gassmann, oggi i siciliani Ficarra e Picone) che cercano di scansare i pericoli della guerra, per poi scoprire di avere una componente inaspettata, compiendo un atto di eroismo.
I due eroi per caso del film di Andò, sullo schermo sono un contadino affetto da zoppia che approfitta dello sbarco dei mille per raggiungere la sua promessa sposa di cui è innamorato, la quale però non sembra ricambiarlo ed un baro di professione, dedito alle truffe che era dovuto scappare dalla Sicilia per sottrarsi alle sue vittime ed alle forze dell’ordine. Riassunta così la sinossi dei due personaggi, ci si sarebbe aspettato una caratterizzazione dei protagonisti, da parte di chi ha scritto il soggetto ed ha diretto il film, che rispecchiasse il physique du ròle classico della coppia, cioè due figure diverse e dai caratteri contrapposti. Ed invece, il contadino e il baro presentano caratteristiche fra loro speculari, con quest’ultimo un pò più scaltro e scafato dell’altro. Tuttavia, nella ripartizione dei ruoli a Salvo Ficarra viene assegnata la parte del contadino claudicante, tradito dalla fidanzata ed afflitto da pene d’amore, mentre a Valentino Picone quella del baro, che era riuscito a trarre in inganno pure il Colonnello Orsini che lo ha arruolato a Quarto, fingendosi veneto.
Un evidente stravolgimento coraggioso della loro tipica alchimia attoriale, dove entrambi gli attori mostrano di trovarsi a loro agio, anche attraverso una recitazione interamente in lingua siciliana, che costituisce un altro unicum nel loro percorso artistico. Ficarra e Picone, infatti, si dimostrano all’altezza dei rispettivi ruoli, ed in particolare Valentino Picone, nella parte dell’avventuriero che si guadagna la vita con la sua abilità con le carte, svela di possedere doti recitative che gli consentono di interpretare qualsiasi personaggio.
Che sia stata una svolta definitiva nelle loro dinamiche di coppia o si è solo trattato di un atto di fiducia (ben) riposto da parte dei due interpreti nei confronti di un regista che ne aveva già saputo valorizzare il talento di attori, oltre che di comici, lo scopriremo con i loro film a venire, sicuramente noi spettatori, che abbiamo apprezzato la pellicola, ci siamo solo divertiti, senza percepire alcuno effetto straniante.
Carmelo Franco
(Fonte: Nocturno 22/5/25)
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
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