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Editoriali

Nativi digitali; un cortometraggio racconta tutti i rischi

Ivan Scinardo
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Nei giorni scorsi sono stato chiamato a presentare un cortometraggio dal titolo: “ Nativi digitali”, realizzato da una insegnante  che ha la passione per il cinema e il teatro, Elena Pistillo. L’occasione è servita per organizzare un convegno a margine della proiezione con la partecipazione di esperti  che si sono interrogati sul tema: cosa possano fare i genitori o gli insegnanti, gli adulti di riferimento, rispetto a questo scenario in cui i giovani sembrano trascorrere la maggior parte della loro vita davanti a uno schermo più o meno grande?” Partendo dalla sinossi del film che racconta la storia di Marco e Giulia, nativi digitali che hanno entrambi genitori separati e si ritrovano per caso una domenica autunnale in campagna a raccogliere carrube, con altri bambini, animali e tanta aria buona. Durante quella giornata speciale hanno perfino dimenticato i cellulari, ma solo per un pò. In questa occasione ho voluto riportare una affermazione che il noto conduttore televisivo Paolo Bonolis ha fatto durante una intervista in occasione della presentazione del suo libro dal titolo “perché parlavo da solo”; a proposito dei giovani che utilizzano lo smartphone, stigmatizzando il loro comportamento  e auspicando che prima di usare i telefonini bisognerebbe essere formati ed educati a farlo. Secondo la psicologa Margherita Festa.. “i bambini hanno bisogno di sentire che c’è un disegno educativo e che questo è condiviso dagli adulti di riferimento, i quali non fanno le cose a caso ma seguono una logica. Il bambino fa riferimento al genitore per confrontarsi con gli altri. Se le risposte sono coerenti ottiene una concezione più solida e nitida, un’idea chiara di cosa è consentito e cosa non lo è. La sostanza è che se i genitori per primi non danno l’esempio a usare con moderazione il telefonino come possono pretendere che i loro figli facciano altrettanto? Mi viene in mente un film del regista Federico Moccia, dal titolo “non c’è campo” in cui viene esasperata la disperazione degli adolescenti per essere stati portati a fare una gita in campagna dove appunto i telefonini non prendevano. Se qualcuno riuscisse a recuperare un articolo apparso tempo fa su Vanity fair a firma di Danny Forster, avrebbe già la risposta su come comportarsi; il giornalista americano fa riferimento ai figli dei geniali creatori dei software e delle applicazioni della silicon valley. Secondo il tabloid, questi genitori, inventori e pionieri di tecnologia e digitale, e contro ogni naturale previsione, compiono sempre più spesso scelte radicali in tema di educazione: essi privilegiano infatti l’iscrizione dei propri figli a istituti scolastici dove computer e smartphone sono vietati. Dove cioè l’ambiente e il sistema educativo risultano non contaminati dai prodotti del loro mestiere. Lo stesso Steve Jobs, fondatore della Apple, scrisse sua figlia in una nota scuola di San Francisco, dove era assolutamente vietato l’uso degli smartphone. Forse oggi più di prima bisognerebbe andarsi a rileggere le teorie di Rudolf Steiner su come sviluppare tuti i talenti del bambino senza ovviamente il telefonino.

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