In Evidenza
Finalmente è ufficiale: il Palermo è in serie C
“Cosa importa se, ora sei fallito, noi restiamo insieme, noi ci siamo ancora, questo è garantito. Perché non hanno ucciso la voglia che ho di tifare, vedere il Palermo segnare, mentre aspetto un gol, dalla curva nord, vedo solo gente che salta, che salta, che salta, vedo solo gente che canta, che canta, che canta”.
Si apriva così la serie D, lo scorso 1 settembre: il Palermo disputava la sua prima gara di campionato contro il Marsala. La Curva Nord 12, sulle note della canzone di J-AX, “Ostia Lido”, aveva ideato questo nuovo coro a tinte rosanero in vista della rinascita del club rosanero che ha spopolato in tutte le partite della serie D, dopo aver avuto grande successo sui social.
Ieri l’attesissima notizia: il Consiglio Federale della Figc, nel corso dell’Assemblea, ha ratificato la richiesta della LND di promuovere in Lega Pro le prime di ogni girone del campionato dilettantistico e così per i rosanero arriva ufficialmente la promozione. Un salto di categoria che permette al Palermo di tornare tra i professionisti dopo il fallimento dello scorso anno.
La squadra rosanero ha dominato in lungo e in largo il girone I, non mettendo mai in discussione una promozione conquistata e meritata sul campo, 63 punti ottenuti e un vantaggio decisamente comodo nei confronti della seconda in classifica, ovvero il Savoia che di punti ne ha conquistati 56. Nessuna festa in piazza: l’emergenza coronavirus frena l’entusiasmo dei tifosi rosanero che adesso sperano nell’allestimento di una squadra che possa centrare subito la promozione in serie B.
Non sarà affatto facile, anche perché serviranno risorse economiche, una società solida e soprattutto un allenatore esperto che possa guidare il Palermo sin da subito verso l’obiettivo.
Sul fronte societario oggi è in programma un’assemblea molto importante per il futuro del club. Mirri e Di Piazza torneranno a confrontarsi per la terza volta in pochi giorni.
“Abbandonare la Serie D nel minor tempo possibile era il nostro primo immancabile obiettivo – afferma il Presidente del Palermo Dario Mirri – per il Palermo, per i tifosi, per la Città, dichiarato sempre e raggiunto finalmente oggi, dopo la decisione del Consiglio Federale della FIGC di avallare la proposta della Lega Nazionale Dilettanti in merito a promozioni e retrocessioni”.
“La serie D è infatti una categoria ricca di dignità e passione, ma che non ha nulla a che fare con 120 anni di orgoglio rosanero. Per questo oggi siamo tutti più forti, più sicuri di noi, più determinati che mai. Lo stesso senso di responsabilità che ci ha portato fin qui ripartendo da zero, ci guida ora nei prossimi passi, sul campo e fuori. Stiamo crescendo tutti insieme, una comunità di persone, prima che tifosi o dirigenti sportivi, che guarda nella stessa direzione, l’unica possibile, per arrivare dove meritiamo. E’ il primo passo per diventare non come prima, ma molto meglio di prima: perchè accanto ai risultati sportivi, questa volta si sviluppa anche un cambiamento culturale e strutturale, che rimarrà per sempre patrimonio della nostra Città. Il centro sportivo, il rinnovamento del nostro Stadio grazie al diritto di superficie, il museo, gli esports, la polisportiva virtuale, la rifondazione virtuosa del settore giovanile e la nostra divisione femminile sono alcune delle iniziative che abbiamo progettato, e porteremo ancora avanti sempre con maggiore forza e determinazione. Nei prossimi giorni, solo dopo l’assemblea dei soci, vorrò aggiornare tutti quanti pubblicamente, su ogni aspetto riguardante la nostra società ed il progetto di sviluppo. Forza Palermo!”.
Cinema
Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi
Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.
Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.
Il pubblico
sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.
Michael
Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.
Obsession
Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.
La grazia
Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.
Cena di classe
Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.
Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.
Cosa aspettarsi?
Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.
Andrea Arnone
Cinema
“Avemmaria”
“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.
La storia
Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni
. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.
Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi
Cinema
Re per una notte
Breve storia dei registi che hanno firmato un solo grande film
Ci sono registi di cui è difficile scegliere quale sia il miglior film. Chi di noi è in grado di stabilire con certezza quale sia il capolavoro assoluto di Martin Scorsese, di Michael Mann, di Francis Ford Coppola o di John Ford, restando in ambito hollywoodiano? La lista di autori che hanno firmato una sequela di pellicole di culto è ancora lunga. Di contro, per altri loro colleghi la scelta appare più semplice, alle volte obbligata. Nella settima arte vi sono delle pellicole che hanno fatto la storia, eppure chi le ha dirette non ha saputo replicare quello stato di grazia che gli ha permesso di girare il “film della vita”; ed è su alcune di queste opere e sui loro autori che vogliamo focalizzare la nostra attenzione.
Highlander – L’ultimo immortale
Questo nostro viaggio in celluloide, che non vuole essere esaustivo ma solo esplicativo del tema di cui trattiamo, non può non iniziare dagli anni ottanta, con un film di cui in questi giorni ricorre l’anniversario dei quarant’anni dalla sua uscita in sala: Highlander – L’ultimo immortale (1986) di Russell Mulcahy, che possiede tutti gli ingredienti per un successo annunciato. Intanto l’intreccio, che si dipana avanti e indietro nel tempo e narra di una stirpe di guerrieri immortali che si sfidano fra loro, finché “ne rimarrà solo uno”. La storia, scritta dallo sceneggiatore Gregory C. Widen — autore poi di altri script, ma nessuno così ispirato — innesta uno spunto fantastico in una struttura narrativa a tema medievale e vede nel ruolo principale un Christopher Lambert nel momento migliore della sua carriera, supportato da un cast all’altezza in cui primeggia Sean Connery, scozzese di nascita proprio come il protagonista del film.
Infine, anche la colonna sonora curata dai Queen ha contribuito a far accrescere la fama di quest’opera, all’inizio accolta timidamente dal pubblico e poi assurta al ruolo di cult assoluto. Non resta che dire del regista, che veniva dall’Australia dove era celebre come autore di video musicali e dove, prima di sbarcare in America, aveva girato un folk-horror di discreta fattura dal titolo Razorback – Oltre l’urlo del demonio (1984). Tuttavia, dopo gli onori del suo esordio a stelle e strisce, Mulcahy ha continuato a frequentare i set di Hollywood girando alcuni lungometraggi, nessuno dei quali merita davvero di essere ricordato; tra questi, figura anche il primo dei quattro sequel del suo film più famoso, ognuno dei quali di livello chiaramente inferiore all’originale.
The Hitcher – La lunga strada della paura
Rimaniamo nell’anno di grazia 1986 per parlare di un’altra pellicola americana, tesa e avvincente, anch’essa rimasta nel nostro immaginario cinefilo: The Hitcher – La lunga strada della paura. La storia del serial killer psicopatico che semina morte lungo le assolate strade degli States — splendidamente interpretato da un feroce Rutger Hauer — che prende di mira un giovane automobilista solitario trascinandolo in un incubo senza fine, la ricordano tutti. La stessa cosa non si può dire del regista che l’ha diretta. Robert Harmon è il nome dell’autore statunitense che, a metà degli anni ottanta, ha diretto il film della sua vita proprio al suo esordio sul grande schermo, non sapendosi poi ripetere con le pellicole a venire, nessuna delle quali ha riscosso successo. Gran merito dell’accoglienza entusiastica di The Hitcher la si deve in realtà alla sceneggiatura di ferro scritta da Eric Red, nome di punta fra gli scrittori del cinema americano e autore di altri acclamati lungometraggi, fra cui Il buio si avvicina (Near Dark), film del 1987 diretto da Kathryn Bigelow.
La cosa da un altro mondo
Facciamo un repentino salto indietro nel tempo per parlare di un capolavoro assoluto della fantascienza di scuola americana: La cosa da un altro mondo (1951). Di questo film si è detto e scritto già tanto; vale la pena allora ricordare come esso risentisse del clima da Guerra Fredda che attanagliava il mondo intero. Molti videro nel plot un’evidente metafora narrativa per mettere in scena ed esorcizzare la paura di un attacco nucleare o di un’infiltrazione da parte dei sovietici. La trama vede infatti piombare in una base artica un’improvvisa minaccia aliena capace di assumere sembianze umane, a cui si oppongono i malcapitati membri della spedizione. Osannata da molti e omaggiata decenni dopo da un remake altrettanto efficace diretto dal maestro John Carpenter (La cosa, 1982), la pellicola riporta nei crediti, alla voce regia, il nome dello statunitense Christian Nyby, allora sconosciuto al grande pubblico e con all’attivo principalmente serie televisive. Scorrendo i titoli troviamo però, fra i produttori, un nome assai noto: quello di Howard Hawks, autore di innumerevoli film memorabili. In definitiva, la combinazione tra un regista esordiente, un produttore che era in realtà un gigante della regia e un risultato artistico eccelso, spinse i critici ad affermare che il vero autore “occulto” fosse proprio Hawks. Tuttavia, a tale ricostruzione Nyby si è sempre opposto fermamente, dichiarando che, sebbene il grande produttore lo avesse ispirato nelle scelte stilistiche, il girato era esclusivamente farina del suo sacco.
Il pianeta proibito
Qualche anno dopo, irrompe come un UFO nel panorama mainstream del cinema di fantascienza Il pianeta proibito (1956) diretta dallo statunitense Fred McLeod Wilcox. La portata innovativa di questo Sci-Fi è dirompente: tratto molto liberamente da La tempesta di Shakespeare, si avvale di effetti speciali all’avanguardia che conferiscono all’opera un effetto straniante per gli standard dell’epoca, armonizzandosi perfettamente ad un intreccio metafisico che spiazza critica e pubblico. Un film che non ti aspetti da parte di un regista che fino ad allora si era mantenuto sul piano di una medietà artistica, con un esordio destinato ad un pubblico adolescenziale (Torna a casa, Lassie! 1943 e Il coraggio di Lassie 1946) ed altri b-movie che hanno caratterizzato, senza troppi guizzi, tutta la sua carriera.
The Wicker man
Spostandoci nel Regno Unito, troviamo un caso di “folgorazione isolata” ancora più emblematico: quello di Robin Hardy. Nel 1973, Hardy dirige The Wicker Man, un’opera disturbante e magnetica che scardina i canoni dell’horror tradizionale, sostituendo i castelli gotici con i prati soleggiati di un’isola scozzese e i mostri classici con un paganesimo ancestrale. Il film è diventato un pilastro della cultura cinematografica, ma Hardy non è mai riuscito a dare un seguito degno di nota a quella visione. La sua carriera si è praticamente arenata, trasformandolo nell’autore di un unico, immenso capolavoro che continua a influenzare il cinema moderno, in particolare i suoi epigoni del genere folk horror (si pensi al recente Midsommar di Ari Aster).
Il fenomeno del successo che “divora” l’autore non risparmia nemmeno le epoche più recenti. È il caso di Richard Kelly, che all’alba del nuovo millennio ha sconvolto il panorama indipendente con Donnie Darko (2001). Un’opera complessa, stratificata, capace di mescolare viaggi nel tempo, angosce adolescenziali e una colonna sonora indimenticabile. Kelly sembrava destinato a diventare il nuovo messia del cinema sci-fi intellettuale, ma la sua stella si è offuscata rapidamente. I lavori successivi, pur ambiziosi, si sono persi in un eccesso di ermetismo, lasciando Donnie Darko come un’isola felice e irraggiungibile in una filmografia altrimenti claudicante.
Pet Sematary – Cimitero vivente
Infine, vale la pena citare un’altra figura che, come Mulcahy, ha trovato il proprio momento di gloria partendo dal linguaggio visivo dei videoclip: Mary Lambert. Sebbene il suo nome resti legato indissolubilmente alla regia dei video più celebri di Madonna, nel 1989 ha firmato quello che è unanimemente considerato uno dei migliori adattamenti kinghiani: Pet Sematary – Cimitero vivente. Con un’atmosfera funerea e un ritmo implacabile, la Lambert è riuscita a trasporre sullo schermo il terrore della perdita tipico del romanzo. Eppure, nonostante il grande successo commerciale, la regista è rimasta intrappolata nel circuito delle produzioni minori e dei sequel direct-to-video, non ritrovando mai più quell’alchimia perfetta tra visione d’autore e consenso popolare.
Questa carrellata fra le pieghe dei generi e delle epoche potrebbe continuare, citando altri autori che non hanno replicato il successo dei loro film più memorabili per ragioni diverse. In alcuni casi legate alle rigide logiche dello star system americano: l’esempio più eclatante è quello di Michael Cimino che, nel 1978, dopo un discreto esordio da regista (Una calibro 20 per lo specialista 1974) firma l’immenso Il Cacciatore, rimanendo poi imbrigliato nel flop colossale de I cancelli del cielo e non trovando più finanziamenti all’altezza del suo estro creativo, sebbene sia stato autore di altre efficaci pellicole. In altri casi, per scelta dello stesso cineasta, come capitato all’attore inglese Charles Laughton: interprete hollywoodiano di prima grandezza, passò una sola volta dietro la macchina da presa per dirigere un capolavoro assoluto, La morte corre sul fiume (1955), un esordio folgorante che non volle mai più ripetere.
Tuttavia, l’essenza che traspare da queste storie è che il genio cinematografico può risiedere anche in una sola opera, se essa è talmente grande da rimanere per sempre nella memoria collettiva degli spettatori.
Carmelo Franco
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