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Peppino Impastato riabilitava i giovani a riscoprire la bellezza

Enrico Alagna
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«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

Peppino Impastato aveva 30 anni, quando venne ucciso il 9 maggio del 1978. Nato il 5 Gennaio del 1948 era conosciuto a Cinisi, piccolo comune in provincia di Palermo, per i suoi attacchi e le sue denunce contro Cosa nostra. Figlio di padre mafioso, Peppino aveva scelto di spezzare quel cordone di omertà, di silenzi, fortemente radicato a Cinisi, e un anno prima del suo assassinio ha dato vita a “Radio Aut“, dai cui microfoni denunciava il sistema degli affari che ruotava attorno a Gaetano Badalamenti che aveva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Il programma più seguito era Onda pazza a Mafiopoli, trasmissione satirica in cui Peppino sbeffeggiava mafiosi e politici.

 

In quegli anni bui, in cui Cosa nostra in Sicilia dominava incontrastata, la voce di Peppino era una delle poche fuori dal coro e, per questo, doveva essere silenziata. Peppino, con le sue denunce, riabilitava i giovani a riscoprire la bellezza, che è appunto un’arma potente contro la rassegnazione e la paura. Questo temevano i mafiosi, che la gente iniziasse a prendere coscienza e a ribellarsi, come Peppino.

La mafia non poteva tollerare che qualcuno rivelasse, addirittura sfottendola, i propri affari e gliela fece pagare nell’unica maniera possibile per uno tosto come lui: uccidendolo.

Nel 1965 fonda il giornalino L’idea Socialista e aderisce al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Dal 1968 in poi partecipa col ruolo di dirigente alle attività delle nuove formazioni comuniste, come il manifesto e, in particolare, Lotta Continua. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.

Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.).

Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma non fa in tempo a sapere l’esito delle votazioni perché, dopo vari avvertimenti che aveva ignorato, nel corso della campagna elettorale viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Col suo cadavere venne inscenato un attentato, per distruggerne anche l’immagine, in cui la stessa vittima apparisse come suicida, ponendo una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano comunque il suo nome, riuscendo ad eleggerlo simbolicamente al Consiglio comunale.

La matrice mafiosa del delitto viene individuata grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, grazie anche ai compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo che viene fondato a Palermo nel 1977; dal 1980 è intitolato a Giuseppe Impastato. Sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.

Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent’anni di reclusione. L’11 aprile 2002 anche Gaetano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo.

Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo…

 

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