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L’informazione pacata alza le difese immunitarie contro il virus della paura

Enrico Alagna
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Gestire l’informazione scientifica ai tempi del Coronavirus è stato più difficile che gestire l’emergenza stessa. Abbiamo assistito inermi all’avvento di un’altra “patologia”: l’infodemia, ovvero la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

Le informazioni incontrollate ed errate sull’epidemia Covid-19 stanno procurando ansia generalizzata, speranza, paura e fanno dimenticare soprattutto la vera emergenza.

Sul tema è intervenuto, in questi mesi, anche l’Ordine nazionale degli psicologi, invitando a «non cercare di placare l’ansia inseguendo informazioni spesso amplificate ed incontrollate». Tutto ciò, hanno spiegato gli psicologi,  perché la «percezione del rischio» può essere distorta e amplificata fino a portare a condizioni di panico. Che non sono quasi sempre del tutto ingiustificate, ma aumentano il rischio. I comportamenti meno razionali, infatti, portano a un abbassamento delle difese, anche biologiche, dell’organismo».

Questo è ancor più grave se i protagonisti di questo teatrino sono coloro i quali vengono riconosciuti come “massimi esperti” nel campo della virologia, delle epidemie e delle pandemie, e mi riferisco a Ilaria Capua, virologa italiana entrata fra i 50 scienziati top di Scientific American, che dal giugno del 2016 dirige un dipartimento dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida, Roberto Burioni, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia, Dottore di Ricerca in Scienze Microbiologiche e Specialista in Immunologia Clinica ed Allergologia, Maria Rita Gismondo, Direttore Responsabile dell’U.O. di Microbiologia Clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, Guido Silvestri, Professore Ordinario e Capo Dipartimento di Patologia all’Università Emory di Atlanta, Direttore della Divisione di Microbiologia e Immunologia allo Yerkes National Primate Research Center, e membro dell’Emory Vaccine Center.

 

Il metodo scientifico, o metodo sperimentale, è la modalità tipica con cui la scienza procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile.

Esso si basa sull’osservazione del fenomeno, elaborazione di una ipotesi e verifica sperimentale della stessa. I nostri “scienziati”, che da mesi soggiornano nelle tv più di quanto abbiano mai fatto nelle corsie ospedaliere, hanno dimenticato proprio l’ultima fase del metodo scientifico: “verifica sperimentale delle ipotesi”, propinandoci ciascuno la propria opinione come fosse, appunto, la verifica sperimentale della propria ipotesi.

Maria Rita Gismondo, Ilaria Capua, Guido Silvestri, Roberto Burioni dovrebbero prestare maggiore attenzione e scusarsi per non avere avuto la modestia di dire che, per ora, le loro sono solo ipotesi (seconda fase del metodo scientifico) e riconoscere che nessuno ha ancora potuto provare, con rigore scientifico, ciò che spacciano, da mesi, per certezze: le loro.

E aggiungo che soltanto i medici che hanno visto i pazienti già da oltre un mese hanno compreso il meccanismo eziopatogenetico della malattia da Sars-CoV-2, gli scienziati hanno solo parlato di banale influenza prima, di polmonite poi, di coagulazione intravascolare disseminata talvolta, solo oggi parlano di qualcosa di più grave. Parole prive di attenzione le loro, parole piene di egoismo. L’egoismo di Chi la spara più grossa.

Ma in ballo stavolta non vi è né la lunghezza né il diametro delle loro affermazioni. Vi sono vite umane. Abbiano rispetto dunque, tornino ad abitare le corsie degli ospedali, tornino a confrontarsi con i veri protagonisti, con i medici, magari meno conosciuti dal punto di vista scientifico e mediatico, ma con una maggiore esperienza acquisita sul campo in questi mesi.

Occorrerebbe una cura contro questa infodemia. È quel che si è preoccupata di trovare l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei primissimi giorni di febbraio quando il coronavirus di Wuhan si spostava velocemente, sulle gambe di migliaia di persone, in tutti i Paesi del mondo, oltre alla Cina.

La lotta al coronavirus è una lotta globale, dove i saperi si scambiano e il piccolo passo di ciascuno serve alla battaglia del mondo contro il Grande Nemico scaturito dal ventre di un pipistrello. Occorre dunque maggiore prudenza da parte di tutti: da coloro che scrivono, che conducono i tg, che conducono le trasmissioni tv e da coloro che divulgano nozioni e ipotesi scientifiche sull’andamento della pandemia, non corroborate però da evidenze. Si corre inevitabilmente il rischio di fornire informazioni fuorvianti ai consumatori. E di creare caos.

E’ necessario dunque divulgare un’informazione responsabile, prudente. L’informazione pacata alza le difese immunitarie contro il virus della paura; non ci sono ancora strumenti farmacologici in grado di prevenire l’infezione, quindi le strategie e le misure anti-covid sono necessarie ed è essenziale applicarle con particolare cura; compresa l’informazione.

 

 

 

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