In Evidenza
Premio Bindi per la canzone d’autore, al via
E’ online il bando di concorso per la 17a edizione del Premio Bindi di Santa Margherita Ligure (Genova), uno dei più importanti concorsi italiani dedicati alla canzone d’autore, intitolato a Umberto Bindi, cantautore genovese di grande raffinatezza scomparso nel 2002, autore di canzoni come Arrivederci, Il nostro concerto, Il mio mondo, La musica è finita, Io e il mare. Il bando è disponibile su www.premiobindi.com
Il concorso
Il concorso è riservato a singoli o band che compongano le proprie canzoni. Fra tutti gli iscritti, una commissione interna all’organizzazione selezionerà i finalisti (al massimo otto) che si confronteranno di fronte ad una prestigiosa giuria composta da musicisti, giornalisti e addetti ai lavori. La finale è in programma sabato 10 luglio 2021 (salvo impedimenti dovuti a disposizioni relative all’emergenza sanitaria). I finalisti dovranno eseguire quattro canzoni, tre proprie e una cover di Umberto Bindi scelta con la direzione artistica del Premio.
Al vincitore assoluto andrà la Targa Premio Bindi e una borsa di studio in denaro, ma fra i finalisti verranno assegnate anche la Targa “Giorgio Calabrese” al miglior autore, la Targa “Migliore canzone”, scelta in base ai canoni radiofonici e la Targa “Beppe Quirici” al miglior arrangiamento. Altri premi potranno aggiungersi nei prossimi mesi.
L’iscrizione
L’iscrizione è gratuita e deve essere effettuata entro e non oltre il 1° maggio 2021 esclusivamente tramite il form presente sul sito www.premiobindi.com nell’apposita sezione. Sul sito è disponibile anche il bando completo del concorso.

Il Premio Bindi si avvale della direzione artistica di Zibba ed è organizzato dall’Associazione Le Muse Novae. È sostenuto dal contributo del Comune di Santa Margherita Ligure, dalla Regione Liguria e di SIAE.
Le scorse edizioni del Premio sono state vinte da Lomè (2005), Federico Sirianni (2006), Chiara Morucci (2007), Paola Angeli (2008), Piji (2009), Roberto Amadè (2010), Zibba (2011), Fabrizio Casalino (2012), Equ (2013), Cristina Nico (2014), Gabriella Martinelli (2015), Mirkoeilcane (2016), Roberta Giallo (2017), Lisbona (2018), Micaela Tempesta (2019), Luca Guidi (2020).
Per maggiori informazioni:
Associazione Culturale Le Muse Novae: Tel 0185-311603 – www.premiobindi.com – info@premiobindi.co
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Cinema
L’ultimo Ciak della Giustizia
Perché il “Giusto Processo” non può più attendere
Ho visto (e sentito) cose che noi umani — di italica stirpe — non possiamo immaginare. Mi perdonerà l’attore Rutger Hauer, che ci ha lasciato più di un lustro fa, se prendo a prestito, rivisitandolo, il suo iconico monologo recitato in Blade Runner. Lo faccio per rendere plastiche le tante imprecisioni e falsità che il fronte del No, schierato contro la riforma costituzionale prossima allo scrutinio popolare, sta propinando agli italiani.
Come avviene ormai sovente nel nostro Paese, la contrapposizione politica tra destra e sinistra ha fagocitato un dibattito che dovrebbe basarsi esclusivamente sui temi connessi al quesito elettorale. Si è preferito “buttarla in bagarre”, veicolando messaggi distopici che poco hanno a che fare con ciò che verrà chiesto ai cittadini il prossimo 22 e 23 marzo. Eppure, in questo copione che dura da decenni, la sceneggiatura è già scritta nella nostra Carta fondamentale, ma manca ancora il montaggio finale.
La riforma dell’art. 111
Trattandosi di una riforma costituzionale, appare quasi scontato richiamare quell’altra modifica della Costituzione, strettamente connessa a questa, che a fine secolo scorso non ebbe necessità di referendum poiché votata da quasi tutte le forze politiche: la riforma dell’art. 111. Quella norma stabilisce che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”.
Era il novembre del 1999 e il Parlamento varava quello che doveva essere il penultimo tassello di una transizione epocale: il passaggio dal sistema inquisitorio puro a quello accusatorio, iniziato col Codice del 1989. Fino a quel momento, noi italiani quel modello processuale lo avevamo visto solo al cinema, nei grandi legal thriller americani. Nelle aule giudiziarie di casa nostra, invece, la realtà era un piano sequenza statico e asfissiante: a raccogliere le prove ci pensavano il Giudice Istruttore e il P.M. che, da buoni colleghi, si occupavano della fase istruttoria, con un processo che arrivava sul tavolo del Giudice del dibattimento già “preconfezionata”. In quel sistema, il Giudice non era un arbitro terzo, ma uno spettatore già orientato, e la Difesa doveva calarsi nei panni del migliore degli attori di prosa, per ribaltare un finale che sembrava già scritto nei titoli di testa.
PM e Giudice
Nonostante siano passati trentasei anni da quel cambio di paradigma, l’opera non è ancora completa. L’ultimo atto di questa transizione è rimasto nel cassetto: il P.M. e il Giudice continuano ad essere colleghi di carriera, parte della stessa “famiglia” professionale. Noi avvocati, che dovremmo agire in condizioni di effettiva parità davanti a un giudice distante da entrambi, ci ritroviamo ancora a recitare in un set dove la parità è un’aspirazione scritta sulla carta (costituzionale), ma smentita dalla geografia del potere giudiziario.
Solo il prossimo referendum può permetterci di completare questa scalata al giusto processo, separando definitivamente le carriere e realizzando quell’equilibrio tra Accusa e Difesa che finora è rimasto, appunto, solo una suggestiva immagine sbiadita, da grande schermo di altre cinematografie.
Eppure, in questo scorcio di campagna elettorale, il fronte del No ha messo in scena una vera e propria commedia degli equivoci, agitando lo spauracchio di un Pubblico Ministero che, una volta separato dalla magistratura giudicante, finirebbe ineluttabilmente sotto il controllo dell’Esecutivo. Si tratta di una narrazione che, per restare in ambito cinematografico, potremmo definire un thriller distopico.
La riforma
La riforma, infatti, non intacca l’indipendenza della magistratura inquirente; mira semmai a spezzare quel “monopolio della giurisdizione” che vede chi accusa e chi giudica sedere allo stesso tavolo, condividere lo stesso organo di governo e, troppo spesso, la medesima forma mentis. La verità, che noi penalisti tocchiamo con mano ogni giorno, è che la terzietà del Giudice non può essere solo un’aspirazione etica o un precetto astratto: deve essere un dato strutturale, visibile e plastico. Senza la separazione delle carriere, il Giudice resta, nell’immaginario e nella pratica, il “fratello maggiore” del Pubblico Ministero, lasciando alla Difesa il ruolo di un comprimario che recita un copione, a volte scritto da altri.
A rendere la riforma un punto di rottura è anche la revisione degli organi di governo. L’introduzione del sorteggio per la scelta dei membri togati dei due nuovi CSM è l’unico antidoto efficace per restituire indipendenza ai singoli magistrati, spezzando quelle logiche di “scuderia” correntizia che oggi dominano il casting delle carriere.
Parallelamente, l’istituzione dell’Alta Corte supera finalmente l’anacronistico concetto di “giustizia domestica”. Noi avvocati abbiamo già accettato questo principio con i CDD, comprendendo che la terzietà del giudizio disciplinare è una garanzia di dignità. Svincolare il controllo disciplinare dal CSM significa garantire che chi sbaglia risponda davanti a un organo veramente terzo, e non davanti ai propri compagni di corrente.
In questo scenario, il 22 e 23 marzo non saremo chiamati a votare su una banale contesa tra partiti, ma a decidere se vogliamo che la parola “Giustizia” continui a essere un genere cinematografico d’importazione o una realtà quotidiana. Il cittadino ha finalmente l’occasione di diventare il produttore e il regista di un nuovo corso: deve decidere se finanziare ancora questo vecchio sistema o cambiare finalmente regia per garantire che l’ultimo ciak della giustizia abbia, se non un lieto fine, almeno un finale giusto.
Carmelo Franco
Cinema
La vita va così, è una lezione di vita
“La vita va così” non è solo un film ma è una lezione di vita. La storia di Efisio Mulas ci ricorda che la dignità non ha prezzo e che le nostre radici sono il tesoro più grande che abbiamo. In un mondo che corre dietro al profitto, questo lungometraggio è un inno alla vita e alla solidarietà.
Efisio Mulas
In questo mondo non contano i passi che facciamo ma le impronte che lasciamo! E’ una storia di prepotenza da parte di una società immobiliare milanese che a tutti i costi vuole costruire un resort a cinque stelle. Una storia che parte nel 1975 quando il pastore Efisio Mulas e la sua famiglia dissero di no alla prima offerta e passati 25 anni la risposta è sempre la stessa, un no fermo, senza se, né ma…
L’offerta
Un’offerta di 150 milioni per distruggere un pezzo di paradiso. Con la promessa di 2500 posti di lavoro più l’indotto. Fino a rifiutare un milione di euro. C’è una battuta nella sceneggiatura che mi ha molto colpito: “ E’ più facile che si dimetta il papa, che Efisio Mulas venda Bellesa Manna!”.
Progresso sostenibile, cinema sociale, come specchio della società, commedia sociale che unisce intrattenimento e impegno civile. E’ veramente un bellissimo film che ci insegna a superare le difficoltà e le ingiustizie della vita.
Le musiche
Una lode alle musiche di Moses Concas che riesce a creare delle suggestioni poetiche e romantiche soprattutto nell’ultima scena del film quando suona l’armonica da Dio, con uno stile travolgente e unico. Una lode va indirizzata ai direttori della fotografia Simone D’Onofrio e Saverio Giuliana, che hanno saputo valorizzare le bellezze del paesaggio e l’atmosfera onirica della Sardegna.
Sinossi
Il film pone un’attualissima questione identitaria- ambientale e affronta lo scontro tra la tutela dell’ambiente e la spinta allo sviluppo economico. La vita va così è stato girato nel 2025 è un dramma thriller sociale ispirato alla storia vera del pastore sardo Ovidio Marras, che difese la terra a Teulada contro un imponente progetto di speculazione ambientale.
Il protagonista rifiuta offerte da capogiro da parte di un potente gruppo immobiliare e si trasforma in una battaglia legale in cui il pastore prova da solo a combattere gli affaristi che cercano di convincere la comunità locale a cedere i luoghi di un’ inestimabile bellezza.
Il singolo contro il profitto dei giganti, è una vecchia storia che si ripete sin dai tempi dall’unità d’Italia, da quando il sud è stato depredato delle sue ricchezze e costretto in povertà. In questo film l’apertura è magica e strepitosa con il pastore, le vacche e mare incontaminato. Sembra una immagine della Bibbia.
Nel sud della Sardegna
(a Tuerredda) qualcuno ancora resiste alla prepotenza dell’idea che hanno i “cummenda”, sulla gente dell’isola, per loro basta alzare la cifra per prendersi il mondo dalle stanze ovattate di Milano! Nella gran Milan si fanno affari, il sud è visto solo come limone da spremere! La Sardegna è una terra meravigliosa e al tempo stesso desolata e abbandonata al suo destino com’è abbandonato da tempo tutto il sud.
La vita va così, è il sedicesimo lungometraggio del regista di Riccardo Milani, selezionato come film d’apertura alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Il vecchio pastore Efisio Mulas (Ignazio Giuseppe Loi), minacciato instancabilmente da un imprenditore di Milano, il quale avrebbe voluto spazzare via la natura di quell’area sarda ancora incontaminata. Efisio è disinteressato al fattore economico, si sottrae con forza, protetto esclusivamente dall’amore della figlia Francesca (Virginia Raffaele) e delle sue vacche.
E’ l’ultimo dei pastori, a cui nessuno può strappare via il nido d’una vita e le sue solide radici. Nemmeno un’offerta milionaria.
Conclusioni
La domanda che mi sono posto e penso si saranno posti tutti gli spettatori era questa: chi era quest’uomo così potente e senza scrupoli, che alzava sempre la posta in gioco e che voleva sopraffare i diritti di un vecchio pastore legato profondamente alla sua terra? I milanesi non hanno mai amato il sud e come molti politici hanno cercato solo i voti e trarre il massimo profitto senza farsi alcuno scrupolo.
Confesso, che la seconda parte del film ha rallentato l’attenzione dello spettatore, poteva essere ancora più coinvolgente. Molto bravi Virginia Raffaele, Aldo Baglio e Geppi Cucciari. L’interpretazione di Diego Abbatantuono mi ha lasciato perplesso, in certe scene non era convincente.
Il film va portato nelle scuole per aprire dei dibattiti con i giovani. Sono certo, che riceverà dei premi importanti nei Festival internazionali del cinema.
Maurizio Piscopo
Cinema
Slingshot: Missione Titano
“Houston, abbiamo un problema” è la celebre frase pronunciata nel 1970 dall’astronauta Jack Swigert per segnalare un grave guasto a bordo del modulo lunare che mise a rischio la vita dell’equipaggio dell’Apollo 13, trasformando un viaggio verso la Luna in una drammatica lotta per la sopravvivenza. Una storia vera, poi alla base del plot del film Apollo 13 che nel 1995 Ron Howard ha diretto e che si colloca in una ben definita tendenza della fantascienza: quella dei problemi e delle tensioni a bordo di una astronave in viaggio nello spazio profondo, inaugurato nell’era moderna da Alien (1979) di Ridley Scott, cui seguiranno tanti epigoni del genere dove i pericoli hanno genesi diverse.
In questo solco va inserito il recente lavoro del regista svedese Mikael Håfström, da anni in trasferta a Hollywood (Evil – Il ribelle, 1408 e Il rito), intitolato Slingshot: Missione Titano (2024), da noi uscito direttamente su piattaforma Prime Video. La pellicola segue diligentemente tutte le coordinate del filone: tre uomini a bordo di una nave spaziale in missione verso Titano, il satellite più grande di Saturno, per estrarre quelle materie prime necessarie per la sopravvivenza del nostro pianeta ormai al collasso a causa dei cambiamenti climatici estremi.
Il protagonista
Fra i tre, uno solo è il protagonista, l’astronauta John interpretato da un Casey Affleck perfettamente in parte: la sua recitazione sussurrata e quasi monocorde restituisce perfettamente lo stato di annebbiamento del suo personaggio. Attraverso un funzionale montaggio alternato, seguiamo in flashback i suoi ultimi giorni sulla Terra, dove l’ambizioso cosmonauta si preparava per il viaggio non facendosi distrarre da una storia d’amore con una scienziata al seguito della missione.
Non tutto però funziona come dovrebbe nell’astronave Odyssey 1. Nel lungo tragitto verso Saturno, l’equipaggio deve affrontare la manovra della “fionda” (lo slingshot) attorno a Giove, sottoponendosi a lunghi mesi di ibernazione. Un evento improvviso, forse una collisione, mette a rischio la missione e i rapporti interni si incrinano bruscamente. Uno degli astronauti, Nash (interpretato da Tomer Capone), vorrebbe annullare il viaggio, mentre il comandante (un sempre carismatico Laurence Fishburne) non vuole sentir parlare di fallimento.
John si ritrova nel mezzo, indeciso e confuso, vittima degli effetti collaterali dei farmaci criogenici che generano perdita della memoria e allucinazioni. Il regista è abile nel trascinare lo spettatore in questo stato di incertezza: non sappiamo mai se il guasto sia reale o se sia la mente del protagonista a sgretolarsi sotto il peso della sedazione.
Alla fine tutto precipita in un gioco al massacro con un epilogo che non ti aspetti: un doppio finale che lascia sorpresi, un happy end che sembrava profilarsi ma che poi ci viene negato all’improvviso. È a quel punto che la vera essenza del protagonista si palesa: un novello Icaro, travolto dalla sua ambizione di superare i limiti umani, volando più in alto di quanto l’uomo abbia mai fatto e disposto a sacrificare ogni cosa, persino la realtà stessa, pur di raggiungere il suo obiettivo.
Carmelo Franco
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