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Società

Renzi, ieri e oggi

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Il 3 maggio 2015 in una mia nota  dal titolo “RENZI EX D.C.” pubblicata su giornali on line, inserita alla pag. 243 del mio primo volume di “ Cronaca e riflessioni sulla poliica italiana” scrivevo:

“Ma è possibile Matteo Renzi, avendo forse il DNA simile a quello del suo importante conterraneo Amintore Fanfani, sia rimasto contagiato più di Fanfani che da La Pira ( il nome di La Pira era stato inserito dal momento che il padre di Renzi era stato un assessore di giunte presiedute dal grande Giorgio La Pira). Amintore Fanfani, dotato di un carattere schietto, divenne in pochi anni uno dei dirigenti più apprezzati all’estero, ma meno stimato nel paese e, addirittura, avversato ed odiato nel suo stesso partito. Del tipico dirigente D,C, aveva poco. Non la moderazione e la capacità di mediazione di Moro, non la furbizia ed il sarcasmo di Andreotti, né la eterogeneità di Rumor o Forlani, aveva,invece, un forte carattere e voleva determinare “ da solo “ la linea guida del Paese. Nel 1953 il fallimento del  referendum sulla riforma elettorale, definita legge truffa, segnò la fine dell’era degasperiana   e Fanfani venne eletto  Segretario della D.C. Successivamente Presidente del Consiglio dal 1954 al 1963, con qualche breve interruzione, mantenendo  per molto tempo anche l’incarico di Segretario del Partito. Nei rapporti appariva discostante e nei discorsi spesso arrogante. In quel periodo  iniziavano le prime trasmissioni  televisive dei telegiornali al termine dei quali molto spesso appariva il Presidente del Consiglio Fanfani per commentare l’attività del suo Governo. Discorsi sempre importanti, fatti con un tono particolare che sommava arroganza e presunzione e che faceva dire ai rappresentanti dell’opposizione che, ad ogni apparizione di Fanfani in TV la D.C. perdeva almeno centomila voti. Presidente Renzi valuti attentamente quello che oggi si dice di Giorgio La Pira e di Amintore Fanfani.

Questa mia nota voleva soltanto mettere in guardia Renzi per non commettere, nella sua continua esposizione, gli errori commessi da Fanfani.

Forse Renzi ha preferito non tenerne conto e, vedi il caso, è caduto come Fanfani a seguito del risultato negativo di un referendum  elettorale.

Fanfani, nonostante i travagli interni, rimase un personaggio di grande spessore internazionale, tanto che nel 1965 venne eletto Presidente Generale dell’Assemblea delle Nazioni Unite.

Renzi, dopo l’ultima riunione della direzione del suo partito, per i suoi comportamenti ed atteggiamenti  è stato definito politicamente il sosia di Salvini.

Personalmente spero, ma non ci credo, che dopo una attenta e seria   valutazione degli errori commessi, Renzi possa riconsiderare  quello che deve rappresentare nell’agone politico italiano il P.D.

Le discussioni e le variegate posizioni verificatesi all’interno della direzione del partito, purtroppo, non ci fanno  intravvedere una luce alla fine di questo tunnel

 

angiolo alerci

 

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Garlasco: Il “noir” infinito che divide l’Italia

La sceneggiatura di questo dramma appare in fase di stesura presso la Procura di Pavia, dove i Pubblici Ministeri vorrebbero riscrivere la storia

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In questi giorni, un caso riaperto torna a riempire i pensieri degli italiani, quasi fosse l’inaspettato sequel di una vicenda dal gigantesco impatto mediatico, che sembrava finita: l’omicidio di Garlasco. La sceneggiatura di questo dramma appare in fase di stesura presso la Procura di Pavia, dove i Pubblici Ministeri vorrebbero riscrivere la storia cambiando il protagonista principale da Alberto Stasi ad Andrea Sempio, dividendo nuovamente l’opinione pubblica tra chi resta ancorato alla colpevolezza del primo e chi intravede una diversa verità nella figura del nuovo indagato, la cui posizione era già stata archiviata nel 2017.

Come avviene per i Legal Thriller più avvincenti, la nuova trama si è arricchita di altri interpreti: l’allora Procuratore aggiunto della Procura di Pavia, Mario Venditti – che coordinò le prime indagini – in un procedimento connesso è accusato di corruzione in atti giudiziari perché, secondo l’ipotesi degli inquirenti di Brescia, avrebbe incassato una somma di denaro dal padre di Sempio per archiviare il procedimento.  

In attesa che i nuovi percorsi giudiziari giungano a compimento, è necessario però fornire alcune coordinate giuridiche, al fine di distinguere la narrazione mediatica dal rigore giuridico.

Il profilarsi di una revisione per Stasi – come appreso dagli organi di stampa – che dovrebbe richiedere la Procura Generale di Milano, potrebbe essere un passo necessario, non tanto per processare Sempio, quanto per giungere a una sentenza che sia giuridicamente sostenibile. L’attuale condanna passata in giudicato a carico di Stasi, in uno scenario che ipotizza la responsabilità di un solo soggetto agente senza concorso di persone, precluderebbe ai nuovi giudici la possibilità di condannare un diverso imputato, poiché la precedente pronuncia “fa stato”, cristallizzando una verità processuale per adesso insuperabile sul piano probatorio.

Del resto, la nostra legislazione codifica chiaramente questo principio all’articolo 630 c.p.p., lettera a), prevedendo che la revisione possa essere richiesta se i fatti stabiliti a fondamento di una condanna non possono conciliarsi con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile. Un cardine inamovibile nell’ambito della giurisdizione penale.   

Nondimeno, nel caso di specie, l’unica strada percorribile per la ipotizzata revisione, appare quella tracciata dalla lettera c) del medesimo articolo: la sopravvenienza di “nuove prove” che, sole o unite a quelle già esaminate, dimostrino che il condannato debba essere assolto.

È un passaggio di estrema delicatezza tecnica, considerando peraltro che già la condanna di Stasi ha superato indenne il vaglio di due giudizi di revisione sollecitati dalla difesa: tali prove sopravvenute devono possedere un carattere di decisività e oggettività inoppugnabile (si pensi a nuovi rilievi necroscopici sull’orario del decesso o a evidenze biogenetiche sulla dinamica dei colpi), tali da prevalere sul precedente quadro indiziario. Esiste, tuttavia, un rischio procedurale concreto: se la Corte investita del giudizio di revisione – specie se chiamata a vagliare elementi prettamente soggettivi, legati alla figura di Sempio da collocare nella scena del crimine – dovesse rigettare l’istanza, rischierebbe anche di precludere la possibilità stessa di istruire un giudizio a carico del nuovo indagato, il cui compendio indiziario risulterebbe pregiudicato nella sua rilevanza dalla valutazione di altri giudici.

Rimuovere questo primo ostacolo è però solo l’inizio: ammesso che la revisione venga accolta e la precedente condanna annullata, la Corte d’Assise eventualmente chiamata a giudicare il secondo imputato, sarebbe libera dalla preclusione costituita dal giudicato precedente ma, qualora il compendio indiziario – che proprio in questi giorni è stato reso ostendibile alle parti – non fosse ritenuto grave, preciso e concordante, non potrebbe che giungere ad una sentenza assolutoria.

 È qui che si inserisce il cortocircuito tra realtà storica e verità processuale. A tal proposito, basterebbe ricordare l’esordio del Procuratore Generale in Cassazione, che chiedeva la conferma dell’assoluzione di Stasi: «Né io né voi sappiamo se Stasi è l’omicida, ma una cosa è certa: gli indizi a suo carico non sono sufficienti per una condanna». Questa frase illumina l’essenza del nostro sistema: il processo non è una macchina della verità assoluta, ma uno strumento per verificare se la colpevolezza sia provata “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Uno degli scenari possibili allora è che entrambi i protagonisti escano di scena e l’omicidio resti senza colpevoli, con buona pace di tutti, innocentisti e colpevolisti, in primis della stessa famiglia Poggi che continua a ritenere Stasi colpevole, per una sorta di riflesso pavloviano:  meglio una condanna segnata dal dubbio al vuoto di una giustizia sospesa.

Eppure, in un simile epilogo, la giustizia non risulterebbe intaccata perché in uno stato di diritto come il nostro ispirato a principi liberali e garantisti è preferibile un omicidio irrisolto a un potenziale innocente in galera.

Carmelo Franco

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Il Concorso di fotografia dedicato a S. Rosalia

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Si è svolta nel Foyer del Teatro Massimo di Palermo la manifestazione di premiazione del concorso fotografico «Palermo rifiorisce con Santa Rosalia», promosso dal Comune di Palermo e giunto alla sua seconda edizione.

Per la categoria giornalisti ha vinto il bagherese Martino Grasso, responsabile del sito “La Voce di Bagheria” e collaboratore del Giornale di Sicilia.

Premiati anche Pina Meli e Angelo Andrea Lima. Il premio speciale Sispsi «Rosalia digitale» è stato vinto da Riccardo Luigi Parrinello. La premiazione si è svolta alla presenza del sindaco Roberto Lagalla. Quest’anno l’iniziativa è stata realizzata grazie al contributo di Sispi e con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e dell’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia Occidentale. Il Foyer del Teatro Massimo si è trasformato in palcoscenico per la premiazione.
I vincitori:
Martino Grasso (categoria giornalisti)
Pina Meli (categoria fotografi)
Angelo Andrea Lima (categoria giovani talenti)
Riccardo Parrinello, premio speciale Sispi “Rosalia digitale”

Le opere premiate, insieme a una selezione di scatti presentati dagli altri partecipanti, compongono un’installazione artistica dedicata al Festino 400+1. La mostra sarà visitabile al Teatro Massimo fino alla mattina del 4 ottobre e, dal giorno successivo, verrà trasferita alla Galleria d’Arte Moderna (GAM), per offrire ai turisti un racconto emozionale della festa attraverso gli occhi dei fotografi palermitani.
«Questo concorso è lo strumento di narrazione scelto dall’Amministrazione comunale per raccontare, attraverso lo sguardo attento di giornalisti e fotografi, i sentimenti che alimentano dal 1624 il Festino di Santa Rosalia» – ha dichiarato il sindaco Roberto Lagalla – «Un racconto che porta in città migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, con un incremento del 7,4% rispetto al 2024. Ringrazio i fotografi che ci permettono di esportare la bellezza di Palermo e della nostra tradizione in tutto il mondo».

L’assessore alla Cultura Giampiero Cannella ha sottolineato il valore internazionale del progetto: «L’iniziativa ha segnato l’avvio di un circuito nazionale e internazionale di promozione del Festino. Roma, Malta, Pechino, e a breve Chicago, Washington e Londra sono solo alcune delle tappe già raggiunte. Nel 2026 arriveremo anche a Osaka. La cultura è strumento privilegiato di racconto del territorio e grazie a questi progetti Palermo cresce anche sul piano turistico ed economico».
La commissione che ha selezionato le opere era presieduta da Gianfranco Marrone, professore ordinario di Semiotica della Cultura all’Università di Palermo, e composta da:

  • Franco Nuccio, già direttore Ansa Palermo e consigliere Odg Sicilia
  • Ivan Scinardo, direttore della sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia
  • Maria Francesca Martinez, direttrice della GAM
  • Ornella Tuzzolino, responsabile comunicazione Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale

Durante la stessa occasione è stato consegnato un ulteriore riconoscimento: la fotografa Marta Passalacqua ha ricevuto il premio del contest “L’Acchianata delle Rosalie”, organizzato da Dissidenze Visual Lab in collaborazione con l’associazione culturale Kleis.

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Giovani

Il Giubileo dei giovani

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La spianata di Tor Vergata è tornata a riempirsi come nelle grandi occasioni. Più di un milione di giovani hanno partecipato alla cerimonia di chiusura del Giubileo, accompagnando il Papa in un abbraccio collettivo che ha trasformato Roma in capitale della fede e della speranza. L’arrivo e la partenza in elicottero hanno sottolineato la dimensione straordinaria dell’evento, ma è stata soprattutto la folla a dare il senso della portata storica della giornata.

Papa Leone XIV chiude il Giubileo dei Giovani: “Siate inquieti, siete vivi”

Con un tono diretto e coinvolgente, Leone XIV ha invitato i ragazzi a non accontentarsi di vite piccole o ripiegate su sé stesse. “Aspirate a cose grandi, ovunque siate – ha detto –. Non abbiate paura dei vostri sogni e delle vostre inquietudini. Siete inquieti? Siete vivi”. Parole che hanno subito suscitato un boato di applausi, confermando la capacità del Pontefice di parlare al cuore dei giovani con semplicità e forza.

Vicini ai coetanei in guerra
Il pensiero del Papa è andato anche ai ragazzi che non hanno potuto essere presenti, perché travolti dalla violenza dei conflitti. “Siamo vicini ai giovani ucraini e a quelli di Gaza – ha dichiarato –. La loro sofferenza è la nostra sofferenza, il loro dolore è il nostro dolore”. Un messaggio che ha assunto il valore di un monito politico e spirituale insieme, richiamando il mondo adulto alla responsabilità verso le nuove generazioni.

Meloni: “Parole potenti”
La premier Giorgia Meloni, presente all’evento, ha sottolineato la forza del discorso pontificio. “Faremo tesoro delle sue potenti parole – ha detto – perché parlano a un’Italia che deve tornare a credere nelle energie dei giovani”. Un commento che conferma come il Giubileo non sia stato soltanto un momento religioso, ma anche un fatto sociale e politico di primo piano.

Roma sotto i riflettori
Il sindaco Roberto Gualtieri ha espresso grande soddisfazione per l’organizzazione: “Roma ha mostrato il suo volto migliore. La città ha retto a una sfida imponente, con oltre un milione di persone in movimento e nessun grande problema”. Sulla stessa linea il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha ringraziato forze dell’ordine e vigili del fuoco per lo “straordinario spirito di servizio”. L’immagine che ne esce è quella di una capitale capace di ospitare eventi globali senza cedere al caos.

Una comunità che guarda avanti
Il Giubileo dei Giovani si è chiuso con una sensazione diffusa di fiducia. Molti partecipanti hanno raccontato di sentirsi parte di una comunità più ampia, capace di superare i confini nazionali e le differenze culturali. Nelle testimonianze raccolte, le parole più ricorrenti sono state “speranza”, “coraggio” e “futuro”. L’incontro ha rafforzato la convinzione che i giovani non siano semplici spettatori del presente, ma protagonisti attivi di un cambiamento possibile.

Un’eredità da coltivare
Il messaggio lasciato da Leone XIV non è stato solo un incoraggiamento spirituale, ma una traccia concreta da seguire. Invitare i ragazzi a vivere l’inquietudine come segno di vitalità significa rovesciare una percezione negativa in una forza positiva. Per la Chiesa, questo Giubileo rappresenta l’inizio di una stagione di rinnovamento, in cui i giovani diventano il motore di nuove forme di fede e di impegno sociale.

Fonte: https://italia-informa.com/giubileo-giovani-papa-leone-xiv-chiusura.aspx 

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