Cinema
Rita Abela, “sono una ragazza fortunata”
Classe 1984, entusiasta della vita e del suo lavoro, un’attrice profonda e sensibile che trae insegnamento da ogni esperienza e vede il lato positivo anche nei periodi di crisi come quello che stiamo vivendo. Rita Abela si forma a teatro, il primo amore che l’ha conquistata quando era solo una bambina: “Mia madre mi accompagnava sempre a vedere le rappresentazioni delle tragedie classiche al Teatro Greco di Siracusa, la mia cittŕ, ho visto Valeria Moriconi interpretare Medea e sono rimasta folgorata, ho detto a mia madre che da grande volevo fare quello”.
In questi giorni la possiamo vedere all’opera su tutte le principali piattaforme nel western tutto al femminile “Il mio corpo vi seppellirŕ” ambientato nel 1860 nel Regno delle due Sicilie all’alba dello sbarco delle truppe garibaldine.
Chi č il tuo personaggio?
“Interpreto Ciccilla una delle quattro “Drude” protagoniste, quattro bandite, si parla, quindi, di brigantaggio al femminile, queste donne non sono la mamma, la moglie, la figlia di ma sono proprio loro il motore dell’azione. Si sono spogliate di qualsiasi ruolo di tipo accudente che viene normalmente conferito alle donne, l’unica cura che hanno č per sé stesse e per la loro piccola famiglia di donne. Ciccilla tra le quattro credo che sia la piů istintiva, parlo di un istinto animalesco, nel senso che lei proprio “annusa” la gente per capirla, č diffidente, compie delle azioni efferatissime che provengono da un passato molto violento. Questo sentimento tra queste donne, che chiamo di sorellanza, assume un valore ancora piů alto perché nello studio che ho fatto sul personaggio di Ciccilla ho capito che le “Drude” sono forse l’unica forma di affettivitŕ con la quale lei viene in contatto, per questo diventano per lei preziose e difende il territorio come un lupo. Č una storia che parla di resistenza e di prepotenti che mettono in atto dei soprusi nei confronti di quelli che sono i piů deboli della societŕ. Č un film che č stato scritto benissimo da Alessia Lepore e il regista Giovanni La Pŕrola, gioca su diversi livelli, c’č il pulp, l’azione, con dei personaggi che sono al limite del grottesco in certi momenti ma un istante dopo diventano di una crudeltŕ senza pari ed č tutto reso in maniera credibile e autentica”.
Si parla di sorellanza, di donne che prendono in mano le redini del loro destino, in un certo senso č anche un film “attuale”?
“Per quanto riguarda le tematiche universali sě, assolutamente, ma lo č da diversi punti di vista, lo č anche nel fatto che mette alla luce un periodo storico nel quale i contadini lavoravano la terra ma a loro non apparteneva niente, raccoglievano le briciole di questa grande fatica e questa cosa viene anche un po’ raccontata nel film da una di noi, da lě nasce la ribellione. Oggi in effetti ci rendiamo conto che forse dovremmo prenderci di piů quello che ci spetta anche se non č semplice. In questo periodo ho fatto tante riflessioni sulla condizione dei lavoratori dello spettacolo dal vivo, se pensiamo che ci sono oltre 300.000 persone che sono quasi dimenticate da uno Stato che non ha messo in atto le giuste tutele per un settore che forse viene considerato “inutile”, allora ti rendi conto che questo film forse una lezioncina possa darcela, anche e soprattutto rispetto alla tematica femminile alla quale sono legatissima, sono, infatti, socia di Ipazia, un centro anti-violenza a Siracusa, e sono degli argomenti che affronto tutti i giorni”.
Come stai vivendo da attrice le chiusure di cinema e teatri a causa della pandemia?
“In questo periodo ho continuato a lavorare, sono sono stata impegnata su diversi set, ma quello che non viene percepito č che andare al cinema, andare a teatro č un atto collettivo, di condivisione necessario. Io non sono per le riaperture a tutti i costi ma per le tutele sě, perché mancano ammortizzatori sociali e provvedimenti adeguati a fronteggiare un periodo di crisi di questo tipo. Per quanto riguarda la mia sfera personale poco prima del primo lockdown ero appena tornata da una tournée teatrale con Leo Gullotta, eravamo andati in giro con uno spettacolo di Pirandello, e mi sono ritrovata bloccata a Siracusa per mesi. Da un punto di vista personale ho utilizzato questo tempo per fermarmi, per guardarmi dentro, per curare l’anima, il corpo, per stare nel vuoto, mi č servito accogliere il vuoto, viverlo e imparare ad amarlo. Noi attori siamo un po’ abituati a questi periodi di “vuoto”, dopo che finisce una scrittura tutto si ferma, puň succedere che dopo una settimana ricominci con un altro lavoro ma non č detto, per cui siamo abituati a stare in equilibrio su questo filo. Un “blocco” cosě lungo, perň, non l’avevo mai vissuto”.
Dopo una piccola apparizione nella seconda stagione della serie “Il Cacciatore” ritorni nella terza parte, che vedremo in autunno su Rai2…
“Interpreto Giusy Vitale che nelle nuove puntate ha uno sviluppo piů ampio, č un personaggio veramente esistito e questo da attrice mi pone in un’ottica diversa, ha richiesto uno studio molto impegnativo. Giusy Vitale č un personaggio che viene studiato anche nelle riviste internazionali perché č la prima donna ad essere a capo di un mandamento mafioso e quindi ha delle sfumature molto stimolanti. Mi ritengo una persona fortunata perché fino ad adesso tutti i contesti lavorativi nei quali mi sono trovata, sia in teatro che in tv che nel cinema, sono stati stupendi, forse perché affronto con gioia ogni aspetto di questo lavoro. C’č una macchina che si muove attorno, tanti reparti, centinaia di persone, che poi sono quelle che non vengono menzionate nel prodotto finale perché si pensa agli interpreti e alla regia, che fanno un lavoro eccezionale e in ogni set che ho frequentato ho incontrato delle persone meravigliose, con uno spirito di abnegazione, una professionalitŕ e un amore per questo mestiere che si sposa tanto con il mio modo di vivere il lavoro”.
E i grandi professionisti con i quali hai lavorato al cinema e in teatro cosa ti hanno lasciato?
“Pupi Avati č stato illuminante perché mi ha insegnato tantissimo del linguaggio cinematografico, il lavoro con lui lo porto nel cuore. Per quanto riguarda il teatro ho avuto degli incontri fortunati come quello con Micaela Esdra dirette negli spettacoli da Walter Pagliaro, lei č una professionista che fa un uso della voce incredibile, in quel caso ho imparato lo studio dei personaggi e del testo, Pagliaro mi ha insegnato che ogni parola č scritta su un copione per un motivo, se c’č una pausa c’č un motivo, va onorato lo sforzo di un autore. E poi un’altra esperienza che mi porto nel cuore č il lavoro con Leo Gullotta diretti da Fabio Grossi, č una lezione continua vedere e stare in scena con un gigante di questo tipo, è magnetico”.
Caterina Sabato
Fonte: https://www.cinemaitaliano.info/news/61495/rita-abela-sono-una-ragazza-fortunata.html
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
Cinema
No Other Choice di Park Chan-Wook
No Other Choice di Park Chan-Wook
C’è un momento preciso della propria vita in cui il lavoro termine di essere distinto nelle sue dimensioni, quella di passione e dedizione e quella di sopravvivenza. Quel sottile muro crolla e i due confini si confondono, amalgamano in una melma che non ha più origine né orizzonte, inglobata da un mondo sempre più legato a logiche economiche e turbocapitalistiche, sia da un punto di vista pratico che su un versante sociale, dove la quantità di lavoro è direttamente proporzionale a quello che ottieni, a quello che la società ti dà.
L’individuo come pezzo di un ingranaggio
Ad un certo punto però c’è una discrepanza, una rottura di questo ciclo minuziosamente composto in decenni di cultura del lavoro, dove il sacrificio e la dedizione messa nel proprio lavoro perdono improvvisamente e maliziosamente il proprio valore intrinseco. L’individuo che si cela dietro a quella mansione, spogliato da essa, si manifesta come un semplice pezzo di un ingranaggio ben oleato che però necessita di adattarsi ai cambiamenti esterni, e sacrificare chi è superfluo. È così che quindi Man-su si ritrova licenziato in tronco dopo 25 anni di carriera nel settore della carta.
La caduta segue un percorso ben preciso, come un domino ordinato in tutte le sue sfaccettature, che qui diventano gli agi di una vita che vengono posti al patibolo: le auto vendute, i cani dati ai suoceri, i corsi annullati, gli abbonamenti disdetti. Tutto ciò che componeva l’esistenza idilliaca di Man-su è perduto, tranne due cose: la sua famiglia e soprattutto la casa. Di fronte ad un evento così drammatico, che butta nel cesso anni di duro lavoro, e la propria dignità che viene calpestata davanti alle difficoltà a trovare una nuova occupazione, cosa si può fare?
Park Chan-wook
Park Chan-wook, regista che non ha bisogno di presentazione diverse dai titoli presenti nella sua filmografia (Oldboy, JSA, Decision To Leave, solo per citarne alcuni), risponde in un modo con un livello di cinismo che solo il cinema coreano può contemplare: uccidere tutti i rivali che cercando di ottenere quel posto di lavoro, che rappresenta l’architrave definitiva di questo No Other Choice, presentato a Venezia lo scorso settembre con il (prevedibile) plauso della critica.
Rispetto al precedente Decision To Leave, che era un thriller esistenziale capace di elevare la formula hitchcockiana a dei livelli toccati pochissime altre volte, No Other Choice sembra voler ribaltare completamente quei toni proponendosi come una sofisticata satira dalla spiccata comicità nera, nera come la pece, in cui talvolta sembra quasi che il film voglia prendersi gioco di sé stesso, degli stravolgimenti dalla solita forma thriller per lasciare spazio a digressioni grottesche, bizzarre e a tratti surreali.
Critica alle disuguaglianze sociali
Dietro ciò c’è una critica alle disuguaglianze sociali e al tema del lavoro, argomenti, va detto, onnipresenti nel cinema coreano e pertanto non particolarmente innovativi, ma ciò non impedisce a No Other Choice di avere tantissimi spunti interessanti, grazie alla profondità narrativa che Park Chan-wook riesce a dare in ogni sua opera, e rendendo il racconto molto più sfaccettato di quello che potrebbe sembrare una semplice opposizione tra ex-lavoratore reinventatosi assassino vs aziende corporative “brutte e cattive”.
Perché una cosa che viene resa subito chiara è che Man-su è proprio l’uomo medio, e in un’accezione più negativa di quanto sembri: la perdita del lavoro fa cadere il fragile castello di carte di un nucleo familiare tutt’altro che idilliaco, che veniva mascherato dalla sovrabbondanza di beni materiali. Man-su è un uomo misero, un padre assente, con un passato turbolento fatto di abusi e alcolismo, e che trovava nel lavoro una sorta di sintesi che lasciava però irrisolto e alle spalle tutto il resto. Quando il castello crolla, entra in crisi anche l’uomo stesso, scevro del suo status.
Al contempo vediamo un lavoro che si manifesta in tutta la sua performatività, con gli individui che vengono definiti soltanto in base alle loro prestazioni, tra curriculum, premi aziendali, referenze, tutto un insieme di dati che potenzialmente potrebbero comunque essere effimeri. E attenzione, questa è una dinamica perpetrata anche da Man-su nello studiare i propri avversari da eliminare: analizza le loro carriere, sottolinea dati e ne enfatizza altri, gli dà un voto, e si classifica tra di loro, come in una scala, tra chi è più portato e chi lo è “meno”.
La sceneggiatura
La sceneggiatura però si dimostra intelligente anche nel costruire tali avversari come persone non molto diverse da Man-su, gente che come lui ha perso il proprio posto, uomini imperfetti e con delle debolezze evidenti, ma che a differenza di Man-su cercando di rialzarsi e di riadattarsi nell’affrontare un mondo che gli rema contro, mentre Man-su opta per un’opzione drastica, immorale, ma più “immediata” nel riottenere ciò che lui ritiene che gli spetti. Fondamentale anche il ruolo della moglie Mi-ri, in un gioco di fiducia-sfiducia che riflette bene i sottili fili su cui si basano i rapporti umani.
Questo fattore porta ad una convergenza identificabile nel mantra che dà il titolo al film: “Non c’è altra scelta”. Nel rispondere se è davvero così possiamo dividerci tra le due parti: da un lato l’azienda per il quale non c’è altra scelta se non licenziare, non c’è altra via se non quella dell’evoluzione della struttura lavorativa che prevede quindi un cambio nell’asset generale dei dipendenti, e che non dà nemmeno il tempo di valutare la fattibilità di soluzioni alternative o di compromesso. In altre parole, spietato.
La scelta di Man-su
Ma c’è anche la scelta di Man-su. Ritenendosi indissolubilmente legato a quell’impiego nel settore della carta, Man-su rinnega la propria identità e moralità in quanto uomo pur di ottenere quel posto, perché è come se lui non esistesse al di fuori del proprio lavoro, in una circolarità manifestata molto intelligentemente anche dalla sua passione per le piante, la materia prima da cui si estrae la carta. Man-su cura la sua serra, cura le piante nella sua sfera privata, e in quella pubblica lavora la carta con un’abilità estrema, che da fuori sembra quasi inutile.
Non è un caso che sia la carta l’oggetto del lavoro dei nostri protagonisti. La carta è il simbolo del lavoro che viene minimizzato e ignorato nel suo valore intrinseco, in quanto oggetto talmente diffuso e talmente versatile nelle sue applicazioni che semplicemente passa inosservato nel contesto della vita di tutti i giorni. Nessuno pensa al processo che da un albero porta a creare fazzoletti, assorbenti, cartoncini, fogli, lettere e chi ne ha più ne metta.
Una visione che chiaramente viene amplificata dalla costante presenza della tecnologia nelle nostre vite.
Nonostante il tono sia molto particolare e non sia sempre super a fuoco, è innegabile che ci sono delle riflessioni estremamente affascinanti in No Other Choice, che si avvale di un protagonista in grandissima parte come Lee Byung-hun, mentre Park Chan-wook continua ad avere una delle migliori mani di tutto il cinema attuale, capace di una regia dinamica e creativa nelle inquadrature a mettere in scena i fattori psicologici dei protagonisti, insieme a delle transizioni curatissime (altro elemento hitchcockiano) dove i fotogrammi si sovrappongono gli uni con le altre creando degli effetti stranianti.
Forse non il capolavoro che tutti descrivono, ma capace di grandissime critiche alla società moderna, No Other Choice non cerca di dissacrare il dramma del mondo del lavoro, ma guarda ad esso con una lente di assurdità che altro non fa che amplificare ed estremizzare delle dinamiche che sono più reali che mai nella nostra contemporaneità, grazie ad una scrittura intelligente e una mano sempre sapiente.
Giovanni La Gattuta
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