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Un anno esatto dall’inizio della pandemia di covid-19

Enrico Alagna

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Dodici mesi esatti sono trascorsi dalla sera del 20 febbraio 2020, quando all’ospedale di Codogno arrivò il risultato del tampone fatto a Mattia Maestri: il 38enne ricercatore di una multinazionale con base a Casalpusterlengo risultò positivo al Sars-CoV2 trasformandosi in un attimo nel paziente 1.

La sera del 20 febbraio scorso a Codogno arriva il paziente 1

Dall’inizio dell’epidemia in Italia il Covid ha falciato 95.486 vite, di cui 326 camici bianchi, gli ultimi due medici di famiglia di Ivrea e Verona. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio inviato in occasione della celebrazione alla Federazione nazionale degli Ordini dei medici ha rivolto “a nome di tutti gli italiani, un saluto riconoscente a tutto il personale sanitario”, oltre che la “commossa vicinanza ai familiari dei caduti per la salvaguardia della salute di tutti”. E ha sottolineato che “il sistema sanitario nazionale, pur tra le tante difficoltà, sta fronteggiando una prova senza precedenti e si dimostra più che mai un patrimonio da preservare e su cui investire, a tutela dell’intera collettività”.

Cominciò così un anno fa. All’inizio la Cina sembrava lontana migliaia di chilometri e Wuhan era sconosciuta ai più. Poi scoprimmo che il virus era ormai dentro casa nostra.

 

C’era una volta il paziente 1…

Ecco il testo pubblicato dall’ansa 1 anno fa….

ANSA, 21 febbraio 2020

“Un 38enne ricoverato all’ospedale di Codogno, nel milanese, è risultato positivo al test del Coronavirus. “Sono in corso le controanalisi a cura dell’Istituto Superiore di Sanità”, ha detto l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera aggiungendo che l’italiano “è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno i cui accessi al Pronto Soccorso e le cui attività programmate, a livello cautelativo, sono attualmente interrotti”. L’uomo si è presentato giovedì al pronto soccorso dell’ospedale di Codogno, nel Lodigiano. Al momento le autorità sanitarie stanno ricostruendo i suoi spostamenti. “Le persone che sono state a contatto con il paziente – ha aggiunto l’assessore – sono in fase di individuazione e sottoposte a controlli specifici e alle misure necessarie”. Una conferenza stampa è prevista per la mattina di venerdì 21 febbraio, ad un orario che sarà comunicato in seguito.

LA STORIA DELLA DOTTORESSA CHE PER PRIMA VISITO’ IL PAZIENTE 1‘Il gioco di squadra ci salvò’

Da quando, la mattina del 20 febbraio dell’anno scorso, si è ritrovata in reparto quell’uomo che qualche ora dopo sarebbe diventato Paziente 1, cioè il primo caso di Coronavirus accertato in Italia, ha capito che “non si può avere sempre la situazione sotto controllo. Io che sono metodica e ho sempre programmato tutto, ho capito che nella vita le cose possono cambiare da un momento all’altro, tutto può essere stravolto e che quindi non bisogna lasciarsi sopraffare ma reagire. E poi che il gioco di squadra paga sempre”. Ha insegnato anche questo a Laura Ricevuti, medico dell’ospedale di Codogno, in servizio quel giorno di un anno fa quando è stato scoperto ufficialmente che da Wuhan era arrivata quella strana polmonite di cui poco si sapeva. La dottoressa, 45 anni, è stata, assieme alla collega rianimatrice Annalisa Malara, la prima a seguire Mattia Maestri inizialmente ricoverato nel reparto di medicina dove lei era di turno. Di quei momenti ricorda “la grande preoccupazione per questo paziente giovane, sportivo che peggiorava rapidamente. Prima che venisse intubato gli avevo somministrato ossigeno ad alto flusso e poi l’ho inviato a fare la Tac”. Da lì la storia è nota: la moglie che racconta quel che lui aveva omesso di dire, e cioè di una tavolata con amici e colleghi tra cui uno rientrato dalla Cina (poi risultato negato al Covid), e l’intuizione delle due dottoresse, complici anche gli esami di laboratorio, di forzare i protocolli e infine il tampone dall’esito infausto.

Laura Ricevuti, Annalisa Malara: medico del reparto di Medicina dell’ospedale di Codogno la prima, anestesista nello stesso ospedale la seconda. L’anestesista cremonese Malara è stata la prima a intuire che il paziente uno, Mattia Maestri, ricoverato a febbraio nell’ospedale di Codogno, era affetto da coronavirus, e Laura Ricevuti è uno dei medici che l’ha curato.

“Da un lato non ci credevo perché, come molti, pensavo che la Cina era lontana e quindi che difficilmente il virus ci avrebbe colpito, dall’altro è cominciata a crescere la preoccupazione. Ho avuto paura anche per me stessa, in quanto quella mattina visitavo solo con mascherina e guanti”. Solo dopo aver disposto il primo tampone, quello di Mattia Maestri, in quel piccolo ospedale della Bassa Lodigiana sono scattate le misure di sicurezza e sono stati distribuiti i dispositivi di protezione. “In quegli attimi pensavo a me e alla mia famiglia, al pericolo per i malati ricoverati e per i loro parenti e al personale spaventato quanto me”. In molti si sono presto ammalati “e anch’io sono uscita dai giochi subito. Avevo la febbre. Prima sono stata da sola e ‘disperata’ nell’appartamento che ho preso in affitto a Codogno, poi sono stata ricoverata in isolamento nel reparto di malattie infettive del San Matteo di Pavia, la mia città.” Laura Ricevuti non nega “la paura, anzi il terrore di finire intubata in rianimazione o di poter contagiare i suoi famigliari. L’ho presa davvero male”. Riguardando indietro, ritiene “di aver fatto tutto il possibile per quel paziente. Ho seguito il percorso giusto e in tempi rapidi – dice – e ritengo che sia stato fatto un perfetto lavoro di équipe. Insomma la catena ha funzionato!” Però, e parla “con il senno di poi”, avrebbe potuto essere “un po’ meno disperata e stressata e più positiva. Ma questa – ammette – è una malattia anche alienate, disumanizzante”. Qualsiasi contatto fisico è vietato. “Mi mancano gli abbracci: essere abbracciata e abbracciare”.

Un anno dall’inizio della pandemia in fotografie….

A Codogno e in altri 9 paesi viene istituita la prima zona rossa: i carabinieri controllano ingressi e uscite dal paese lombardo

AP Photo/Antonio Calanni

Il 22 febbraio, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli tiene la sua prima conferenza stampa. L’appuntamento delle 18 con il bollettino dei contagi diventerà una delle tappe quotidiane per comprendere l’andamento dell’epidemia

Fonte LaPresse, foto: Filippo Attili

L’ingresso dell’ospedale di Cremona, con una delle prime tende di triage allestite

Foto Claudio Furlan – LaPresse

L’Italia si mette in coda fuori dai supermercati per fare la spesa, in alcuni giorni si arriva ad aspettare anche un’ora prima di entrare, ci si appresta verso la fase del lockdown.

Foto Claudio Furlan – LaPresse

Si stringono le maglie per visitare i parenti negli ospedali e nelle carceri. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, quando l’indice Rt è stimato addirittura tra 2 e 3 e i contagi (e i decessi) raddoppiano nel giro di tre giorni, arriva il Dpcm che prelude il lockdown: per ora si sceglie di chiudere sostanzialmente tutto in Lombardia e in 14 province del Centro-Nord, quelle più flagellate dal virus: Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia, per un totale di 16 milioni di persone.

Elena Pagliarini viene fotografata da una collega l’8 marzo, a Cremona, addormentata sulla scrivania dopo un turno massacrante. Due giorni dopo scoprirà di essere anche lei positiva al Sars-Cov-2

Il 10 marzo, Alessia Bonari, infermiera in un ospedale di Milano, posta una foto con i segni procurati da mascherina e visiera

Alessia Bonari, infermiera

…chiude l’Italia: l’11 marzo è il giorno del lockdown.

Palermo, foto: Francesco Faraci

Annunciato da un drammatico discorso di Conte in tv, in cui il premier annuncia agli italiani che è il momento “di stare lontani per tornare ad abbracciarci in futuro”, il Dpcm dall’eloquente titolo “Io resto a casa” cambia la vita di tutti gli italiani: non si può uscire se non con la celebre “autocertificazione”, per motivi di lavoro, di salute o per fare la spesa. Tutto il resto è chiuso: negozi, scuole, ristoranti, eventi pubblici di ogni tipo.

 

Il Papa a piedi in una via del Corso spettrale invoca la protezione della Vergine, mentre le vittime sono quasi mille al giorno.

Foto Vatican Media/LaPresse 15 marzo 2020

Le città sono deserte, mentre la corsa dei contagi, nel mesto rito quotidiano del punto stampa in Protezione Civile, non accenna a rallentare. Tra metà e fine marzo è il momento più duro, con la sfilata dei carri dell’esercito carichi di bare a Bergamo…

E’ la foto simbolo della strage nella Bergamasca. La fila di camion dell’Esercito, carichi di bare, attraversa il capoluogo la sera del 18 marzo per trasferire le salme in altre regioni dove i corpi saranno cremati. E’ uno dei momenti più difficili della prima ondata della pandemia

Tanto che il 22 marzo arriva una nuova stretta:  chiuse anche le attività produttive non essenziali o strategiche. Aperti solo alimentari, farmacie, negozi di generi di prima necessità e i servizi essenziali.

Nella Bergamasca il virus miete così tante vittime da riempire gli obitori e da portare alla trasformazione delle chiese in spazi per ospitare le bare

 

Foto Claudio Furlan – LaPresse 28 Marzo 2020 Seriate – Bergamo

Il 27 marzo Papa Francesco prega in una piazza San Pietro deserta per la fine della pandemia: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città”, dice Bergoglio.

Foto Vatican Media/LaPresse 27 marzo 2020

Nessuno può spostarsi da un Comune all’altro se non per comprovate necessità. Il primo aprile arriva un nuovo Dpcm, ancora annunciato dal premier in tv, ma era nell’aria da giorni: il lockdown è prorogato fino al 13 aprile. Il 10 aprile, e anche qui era scontato (sono i giorni del picco di ricoveri in terapia intensiva, oltre 4mila) nuova misura e nuova proroga: il lockdown finirà il 3 maggio. Intanto, finalmente, dal lungo “pianoro” fatto di migliaia di casi e centinaia di morti al giorno si inizia a uscire e inizia la discesa: è il momento di provare a ricominciare.

Milano – foto: Massimo Alberico

Lenzuola appese ai balconi per reagire con speranza e ottimismo alla crisi legata all’epidemia di Coronavirus che sta attraversando il paese.

Il Dpcm del 26 aprile finalmente istituisce la ‘Fase 2’: “Grazie ai sacrifici fin qui fatti – scandisce Conte in diretta – stiamo riuscendo a contenere la diffusione della pandemia e questo è un grande risultato se consideriamo che nella fase più acuta addirittura ci sono stati dei momenti in cui l’epidemia sembrava sfuggire a ogni controllo”. Ora si può andare a trovare i “congiunti” (con l’infinita querelle su cosa si dovesse intendere con questo termine), andare al parco, dal parrucchiere, negli stabilimenti balneari e fare sport individuale liberamente.

E’ il momento della rinascita, che culmina l’11 giugno con un nuovo provvedimento del Presidente del Consiglio, che sancisce l’avvio di fatto della ‘Fase 3’: aperti centri estivi per i bambini, sale giochi, sale scommesse, sale bingo, così come le attività di centri benessere, centri termali, culturali e centri sociali. Riprendono, inoltre, gli spettacoli aperti al pubblico, le sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto, e riparte lo sport professionistico, per ora a livello di allenamenti individuali. Misure che un altro Dpcm il 14 luglio proroga fino alla fine del mese, poi fino al 7 settembre e infine fino al 7 ottobre.

E’ la fase dell’estate pazza, delle discoteche, del ‘non ce n’è coviddi’ che tutta Italia saluta con una risata liberatoria. Che dura poco però. I casi a settembre iniziano a risalire, tornano a superare quota mille e in poche settimane addirittura quota 10mila, peggio che nella prima ondata.

E’ il momento dei nuovi Dpcm: il 13 ottobre si inaugura la seconda ondata: le mascherine sono obbligatorie sia all’aperto che al chiuso, tranne ovviamente che a casa propria. E ancora evitare feste, cene con massimo sei persone, addio al calcetto e teatro e cinema a numero chiuso.

Il 18 ottobre nuova stretta, che he consente ai sindaci di disporre la chiusura di strade e piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, dopo le 21, vieta attività convegnistiche o congressuali, e sagre e fiere di comunità, consente alle scuole superiori di organizzare attività di didattica a distanza e alle Università di organizzare le proprie attività in base alla situazione epidemiologica del territorio.

Ma il virus non aspetta, e i Dpcm lo inseguono: il 24 ottobre ne arriva uno ancora più restrittivo: non è ancora il lockdown ma è abbastanza per assistere a diverse manifestazioni di piazza, anche accese, nelle grandi città. Stop a  palestre, piscine, centri benessere, teatri, cinema, centri natatori, centri benessere e termali; chiusura dei ristoranti alle 18, incremento della Dad alle superiori e l’invito a non spostarsi, se non per situazioni di necessità.

Il 26 dicembre i vaccini arrivano in Italia. Nella foto la consegna di 975 dosi assegnate alla Regione Emilia-Romagna presso ospedale Bellaria di Bologna

Foto: Massimo Paolone/LaPresse 27 dicembre 2020

Le immagini dell’arrivo del furgone con le 9.750 dosi di vaccino per il V-Day allo Spallanzani

 

Il 27 dicembre è il V-Day europeo. La prima italiana a ricevere la dose di vaccino è Claudia Alivernini, infermiera all’ospedale Spallanzani di Roma

Claudia Alivernini, infermiera Ospedale Spallanzani Roma

E’ V-Day anche in Sicilia dove la prima vaccinazione sarà compiuta presso il padiglione 24 dell’ospedale Civico di Palermo. La prima dose del farmaco Biontech-Pfizer sarà iniettata al responsabile del pronto soccorso dell’ospedale Civico, il Dott. Massimo Geraci, in prima linea sul fronte dell’emergenza durante la seconda ondata pandemica.

Ieri si è celebrata la Giornata nazionale dei Camici bianchi, istituita in parlamento per onorare il lavoro, l’impegno, la professionalità e il sacrificio di medici, infermieri, operatori e volontari in ambito sanitario, sociosanitario e socioassistenziale, nel corso della pandemia da Coronavirus. Un riconoscimento per il quale tutti gli operatori sanitari esprimono soddisfazione e orgoglio. Un pensiero lo rivolgiamo a Li Wenliang, l’oculista 34enne che prima di tutti aveva lanciato l’allarme.

 

Eventi

9 maggio   quattro grandi eventi da ricordare

Giuseppe Adernò

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9 maggio   quattro grandi eventi da ricordare

Molte le ricorrenze del 9 maggio e quest’anno occupa il primo posto la  “Festa della Vittoria” e parata militare  di Mosca  a 77 anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale e l’atteso discorso del Presidente Putin in merito alla guerra con l’Ucraina e si auspica la cessazione del conflitto e il dialogo, scongiurando una terza guerra mondiale.

Il 9 maggio anniversario della “Dichiarazione” che   il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman fece nel 1950 proponendo di creare la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca), progenitrice dell’odierna Unione Europea, dal 1985 è il giorno dedicato all’Unione Europea e tornano in mente le parole e l’appello di Davide Sassoli, giornalista e Presidente del Parlamento Europeo, deceduto l’11 gennaio di quest’anno.

L’Europa ritrovi l’orgoglio del suo modello democratico di libertà e di prosperità e, secondo il suo auspicio “il prossimo 9 maggio, data in cui si celebra la Giornata dell’Europa, sia l’occasione di una manifestazione comune, forte e unitaria, che testimoni l’impegno comune per il progetto europeo e per i valori e la civiltà che trasmette».

A Davide Sassoli vengono dedicate, piazze, panchine, parchi e viene ricordato nelle conferenze e nei numerosi incontri di studenti # lascuolaparladieuropa, nell’ambito del progetto “Educare alla cittadinanza europea”, con l’obiettivo di avvicinare gli studenti ai temi della cittadinanza europea e a ciò che questo significa in termini di opportunità per il futuro.

“Uomo di ideali e non di ideologie”, adottando la metodologia del dialogo, ha animato la democrazia di “idee forti dai modi gentili”, nella visione di un’Europa intesa come “punta avanzata di umanità, cultura, resilienza e democrazia”. 

“Ha sfondato muri di gomma con la tenacia della tua gentilezza, con l’ostentazione del rispetto per gli altri, con lo sfinimento del dialogo, la forza della prudenza e la dirompenza della mitezza”.

Il Parlamento Europeo lo ha riconosciuto come “presidente mito e prossimo”; come “vero e sincero amico”ed  il gesuita Padre Francesco Occhetta ha detto che Sassoli era “capace di scagliare come un arciere, nel cuore parole pacate e calibrate che hanno modellato il nostro Paese e l’Europa,  ed erano parole che profumano di fraternità”.

L’amore, infatti, non si divide, si moltiplica, si mette a servizio degli altri, si dona e diventa “Bene comune”.

La data del 9 maggio unisce Roma e Cinisi. La capitale d’Italia e un piccolo paese della Sicilia. Due luoghi molto distanti ma, uniti nel dolore. Nel 1978 sono avvenute due stragi e due barbare uccisioni: quelle di Aldo Moro e di Peppino Impastato.

Il 16 marzo 1978 lo statista democristiano, Padre Costituente Aldo Moro, venne rapito dalle Brigate Rosse. La mattina di quel triste giorno, poco dopo le 9, un commando delle Br entrò in azione in via Fani. I terroristi rossi con un tamponamento fermarono le auto, aprirono il fuoco uccidendo i cinque uomini della scorta, caricarono il presidente della Dc su una Fiat 132 blu.

L’organizzazione terroristica rivendicò il sequestro, che si concluse drammaticamente 55 giorni dopo con l’uccisione dello statista. Quel 9 maggio, con una telefonata, i terroristi rossi lanciarono un’ultima, drammatica comunicazione. Il cadavere di Aldo Moro venne ritrovato dalla polizia, verso le 13,30, nel portabagagli di una Renault 4 rossa in via Caetani, vicino alle sedi di Dc e Pci.

A Roma il Presidente della Repubblica e le alte cariche dello Stato hanno reso omaggio con una corona di fiori al grande Statista e nell’aula di Montecitorio si celebra la giornata delle vittime del terrorismo.

 Peppino Impastato venne assassinato da Cosa Nostra nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978.

Dopo aver fondato Radio Aut, emittente libera attraverso cui sbeffeggiava e denunciava delitti e affari mafiosi di Cinisi e Terrasini, soprattutto del capomafia Gaetano Badalamenti, quello stesso anno si era appena candidato alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria. Inizialmente il delitto venne etichettato come un atto terroristico finito male, di cui lo stesso Peppino sarebbe stato autore e vittima. Ma il fratello Giovanni e la mamma Felicia si spesero con tutto loro stessi per far emergere la verità, avere giustizia e vedere riconosciuta, e punita, la matrice mafiosa di quell’omicidio. L’inchiesta venne formalmente riaperta nel 1996 grazie alla testimonianza del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, che indicò come esecutore dell’assassinio Vito Palazzolo, che fu condannato dalla Corte d’assise il 5 marzo 2001 a trent’anni di reclusione. E come mandante Gaetano Badalamenti, l’11 aprile 2002 fu condannato all’ergastolo.

Il nove maggio del 1993 Giovanni Paolo II dalla valle dei templi ad Agrigento e dinnanzi a migliaia di giovani radunati a Piano San Gregorio lanciò un monito di conversione ai mafiosi “Lo dico ai responsabili – urlò profeticamente il Papa polacco – convertitevi. Verrà una volta il giudizio di Dio”.

In quell’occasione il Papa incontrò anche i genitori del Giudice Rosario Livatino ora beato

Quel grido è stato raccolto dal Parlamento della Legalità Internazionale che diffonde tra giovani la cultura della legalità attivando progetti di pace, di solidarietà e di fratellanza anche attraverso le “ambasciate” aggregazione di giovani sui valori condivisi  e come ogni anno il presidente Nicolò Mannino insieme al vice presidente Salvatore Sardisco a Piano San Gregorio hanno celebrato l’evento e il vescovo di Agrigento, Mons. Carmelo Ferraro ha scritto sul banner del Parlamento della Legalità Internazionale: “A voi che siete la risposta vivente al grido di San Giovanni Paolo II”.

Una targa di marmo posta dal Parlamento della Legalità internazionale con una dedica affettuosa a San Giovanni Paolo II e un cero esagonale rivestito di mattonelle colorate realizzato dai detenuti del carcere palermitano del “Pagliarelli”. Segni indelebili di un cammino di fede e di riscatto”.

Giuseppe Adernò

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Cultura

Festa della mamma all’Istituto “John Dewey”

Giuseppe Adernò

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FESTA DELLA MAMMA ALL’ISTITUTO “JOHN DEWEY

Segno concreto del “learning by doing”, giunge a casa il profumo della scuola.

Con un originale dono preparato dai bambini è stata preparata la prima “festa della mamma” all’Istituto “John Dewey”

Essendo un istituto green che adotta l’outdoor education, il biglietto augurale, con la cornice disegnata da ogni singolo bambino, e stato corredato da un fiore vero, raccolto nel giardino, dove i bambini esercitano attività di seminagione, giardinaggio e cura delle piante messe a dimora da loro stessi.

All’interno del biglietto la letterina scritta con le espressioni semplici di un bambino di prima classe, ma segno  dell’affetto per la Mamma e documento delle abilità di scrittura acquisite nel corso dell’anno con la guida della Maestra Federica.

Nel laboratorio di creatività artistica, coordinato dalla Maestra Alessandra, come piccoli pittori, ciascuno ha realizzato un originale ritratto della mamma che è stato incorniciato e presentato con un fiore, nei cui petali sono scritte in inglese, in tedesco e in spagnolo le espressioni di affetto e di auguri alle mamme.

Hanno collaborato le maestre Ruth, Veronica, Karina e la signora Barbara, collaboratrice scolastica.

Giunti quasi al termine dell’anno scolastico il dono alla Mamma, espressione del “learning by doing”, di cui John Dewey è stato maestro, testimonianza di aver “imparato facendo”,  sintetizza e documenta il lavoro didattico e formativo che ha caratterizzato il percorso formativo  realizzato nella prima classe della scuola paritaria; innovativa; ad indirizzo internazionale;  “senza zaino” perché i bambini stanno a scuola fino alle ore 16,30 ed escono “bambini”, senza l’assillo di fare i compiti a casa; inserita nel verde della collina di Cibali, nei pressi della Facoltà di Agraria dell’Università di Catania.

L’8 maggio è una bella festa, che porta a casa il profumo della scuola che istruisce, educa, forma le menti e il cuore dei piccoli che crescono come uomini, donne e futuri cittadini.

Giuseppe Adernò

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Cinema

Totò Cascio, la gloria, la prova e il suo Nuovo C. Paradiso

Ivan Scinardo

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Totò Csscio e Felice Cavallaro

Totò Cascio e la sua rinascita

Nell’ambito degli appuntamenti di “Libri in piazza” organizzati dalla “Strada degli scrittori” nell’ambito del progetto Global Learning III ideato dal Consorzio universitario Empedocle di Agrigento.
Dopo il successo dell’incontro in presenza al liceo classico di Agrigento  per la presentazione del libro di Mario Avagliano Sciuscià, paisà e segnorine, il 5 maggio, a Ribera, al cine-teatro “Lupo”, è stato presentato il libro: La gloria e la prova di Salvatore Cascio, il piccolo Totò del celebre film Nuovo Cinema Paradiso.

Ivan Scinardo

Il libro, pubblicato da Baldini+Castoldi, è stato presentato da Felice Cavallaro, giornalista e scrittore, direttore della “Strada degli scrittori” e da Ivan Scinardo, direttore della sede Sicilia del  Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, alla presenza dello stesso autore che in queste ultime settimane sta girando tutt’Italia proprio per presentare questo libro scritto con Giorgio De Martino (e con la prefazione di Giuseppe Tornatore è la postfazione di Andrea Bocelli).

L’incontro, coordinato da Salvatore Picone dello staff della “Strada degli scrittori”, è stato introdotto dal sindaco di Ribera Matteo Ruvolo, dal presidente Ecua Nenè Mangiacavallo e da Antonia Triolo, dirigente dell’istituto “F. Crispi”.

Nel corso della manifestazione, sono intervenuti gli alunni dell’istituto, che hanno realizzato un bel collage di immagini tratte dai film a cui ha partecipato Totò Cascio e l’orchestra da camera del Conservatorio “Toscanini” di Ribera diretto dal Maestro Alberto Maniaci.

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In Tendenza