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Editoriali

Grazie dottore, ma io sono già morta 15 anni fa!

Ivan Scinardo

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IL POST DI UN UROLOGO DELL’OSPEDALE DI CARBONIA È DIVENTATO VIRALE
Un post davvero struggente. Il rapporto che si viene a creare tra medico e paziente spesso va oltre il rapporto professionale. Una prova che anche in questa drammatica situazione si possono instaurare rapporti umani indelebili. Il messaggio è stato pubblicato da un medico dell’ospedale Sirai di Carbonia, in Sardegna, è subito diventato virale per la sua grande profondità. Lo stesso dottore, Marco Deplano (nella foto), si dice lusingato e meravigliato nel vedere che questo post è diventato un putiferio mediatico, poiché lui lo considera uno stralcio di quotidianità. La signora che è affetta da un tumore terminale ha dato una lezione di vita al medico ed a tutti noi. Una storia che merita di essere letta.

IL POST DEL MEDICO
Oggi mi chiamano per una consulenza in un altro reparto.
Una delle solite e molteplici consulenze della giornata… ordinaria amministrazione.
Paziente con un tumore in fase ormai terminale con insufficienza renale da compressione degli ureteri.
Arriva con il letto una paziente tra i 70 e gli 80 anni, bianca bianca, capello rosso carota con due dita di ricrescita ma smalto rosa impeccabile.
-“Buongiorno signora”.
-“Buongiorno a lei dottore”.
Vedo la cartella, la visito e ripeto l’ecografia.
-Allora signora in questo momento i suoi reni hanno difficoltá a scaricare le urine per cui non potendo eliminare le urine per via naturale devo posizionare un tubicino, una specie di rubinetto che scavalca l’ostacolo cosi farà pipí da due tubicini nella schiena collegati a due sacchette…”.
-“Scusi se la interrompo… avró un’altra sacchetta anche dietro?” (aveva la colostomia).
-“Si signora…”.
Silenzio assordante di un minuto che sembrava interminabile.
Sorridendo mi dice:”Scusi dottore come si chiama?”.
-“Deplano”.
-“No il nome”.
-“Marco”.
-“Marco che bel nome…hai due minuti per me?”.
-“Certo signora ci mancherebbe…”.
-“Lo sai che io sono già morta?”.
-“Scusi non la seguo… non è così immediato…”.
-“Si… sono morta 15 anni fa”.
Silenzio.
-“15anni fa mio figlio a 33 anni e venuto a mancare… ha avuto un infarto. Io sono morta quel giorno lo sai?”.
“Mi spiace signora…”.
-“Io dovevo morire con lui 15 anni fa, dovevo morire 10 anni fa quando mi hanno trovato la malattia e adesso io non devo più fingere per gli altri. I figli sono sistemati, i nipoti pure… io devo tornare da lui. Che senso ha vivere qualche giorno in più con sacchette soffrendo e facendo penare i miei cari… io ho una dignità. Ti offendi se non voglio fare nulla… io sono stanca e mi affido alle mani di Dio. Dimmi la verità soffriró?”.
-“No signora… lei può fare quello che vuole… ma mettendo due…”.
-“Marco ti ho detto no. La vita e mia e ho deciso cosi. Anzi fai una cosa sospendi la trasfusione che ho voglia di tornare a casa e mangiare un gelato con mio nipote”.
Piano piano ogni parola mi ha spogliato come quando si tolgono i petali a una rosa.
Ho scordato la stanchezza, la rabbia e tutto quello che mi angoscia.
Non c’erano più gli anni di studio, le migliaia di pagine studiate, le linee guida… nulla tutto inutile.
Nudo e disarmato dinanzi a un candore e una consapevolezza della morte che mi hanno tramortito.
Mi sono girato per scrivere la consulenza per evitare che mi vedesse gli occhi lucidi e l’infermiera si è allontanata commossa.
Non sono riuscito a controllarmi e chi mi conosce sa che non è da me…
-“Marco ti sei emozionato?”.
-“Si signora un pochino, mi scusi”.
-” É bello invece, mi fai sentire importante. Senti fammi un altro favore. Se vengono i miei figli e ti prendono a urla chiamami che li rimprovero per bene. Tu scrivi che io sto bene cosí…Ok?”.
-“Si signora”.
-“Marco posso chiederti una cosa?”.
-“Si signora dica”.
-“Sei un ragazzo speciale io lo so e sei destinato a grandi cose. Me lo dai un bacio? Come quelli che i figli danno alle mamme”.
-“Si signora”.
-“Preghero per te e per mio figlio. Spero di riverderti”.
-“Anche io signora… grazie.”.
In quel momento era la donna più bella del mondo, luminosa, decisa, mamma, nonna… in una parola amore puro.
Forse é stata la volta in cui sono stato contento di fare una figura di merda.
Smontato, denudato e coccolato da chi avrei dovuto aiutare e invece mi ha impartito la lezione di vita piu toccante della mia vita.
La morte vista come fase finale della vita, senza ansia, paura, egoismo.
Consapevolezza che anni di studio mai ti insegneranno…il mio curriculum valeva meno di zero… Anni di studio, master, corsi… Il nulla.
Parlavano le anime.
Tutto é relativo e io sono piccolo piccolo davanti a tanta grandezza.
Tutto quello che riguarda la vita, quando la si cerca, quando la si ha o la si perde fino a quando finisce va vissuto intimamente nella massima libertà e discrezione.
L’unico momento che davvero unisce chi si vuol bene cancellando litigi e negatività.
Sembra paradossale ma il dolore che è un aspetto dell’amore unisce a volte più dell’amore stesso.
Io credo molto nell’accompagnamento in queste fasi: a volte una parola dolce ha più beneficio di molte medicine.
Comunque vada buon viaggio…

Editoriali

Basta sputare sentenze, lasciate lavorare i giudici!

Ivan Scinardo

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i ragazzi dell'associazione 360

Giudici al lavoro sulla delicata inchiesta che vede coinvolto un sacerdote ennese a capo di una associazione  che non può e non deve disperdersi. 

Il caso del sacerdote ennese Giuseppe Rugolo, nei confronti del quale la Procura di Enna ha emesso una ordinanza di custodia cautelare per i reati di violenza sessuale e atti sessuali con minorenni, continua a turbare l’opinione pubblica ennese.

Solidarietà alle vittime e alle famiglie

Sono le famiglie delle vittime e di centinaia di giovani, assieme ai loro genitori, che si sentono traditi e disorientati, nell’apprendere accuse.

Accuse che saranno accertate solo ed esclusivamente in un aula di tribunale e non certamente dalla gogna mediatica dei social.

In una comunità locale così piccola, la notevole esposizione pubblica, avvenuta negli ultimi anni, da parte del giovane sacerdote, attraverso anche il “Progetto 360” con centinaia di adolescenti coinvolti, ha fatto esplodere profonda indignazione. Ma come si può avere il sospetto che questi ragazzi così gioiosi ed entusiasti siano omertosi di una verità ancora da accertare? Il o singoli casi non possono macchiare una comunità!

i ragazzi dell'associazione 360

Inaugurazione grest enna 2019

Il progetto 360

Basta entrare nel sito dell’Associazione per respirare un’aria di gioia; i ragazzi che l’hanno fondata scrivono a chiare lettere il loro obiettivo (oggi cosa rara): “la nostra è un’associazione giovanile senza scopo di lucro, che si fonda su una già esistente realtà giovanile della Chiesa Madre di Enna, si occupa di fornire un centro aggregativo ai giovani della città e di organizzare eventi di ogni genere, con lo scopo primario di donare ai giovani ennesi una visione ampia della società in cui viviamo, senza ovviamente tralasciare l’elemento del divertimento che da sempre ci caratterizza”.

Focus

Se solo si volesse tenere un riflettore accesso su questa mission, probabilmente molti improvvisati e inferociti commentatori, che passano nell’immaginario collettivo, anche come persone autorevoli, potrebbero un attimo fermare, ad ogni “alert” di un nuovo post,  i loro spasmodici polpastrelli, battenti incessantemente, notte e giorno, sulle tastiere dei pc, e riflettere su quanto di bello hanno costruito negli ultimi anni questi giovani, in termini di aggregazione sociale,  in una realtà come quella ennese, ultima in tutte le classifiche nazionali.

I “leoni da tastiera”

Per questi “leoni da tastiera” a nulla vale la nota stampa, intrisa di dolore e turbamento del vescovo Gisana che si è subito messo a disposizione della magistratura (l’unica e sola a fare indagini), ed esprimere totale vicinanza alle vittime, auspicando piena luce su questa torbida vicenda.

Il caso di padre Rugolo va isolato e indagato! Non si può generalizzare e mettere in alcun dubbio la reputazione e la credibilità di tutti i sacerdoti onesti che si spendono ogni giorno per gli altri.

Gli “opinionisti/giustizieri” addirittura stanno promuovendo una petizione per fare sospendere il vescovo, quando ancora l’indagine è in corso. Forse bisognerebbe lasciare lavorare i magistrati senza troppe pressioni mediatiche?

Articolo 27 comma 2 della Costituzione

Va ricordato l’articolo 27 comma 2 della Costituzione che recita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La cronaca ci insegna che il tormento di chi subisce violenza o minacce, persone a cui va la totale solidarietà, protezione e tutela, (trattandosi di minori), quasi sempre esplode, in famiglia prima e nelle denunce poi, è solo questione di tempo!

Da giornalista mi sono sempre imposto un limite invalicabile oltre il quale non si può e non si deve andare per deontologia professionale, ma ritengo davvero grave che qualcuno abbia già emesso sentenze, sostituendosi a un giudice, che sia di un Tribunale civile, penale o ecclesiastico!

(Foto: apertura Grest 2019)

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Editoriali

Covid fatigue, la fatica come risposta alla pandemia

Ivan Scinardo

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Non è soltanto l’anziano che vive in famiglia o da solo, il più vulnerabile per le sue difese immunitarie basse, ma una intera popolazione rischia il tracollo psicologico. La chiamano “Covid Fatigue”, ed è molto preoccupante secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Una recente ricerca afferma che il 60% dei cittadini europei, si sente sfinito, demotivato e apatico, meno disposto a rispettare le misure di sicurezza e più sensibile alle tentazioni dell’indifferenza o del negazionismo. In questo documento redatto dalla massima organizzazione in materia di sicurezza sanitaria, è scritto che  “la fatica dovuta alla pandemia  è una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica, soprattutto perché la gravità e la dimensione dell’epidemia da Covid-19 hanno richiesto un’implementazione di misure invasive con un impatto senza precedenti nel quotidiano di tutti, compreso di chi non è stato direttamente toccato dal virus”.  Il giornalista di Repubblica Paolo Di Paolo, in suo recente articolo ha scritto che “è come se si fosse rotto qualche meccanismo interiore. Se non ci ucciderà il virus, ci ucciderà la tristezza”. I sondaggi – scrive l’Oms – confermano che la maggior parte della popolazione sostiene le risposte nazionali al Covid-19, il che è notevole dopo quasi un anno di lockdown e restrizioni, ma la stanchezza rende le precedenti campagne di sensibilizzazioni meno efficaci. All’interno del documento dell’OMS, tra le molte disposizioni, si trova il consiglio, diretto ai governi, di sforzarsi di utilizzare maggiore chiarezza, comprendere di più i cittadini, per evitare di generare rabbia e frustrazione e la capacità di adottare misure semplici ma incisive, che permettano comunque di vivere in sicurezza la propria vita senza rendere troppo complesse le incombenze giornaliere”. Mi ha molto colpito l’intervista a una anziana signora di Madrid, a un cronista del quotidiano El País,  che ha detto di sentirsi amareggiata; “una persona giovane può dire che un giorno tutto questo sarà finito. Ma noi non possiamo. La pandemia sta rendendo cupa la fine delle nostre esistenze. Mi dicono di proteggermi, di non uscire, di restare in contatto online”, ma la signora non ha mai maneggiato un pc; tutto oggi è predisposto per i più giovani; loro sono abituati, ma noi abbiamo bisogno di toccare, sentire, vedere”.  Un lettore di Glasgow, Stephen S., ha protestato  con il Guardian; “parlare di “fatigue”, di stanchezza, è inesatto; questa non è fatica; al contrario, è la sana ribellione dello spirito umano contro le restrizioni che lo stanno schiacciando. Sapendo che il problema durerà a lungo, le persone non saranno disposte a tollerare l’impoverimento delle loro esistenze per un tempo indefinito”.  Le crepe sulla quotidianità, un vaso finito in mille pezzi e rincollato a fatica. Siamo quel vaso, anche se spesso facciamo finta di niente. Ma c’è qualcosa che non funziona più a pieno regime, la capacità di fare progetti, di programmare e la disinvoltura è spesso una recita. Dietro, c’è una insostenibile, malinconica rassegnazione e una grande tristezza

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Editoriali

Tra scuola e famiglia non deve esserci confusione!

Ivan Scinardo

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Mi ha molto colpito nei giorni scorsi un intervento del professor Franco Peretti, esperto di metodologie formative, quando ha parlato del rapporto Famiglia e Scuola. Il senso della sua presa di posizione è che, in questo momento di grave emergenza sanitaria, andrebbe stretto un legame ancora più forte, che eviti alle famiglie di andare contro la  scuola. “Da un lato la famiglia, spiega l’esperto,  deve vedere nella scuola un’istituzione alla quale viene chiesta una collaborazione altamente professionale per provvedere all’educazione dei figli. Alla famiglia spetta l’impostazione dell’educazione, alla scuola spetta di contribuire con la dovuta competenza professionale al completamento dell’ iter formativo dell’adolescente o del giovane. Nel passato, quando era molto radicata la visione dello stato etico, si assegnava con delega totale ed insindacabile alla scuola, in particolare a quella pubblica, il compito di educare e formare. Oggi viene avanti una visione diversa ed è quindi necessaria una collaborazione paritaria tra famiglia, vera titolare del diritto all’educazione dei figli e scuola, in quanto istituzione dotata delle specifiche competenze. Nella scuola l’allievo deve trovare tutti quei modelli, che sono utili perché possono contribuire alla formazione di un cittadino preparato sia dal punto di vista sociale, sia da un punto di vista professionale, con le competenze cioè idonee ad inserirlo nella società con il ruolo rispondente alla sua vocazione. Fino a qualche tempo fa così non era, perché la scuola come istituzione aveva il monopolio di fornire informazione e formazione, svolgendo un ruolo educativo fondamentale accanto alla famiglia, che però contribuiva solo marginalmente all’attività educativa. Il ruolo della famiglia era dovuto al fatto che la famiglia delegava all’istituzione scolastica il compito di educare e si adeguava alle indicazioni dei docenti. In parole povere si realizzava sempre una completa sintonia tra scuola e famiglia, perché quest’ultima ribadiva, approvandolo, la sentenza dell’istituzione scolastica. Oggi la realtà è diversa: spesso e volentieri la famiglia, probabilmente fuorviata da tutta una serie di valutazioni, che arrivano dagli organi di stampa, dalla televisione o da internet, parte dal presupposto che il figlio, quindi l’allievo, è “vittima” del sistema scolastico e di conseguenza viene sottoposto dal sistema stesso a trattamenti che rappresentano una vera e propria ingiustizia. Assistiamo a quella che in diritto viene chiamata inversione dell’onere della prova. Se prima infatti era l’allievo a dover dimostrare che era la scuola ad aver torto, perché trovava nel suo nucleo familiare un sincero alleato della scuola, ora la situazione è capovolta: il figlio, lo studente cioè, ha in via principale ragione, quindi tocca alla scuola dimostrare i motivi delle decisioni e di conseguenza offrire le prove sulle quali si fonda l’eventuale valutazione negativa. Alla base di tutto questo sta una vera mancanza di fiducia da parte della famiglia nei confronti della scuola. Sul rapporto docente-studente, conclude l’esperto, non è accettabile il rapporto troppo confidenziale tra insegnante e allievo. All’interno della classe hanno ruoli diversi e di conseguenza va sempre rifiutato un rapporto che provochi un annullamento ingiustificato di tale separazione. La confusione dei ruoli non è mai un fatto educativo”. Siamo totalmente d’accordo con il professore!

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In Tendenza