Le carriere parallele di registi e dei loro attori feticcio
Nel gergo calcistico, una espressione spesso usata è “squadra che vince non si cambia”, a significare la particolare intesa raggiunta fra allenatore ed atleti nella competizione sportiva. A ben vedere, tale concetto può essere applicato in qualsiasi ambito, compreso quello cinematografico dove accade spesso che il regista – il corrispondente dell’allenatore in campo – sia solito circondarsi delle maestranze con le quali si è trovato meglio, in primis gli attori chiamati a seguire le sue direttive. Nella storia della settima arte questa particolare alchimia fra chi sta davanti e chi sta dietro la macchina da presa ha creato dei connubi artistici che hanno fatto la storia del cinema, trasformando il set in un laboratorio di sperimentazione continua dove la fiducia reciproca abbatte ogni barriera tecnica.
Il rapporto “Fellini – Maastroianni”
Volendo indagare da vicino quegli esempi emblematici dei rapporti artistici più significativi, da cui sono scaturiti dei capolavori, possiamo cominciare dal nostro Paese dove si possono citare due geni della cinematografia nostrana: il regista Federico Fellini e il suo attore feticcio Marcello Mastroianni. Marcello fu il suo alter ego in tante pellicole, il volto capace di dare sostanza ai sogni e alle nevrosi del maestro riminese. Eppure, all’inizio della sua carriera, sembrava che l’interprete di riferimento dovesse essere un altro gigante: Alberto Sordi. Con l’attore romano, Fellini girò le sue prime due pellicole, Lo sceicco bianco (1952) e I vitelloni (1953), opere fondamentali che segnarono l’ascesa di entrambi.
Tuttavia, dopo questo avvio folgorante, qualcosa nella loro intesa artistica si incrinò definitivamente. Il motivo del loro distacco risiede nella collisione tra due personalità troppo ingombranti e artisticamente particolari. Fellini cercava un “corpo” da plasmare, un complice silenzioso e sornione che si lasciasse guidare totalmente nel labirinto della sua immaginazione; Sordi, al contrario, stava diventando l’Italiano medio per antonomasia, un autore di se stesso con una maschera comica e sociale così definita da non poter più scomparire dietro la visione del regista. Fellini scelse dunque la maggiore malleabilità attoriale di Mastroianni – con il quale girò cinque film – capace di farsi trasparente per lasciar filtrare l’anima del suo mentore, mentre Sordi proseguì la sua strada diventando uno dei principi della commedia all’italiana, in un divorzio artistico che, pur privandoci di altre collaborazioni, permise a entrambi di definire al meglio le proprie frontiere autoriali.

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Amici di una vita
Infine, un aneddoto significativo che coinvolge gli amici di una vita, Federico ed Alberto, che iniziarono insieme il loro percorso per poi imboccare strade differenti: nel 1986 il regista romagnolo si accingeva a girare Ginger e Fred, uno degli ultimi suoi grandi lavori e in fase di scrittura sembrò convinto ad affidare all’Albertone nazionale il ruolo del cinico presentatore televisivo che accompagna il ritorno sulle scene di una coppia di ballerini (interpretati da Mastroianni e Giulietta Masina). Nonostante il personaggio sembrasse cucito sull’esuberanza di Sordi, Fellini preferì infine affidare la parte a Franco Fabrizi; sfumò così l’ultima occasione per un commiato artistico tra i due giganti del nostro cinema.
Rimanendo sempre nei confini nazionali ma spostandoci dal cinema d’autore alla commedia all’italiana, un altro rapporto simbiotico fra regista ed attore è quello instaurato fra Dino Risi e Vittorio Gassman. Il sodalizio artistico fra i due si protrasse per ben trent’anni, nel corso dei quali girarono insieme sedici pellicole. Risi ebbe l’intuizione geniale di spogliare Gassman della sua impostazione teatrale e tragica per rivelarne la carica istrionica e cialtrona, perfetta per l’Italia del boom. Il primo film della coppia risale al 1960, con Il mattatore, a cui seguono altri titoli di rilievo, fra cui il capolavoro assoluto Il Sorpasso (1962), sarcastico e grottesco ritratto dell’Italia del boom economico. Ognuno di questi film ritrae, con ironia e sarcasmo, la realtà ed i mutamenti sociali del nostro Paese in un lungo arco temporale. L’ultimo lavoro con Risi regista e Gassman protagonista, con il quale la coppia si congeda dal proprio pubblico, è il film dall’emblematico titolo Tolgo il disturbo (1990), che vede Gassman interpretare un personaggio che non riesce più ad essere accettato né dai parenti né dalla società dopo un periodo in clinica psichiatrica, segnando il crepuscolo malinconico di una stagione irripetibile.
Sorrentino – Servillo
In tempi più recenti, un altro connubio di rilievo è quello instauratosi fra un regista talentuoso – da molti considerato l’unico erede italiano di Fellini – e un attore capace di interpretare ogni ruolo. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la cui particolare simbiosi ha probabilmente anche una matrice geografica: entrambi condividono un approccio comune all’arte cinematografica figlia della loro napoletanità. Il regista partenopeo sembra aver trovato in Servillo l’unico strumento umano capace di reggere il peso della sua estetica barocca e dei suoi lunghi silenzi contemplativi. Dall’istrionismo del personaggio di L’uomo in più (2001), il loro esordio sul grande schermo, alla freddezza geometrica de Le conseguenze dell’amore (2004) fino all’iconica stanchezza di Jep Gambardella ne La grande bellezza (2013), Servillo non è solo un attore per Sorrentino, ma la bussola morale e visiva del suo cinema, un punto fermo a cui il regista non sembra voler rinunciare per dare coerenza al suo universo poetico.
Esplorando altre cinematografie, in quella al di là delle Alpi si può citare la relazione artistica intercorsa fra François Truffaut e il suo attore feticcio Jean-Pierre Léaud. Questo legame rappresenta forse l’esempio più estremo di identificazione tra autore e interprete: Léaud ha dato vita al personaggio di Antoine Doinel, alter ego del regista, in una serie di film che hanno tracciato la crescita del protagonista parallelamente alla vita reale dell’attore. Da I 400 colpi fino a L’amore in fuga, passando per Baci rubati e Non drammatizziamo… è solo questione di corna, lo spettatore ha assistito a un esperimento unico: vedere un uomo invecchiare sullo schermo mentre recitava la biografia dell’uomo che stava dietro la macchina da presa, in una fusione totale tra vita vissuta e cinema.
Il cinema di Scorsese
Attraversando l’Atlantico, il concetto di “squadra che vince” trova la sua massima espressione nel cinema di Martin Scorsese. Il regista newyorkese ha costruito la sua intera poetica appoggiandosi a due pilastri attoriali in epoche diverse. Il primo, viscerale e leggendario, è quello con Robert De Niro, l’interprete mai abbandonato: da Mean Streets (1973) a Toro Scatenato (1980), fino ai recenti The Irishman (2019) e Killers of the Flower Moon (2023), De Niro è il corpo attraverso cui Scorsese ha dato libero sfogo alla sua idea di cinema. In anni più maturi, a questo si è aggiunto Leonardo Di Caprio, che per Scorsese è diventato uno strumento più aggiornato per motivi anagrafici, capace di spaziare dal tormento psicologico di Shutter Island (2010) all’istrionismo frenetico de The Wolf of Wall Street (2013). In entrambi i casi, la continuità del rapporto ha permesso al regista di dare forma ai suoi personaggi in celluloide, così come li aveva immaginati.
Un caso peculiare e di straordinario interesse è poi quello rappresentato da Clint Eastwood. Dopo aver forgiato la sua maschera iconica sotto la guida di Sergio Leone in Italia — un sodalizio che ha riscritto le regole del Western col la Trilogia del dollaro — Eastwood rientrò negli Stati Uniti incontrando quello che sarebbe diventato il suo mentore americano: Don Siegel. Con Siegel, in pellicole come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (1971) e Fuga da Alcatraz (1979), Clint ha perfezionato quell’asciuttezza recitativa e quella precisione ritmica che sarebbero diventate il marchio di fabbrica della sua futura carriera da regista. Eastwood è forse l’esempio più fulvido di un attore che, dopo aver assorbito dai suoi mentori le loro idee di cinema, ha deciso di sedersi dall’altra parte della macchina da presa, diventando autore di se stesso e portando con sé quella lezione di economia narrativa appresa sui set di Leone e Siegel.
il rapporto tra Tim Burton e Johnny Depp
Sulla scia di questa tendenza alla fedeltà creativa, non si può ignorare il rapporto tra Tim Burton e Johnny Depp. In questo caso, la simbiosi non è solo psicologica ma squisitamente estetica: da Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, 1990) e Ed Wood (1994), fino a La fabbrica di cioccolato (2005) e Dark Shadows (2012), Depp è stato per anni la proiezione delle fiabe gotiche e malinconiche di Burton, una maschera necessaria per rendere tangibili mondi che, senza quel volto familiare e trasfigurato, sarebbero potuti apparire troppo distanti o alieni al grande pubblico.
Altra menzione in questa galleria di coppie cinefile entrate nel nostro immaginario la merita Quentin Tarantino, autore di tante pellicole di cult, popolate dai volti più iconici del cinema statunitense. Tuttavia, vi è una costante nella sua scelta di casting: l’attore Samuel L. Jackson, con il quale il regista americano ha dimostrato di trovarsi più a suo agio, trovando un attore capace di mettere in scena i lunghi dialoghi, a volte deliranti e dissacranti, scritti da Quentin, in pellicole quali Pulp Fiction (1994), Jackie Brown (1997), Django Unchained (2012) e The Hateful Eight (2015), e in un cameo in Kill Bill: Volume 2 (2004), e come interprete nel film scritto da Tarantino Una vita al massimo (1993), diretta da Tony Scott.
Questi sono solo alcuni esempi dei tanti consolidati sodalizi artistici fra registi e attori, che non stanno ad indicare un mero dato statistico, ma dimostrano come, nonostante il cinema sia la macchina dei sogni in cui la fantasia e l’imprevedibilità sono componenti imprescindibili, il nucleo del successo possa risiedere anche in un dialogo intimo e ripetuto tra due sole persone, capaci di parlare la stessa lingua cinematografica.
Carmelo Franco