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Se fossi me (G.Li Greci)

“Se fossi me” la nuova rubrica di Giorgia Li Greci

Giorgia Li Greci

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Il mondo non è un posto bellissimo in cui vivere. A mostrarcelo non è soltanto lo schermo della TV o dello smartphone. Basta uscire per strada per capire che c’è un’abitudine all’indifferenza, come se quello che accadesse agli altri non ci toccasse. La mancanza di empatia crea emarginazione, non soltanto sociale, ma anche culturale. A venir meno è l’educazione all’ascolto degli altri, generando così una perdita della cultura all’altruismo. Questo spazio propone uno storytelling che promuova inclusività e attivismo, capace di raccontare, ma anche di chiamare le coscienze all’azione.
L’obiettivo che ogni storia raccontata si pone è quella di sfidare al cambiamento attraverso la cultura all’empatia. Come? Mettendosi, prima di tutto, nei panni dell’altro.
Per ogni racconto verrà lanciata una sfida, sarai in grado di coglierla? Questo dipende da te. Ma se lo farai, divulgala attraverso il canale Instagram o l’hashtag #sefossime. Se fossi me forse capiresti come mi sento. Se fossi me, continueresti a tirar dritto nell’indifferenza?

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In Evidenza

Nella vita si può ridere di tutto e tutti sono liberi di amare

Giorgia Li Greci

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Nella vita si può ridere di tutto. Ad insegnarmelo è stato Cristian, che ho conosciuto grazie ad un post social in cui raccontava la sua malattia. Cristian ha 22 anni ed è affetto da SMA, conosciuta anche come atrofia muscolare spinale, una malattia neuromuscolare rara che causa un’atrofia muscolare progressiva e irreversibile. 

Una domanda che faccio sempre a Cristian, da quando lo conosco, è: ma come fai ad essere sempre così felice?

Cristian mi risponde che in realtà non c’è un segreto o un trucco, semplicemente perché si può essere felici, anche con la SMA e da sdraiati, perché è proprio da sdraiati che si vede il cielo. Cristian è una persona molto ironica, per questo alla risposta ha aggiunto anche che, ogni tanto, per essere felici qualche prosecco aiuta.

E a proposito di prosecco, Cristian continua dicendomi “Che bello sarebbe se un giorno un disabile, conoscendo qualcuno, non si sentisse dire come prima cosa “Come stai, non stai male vero?, ma bensì “Cosa vuoi da bere?”.

E in effetti un po’ di domande me le pongo anche io tutte le volte che chiedo a Cristian come faccia ad essere sempre così felice. Perché spesso diamo per scontato che la felicità appartenga ad una classe elitaria di fortunati, possessori di caratteristiche ben definite, come il rientrare perfettamente nei canoni estetici della modernità, avere un conto in banca che ti permetta di comprare uno yacht, o ad esempio nell’essere normodotati. 

Invece Cristian, che non fa il modello e non ha uno yacht, è proprio felice, sempre. Anche quando dovrebbe arrabbiarsi moltissimo per delle cose che gli sono negate e che non dovrebbero esserlo soltanto per il fatto che è disabile. Avevo già parlato di abilismo in un precedente articolo, ma ne riassumo velocemente il suo concetto qui perché vi sarà utile a capire meglio quello che ci racconterà Cristian qualche riga più avanti. L’abilismo è la discriminazione nei confronti di persone con disabilità e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile. Si può manifestare attraverso barriere fisiche, quando non vengono poste le condizioni strutturali che rendano accessibile uno spazio a tutt*. Molto spesso invece l’abilismo prende forma nei giudizi, negli sguardi e nelle parole. 

L’abilismo incontra i suoi ostacoli anche nella sfera più intima, quella dell’amore e del sesso. Nell’immaginario collettivo c’è infatti un tabù molto forte che porta a considerare le persone disabili come impossibilitate ad avere dei rapporti sessuali, o persino impossibilitate ad avere delle relazioni amorose. Lascio spazio alle risposte di Cristian per darvi qualche punto di vista più oggettivo sul tema.

  • Cristian, cosa pensi dell’amore e del sesso?

“Premessa: non ho ancora mai avuto una storia d’amore (quindi care donne fatevi avanti!), ma da sognatore e da romantico lo vedo come una vera unione di due cuori, di due anime che in qualche modo si fondono per completare l’altra. A proposito di ”fusioni”, beh, a volte una donna è più importante spogliarla a livello mentale che fisico, ma anche fare il resto è molto importante.”

  • Vivi delle discriminazioni in questo campo? Se sì, ti va di raccontarle?

“Su questa domanda potrei scrivere un papiro che Bibbia levati proprio, e la risposta è parecchio articolata. Questo è uno degli ambiti, se non l’ambito numero 1, in cui un disabile è più discriminato in assoluto, vuoi perché la società di oggi si basa molto sull’aspetto fisico, vuoi perché il nostro Paese è ancora molto indietro mentalmente e poco preparato al tema. In tanti credono che un disabile non provi desiderio, pulsioni, qualcuno crede addirittura che sia immorale che un disabile faccia sesso. Non lo nascondo, a volte mi rivolgo a delle prostitute, ma anche lì è una corsa ad ostacoli, perché molte non accettano di farlo con un disabile e molte ne approfittano chiedendo cifre raddoppiate rispetto al cliente normale. Insomma, è più facile che all’improvviso mi alzi e cammini piuttosto che trovare una lei per avere un rapporto sessuale.”

  • Cosa potrebbero fare le politiche sociali per aiutarti in tal senso?

“Non moltissimo, ma qualcosina sì, come legalizzare la figura dell’assistente sessuale, figura che in altri Paesi esiste già da anni. Per fare un po’ di chiarezza, l’assistente sessuale non è dovuta ad effettuare veri atti sessuali, ma accompagna il disabile nel mondo delle coccole, del contatto fisico e della masturbazione. Non è tutto, ma è qualcosa di molto importante, perché anche a livello culturale aiuterebbe a far percepire le cose in modo diverso, normale, come dovrebbe essere.”

  • Cristian, come lo vedi il futuro? Qualcosa cambierà?

“Ne sono abbastanza sicuro, perché le nuove generazioni hanno tantissimi pregi, e non solo difetti come qualcuno vuole far credere. Con una persona giovane ad esempio non mi sono mai sentito discriminato e non mi sono mai state fatte domande strane in modo invadente, questo è un importantissimo segno di apertura mentale e di inclusione verso il ”diverso”, che è proprio la cosa di cui abbiamo bisogno.”

Un disabile può essere felice? Sì, come tutti, senza differenze, e non dovremmo neanche chiedercerlo e chiederlo (scusa per tutte le volte che l’ho fatto Cri).
Un disabile può avere il diritto di amare? Sì. E qui aggiungo che altrimenti non sarei nata io, grazie papà (anche mio papà è disabile).

Nella vita si può ridere di tutto e tutti sono liberi di amare.

Se volete fare due chiacchiere con Cristian lo trovate qui su Facebook (scrivetegli senza timore, gli farà piacere).
Se volete aiutarlo nella raccolta fondi della sua meravigliosa associazione Favola Semplice andate qui.

Giorgia Li Greci

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Se fossi me (G.Li Greci)

I nonni che ti aiutano a ritrovare il senso del Natale

Giorgia Li Greci

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Da sempre dico che una delle fortune più grandi che ho avuto nella mia vita sia stata quella di aver vissuto a pieno i miei nonni. Il nonno realizzava i miei desideri più genuini: le arance vaniglia, la bicicletta, le perline con cui fare le collane. Mia nonna mi ha insegnato che se volevo mettere un rossetto rosso dovevo metterlo senza preoccuparmi del parere di nessuno. Il rossetto rosso lei lo usava da sempre come metafora per incitarmi ad essere fieramente ribelle. Ci sono cose come un rossetto o sapori come quello di un’arancia vaniglia che ci legano profondamente a dei ricordi indelebili.

Il natale

Durante il periodo di Natale mi sono ritrovata per caso davanti ad un post su Facebook che ritraeva un anziano felice con un oggetto in mano. Leggo che questo nonno, ospite di una RSA, aveva ricevuto il dono di un “nipote” virtuale che aveva deciso di realizzare il suo desiderio grazie all’associazione I nipoti di Babbo Natale. Faccio una piccola premessa: appartengo a quella categoria che non vive bene il Natale. Tuttavia, spinta dalla curiosità di quella foto felice, volevo sapere di più sui desideri di quei nonni. Leggendoli ho capito che spesso, per tutta la vita, passiamo il tempo a desiderare cose grandi pensando che la felicità sia nascosta lì. Invece, nella lista dei desideri di questi nonni c’erano dei ricordi che si nascondevano dietro oggetti così semplici e genuini, così belli. Tutti gli oggetti avevano una storia dietro legata ai sentimenti di un ricordo.

Io che il natale lo odiavo

Io che il Natale lo odiavo, a leggere quei desideri ho sentito un senso di inaspettata gioia improvvisa. Il mio sguardo si è soffermato su una richiesta in particolare, quella di Nonno Roberto. Lui desiderava moltissimo un orologio da tasca perché gli avrebbe permesso di ricordare i tempi spensierati trascorsi in Russia, durante ka vacanza più bella della sua vita. Non so perché mi abbia colpito più di altri, ma sentivo di voler realizzare il suo desiderio. Con un orologio non gli avrei soltanto regalato la possibilità di leggere il tempo, ma anche quella di tornare indietro per rivivere tutte le sensazioni nascoste dietro quel tempo. 

Giorni dopo mi arriva un video su whatsapp, era Nonno Roberto. Aveva le lacrime agli occhi mentre scartava impazientemente il suo regalo. Avrà ripetuto grazie infinite volte, mentre io rimanevo estasiata dalle sue lacrime di gioia. Mi sono emozionata così tanto che ho pianto anche io. Questo progetto ha in sé un valore ancora più speciale del dono in sé: la piacevole sensazione per gli anziani di non essere dimenticati, di essere scelti da sconosciuti che prendono a cuore la loro felicità realizzando piccoli desideri. Una speranza, uno sguardo al futuro, una ragione per aspettare il “domani”.

“C’è una cosa che potrebbe farti piacere?” veniva chiesto agli anziani e loro rispondevano con la richiesta di cose semplici, che però li legavano a momenti felici della loro storia. Laura, che si occupa del progetto I Nipoti di Babbo Natale, mi racconta di più.

I nipoti

“I nipoti di Babbo Natale è progetto che dona vita. Mette al centro la cura dell’anziano, a partire dalla possibilità per lui di esprimere un desiderio e riscoprire una dimensione di ascolto di sé e di affermazione della propria identità.
Il progetto regala un momento di felicità sia all’anziano, che vive l’emozione di sentirsi scelto e speciale per qualcuno, sia al nipote di Babbo Natale, che decide di esaudire il desiderio di uno sconosciuto, sperimentando la gioia del proprio dono. I desideri espressi più frequenti sono stati oggetti come un portafoto per poter tenere accanto un’immagine dei propri cari, profumi per ricordare le nipotine che dicevano “Nonno, il tuo profumo sa di amore” o capi di abbigliamento come una cravatta “perché sognavo di laurearmi, ma non ci sono riuscito.”

Laura mi spiega che una componente importante di questa iniziativa è la connessione tra il desiderio dell’anziano e la vicinanza emotiva del nipote a quel desiderio. Condividere una passione diventa un elemento di complicità: si fa un dono a uno sconosciuto per rivivere la stessa gioia che si proverebbe nel fare un dono al proprio nonno che non c’è più. Laura continua raccontandomi la storia di Ivana che ha realizzato il desiderio di nonno William di ricevere un romanzo d’amore. Qualche tempo dopo Ivana è stata contattata tramite Facebook dal figlio del signor William che la ringraziava per aver donato una gioia e un’emozione immensa al padre negli ultimi giorni di vita. Le diceva che aveva ricevuto il libro tra gli effetti personali del papà e che lo avrebbe letto anche lui. Tutti quelli che hanno speso cinque minuti per leggere le storie sui social si sono commossi e hanno regalato un momento di tenerezza alla propria giornata dichiarando “ho ritrovato il senso del Natale”

Leggere le storie pubblicate da I Nipoti di Babbo Natale fa bene al cuore e se avete bisogno di amore lo trovate tutto lì. Quindi mettete un promemoria questo Natale e ricordatevi di realizzare un desiderio. Ma intanto, se volete aiutare, potete farlo cliccando qui

 

 

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Cinema

The Good Place: istruzioni per accedere al Paradiso

Giorgia Li Greci

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Ma senza andare troppo lontano, potrebbe tornarvi utile questa serie anche se state cercando di trovare un modo per cambiare qualcosa nella vostra vita o dargli un pizzico di senso. 

Per questo ho deciso di parlarne qui, senza spoiler, ma cercando di restituirvi nel modo più genuino possibile cosa lascia la visione di questa serie. E se per caso l’avete già vista, un ripasso fa sempre bene all’anima. 

The Good Place è una serie ambientata in quello che comunemente viene immaginato come Paradiso. Inizia con il risveglio di Eleonor nel Good Place, lo spazio utopico in cui finiscono tutte le persone che hanno totalizzato un punteggio positivo, determinato dalle buone azioni fatte nella vita terrena.

Nella vita terrena Eleonor non era affatto un buon esempio e capisce subito che la sua presenza nella parte buona è frutto di un errore. Tace e nasconde l’equivoco per paura di finire nella parte cattiva (si vedrà anche quella), provando in tutti i modi a reinventarsi come una persona eticamente buona per poter rimanere nella parte buona. Lo farà grazie ai suoi compagni di avventura il cui legame, puntata dopo puntata, tesserà la trama di una serie che indaga sull’etica, su cosa siano il bene e il male, sull’essenza delle giuste scelte e infine sul senso della vita.

Sono temi complessi di cui si riesce a captarne l’essenza in modo naturale, nonostante le risposte vengano ricercate nella filosofia di Aristotele, Kant e tanti altri. The Good Place si assapora in modo leggerissimo imparando, tra una puntata e un’altra, una lezione sull’etica e sulla morale umana. La serie affronta il senso della vita e anche quello delle nostre scelte che ci identificano come buoni o cattivi, ma ancor di più, fa riflettere sulle regole etiche del mondo in cui viviamo.

La regola per essere buoni in modo assoluto non esiste

L’accesso al Good Place è regolamentato da un sistema a punti: più buone azioni fai più ne accumuli per accedervi. Ma viviamo in un mondo in cui ogni scelta, anche quella più ingenuamente buona, può favoreggiare inconsapevolmente dei meccanismi considerati cattivi. Pensate ad esempio all’idea di voler mangiare un avocado al posto di una fetta di carne, con lo scopo di voler attuare un comportamento giusto per salvaguardare una specie animale.

Eppure questa scelta, per quanto possa sembrare eticamente corretta, favorisce un altro circolo indirettamente nocivo, perché la coltivazione dell’avocado è causa di sfruttamento della popolazione e dell’ambiente. Così la morale è che, inconsapevolmente, anche mangiare un avocado rappresenterebbe una scelta cattiva. Anche non fare alcuna scelta potrebbe determinare conseguenze spiacevoli per qualcun altro. Dunque, secondo questo meccanismo diventerebbe davvero difficile chiedersi quale sia la scelta giusta da compiere per essere buoni in modo assoluto.

Il determinismo

Nella serie si parla molto di determinismo, quella concezione filosofica che si contrappone al libero arbitrio, per cui ogni scelta è necessariamente causata. Ma allora quale sarebbe il senso di vivere la vita facendo scelte basate non sugli ideali ma sulla paura delle conseguenze? Si finirebbe a voler diventare buoni soltanto per ricevere approvazione da un sistema che ha dettato delle regole impossibili da controllare, perché di fatto lo stesso sistema che definisce un punteggio positivo o negativo in modo assoluto è sbagliato.

La vita non può essere considerata come un esame a punti

La serie ci insegna che in verità non esiste nessuna regola per essere buoni in modo assoluto. Come dice Michael, uno dei protagonisti più amati della serie, quello che conta non è che le persone siano buone o cattive, ma quanto cerchino di essere migliori oggi più di quanto non lo siano state ieri. Quindi non esiste un modo per essere buoni in modo assoluto, ma piuttosto esistono gli ideali in cui credere e lottare, correndo anche il rischio di sbagliare. Una regola però esiste, fare del bene è un’azione che non deve avere un’aspettativa di ritorno, se fai del bene devi farlo senza secondi fini.

Le seconde opportunità possono renderci migliori

The Good Place ci insegna che è possibile ricominciare da zero. Ogni persona può avere la chance di cambiare e diventare migliore, se le viene data l’opportunità di farlo. Non si nasce buoni o cattivi, molto spesso è il contesto a condizionarci e determinarci come tali. Il sistema dell’aldilà verrà rivoluzionato dai protagonisti che si batteranno affinché chiunque possa avere una seconda chance. Quanti errori vengono commessi senza comprendere fino in fondo il perché? Quante volte si sbaglia senza neppure capire di averlo fatto? Un protagonista della serie ad esempio viene giudicato come cattivo per aver commesso dei crimini. Si penserebbe che sia eticamente giusto condannarlo come colpevole. Ma la causa delle sue azioni è determinata dal contesto di povertà in cui è nato. Naturalmente è giusto pagare le conseguenze dei propri errori, ma sinceramente, quanto è difficile riuscire ad essere buoni in un contesto in cui per sopravvivere ti è stato insegnato che l’unica via è commettere crimini? Non sempre si hanno gli strumenti per capire quali siano le conseguenze delle nostre azioni ed essere giudicati per l’azione senza tener conto del contesto è ingiusto. Per questo The Good Place insegna il prezioso dono delle seconde opportunità, ovvero poter ripetere un’esperienza, ma avendo gli strumenti per una comprensione etica dell’errore, per poter agire diversamente, in modo migliore. In questo insegnamento entra in gioco anche il potente ruolo dell’amicizia. I protagonisti della serie finiranno per migliorarsi e lo faranno proprio in virtù della loro amicizia nata nell’aldilà. L’affetto e il supporto delle persone amiche ci aiutano ad essere persone migliori con il loro buono esempio. 

La felicità non è il vero happy ending

Tutti pensiamo al Paradiso come un posto determinato dalla felicità. Eppure, vedremo nella serie, che anche la felicità moltiplicata all’infinito non riuscirà ad appagare le anime dei protagonisti.  Del resto, immaginate di poter sempre  avere tutto quello che desiderate, per ogni giorno della vostra vita all’infinito. Vivere sempre e solo con la certezza della felicità non è la risposta al senso della vita. Come dirà Ipatia “Quando la perfezione dura per sempre ti va in pappa il cervello”. Ed eccoci così giunti alla fine, al senso della vita, che non viene riconosciuto nel concetto di felicità. Cosa manca per sentirsi appagati, per permettere alle nostre esistenze, persino nell’aldilà, di sentirsi realizzate? Una fine, l’esistenza di un ulteriore spazio ignoto che porterà finalmente i protagonisti dell’aldilà ad apprezzare ogni singolo istante del presente, spingendoli a superare i propri limiti.

Si arriva così all’essenza di tutto, il tutto che, seppure ultraterreno, ha necessariamente bisogno di una sua fine per la sua realizzazione. Fine che in qualche modo vedremo avere una continuità nel ricongiungimento con l’universo. Questa parte però la capirete solo vedendo tutta la serie. Così come capirete, alla fine di ogni cosa, che lasciare andare è il più grande atto di amore (spoiler: quando finirete la serie piangerete).

Questa serie vi darà la forza di essere migliori e di aiutare gli altri ad esserlo. 

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In Tendenza